E’ un processo per omicidio, anzi, uxoricidio. Harry Leo Crawford è accusato di aver ucciso la moglie Annie Birkett, forse dandole fuoco. Un delitto efferato dunque, che tuttavia passa in secondo piano rispetto a un altro aspetto di quella vicenda. Giudici, pubblico ministero, giuria, giornalisti e opinione pubblica sono più interessati all’identità di genere del presunto colpevole, perché Harry Crawford è in realtà Eugenia Falleni, una donna. Quel processo, morbosamente seguito da tutta la stampa, diventa noto come il caso dell’assassino “uomo-donna”. La vittima perde d’importanza, la sua orribile morte anche. Viene invece messa in rilievo, a dimostrazione della natura perversa dell’accusato, la “frode sessuale”, con i suoi aspetti scandalosi e lesivi della moralità comune.
La vicenda
Sidney, 5 luglio 1920: Harry Leo Crawford viene arrestato per l’omicidio della prima moglie, Annie Birkett, mentre si trova al lavoro in un hotel della città. Con grande stupore dei poliziotti, prima di essere sottoposto alla visita medica di prassi, chiede di essere rinchiuso in un carcere femminile. Il suo segreto, gelosamente custodito per decenni, viene svelato, la sua vera identità rivelata. E tuttavia, Harry chiede che la sua seconda moglie, Lizzie Allison, non sia messa a conoscenza della cosa.
La vicenda è complicata, e il presunto omicidio risale a tre anni prima. Il 1° ottobre del 1917 Crawford e la moglie vanno a fare un pic-nic nei pressi del fiume Lane Cove. Secondo quanto poi riportato da Harry Leo durante il processo, i due litigano perché la donna ha espresso l’intenzione di lasciarlo, dopo aver scoperto il suo segreto. Nella concitazione del momento Annie scivola all’indietro, sbatte la testa contro un masso e muore quasi subito, nonostante i tentativi di soccorso del marito. Crawford viene preso dal panico, perché teme di essere accusato d’omicidio, e comunque le indagini sull’incidente avrebbero rivelato la sua identità di genere. Harry Leo è un transgender, ma all’epoca quel termine non esisteva, come non esisteva un lessico capace di descrivere tutte le sfaccettature di quel caso. Di fatto, la sua scelta di vita non è proprio prevista e lo pone al di fuori della società civile. Crawford è convinto di andare incontro a pesanti conseguenze penali se venisse scoperta la sua natura femminile. In realtà la legge australiana, che deriva da quella britannica, persegue l’omosessualità maschile, ma è piuttosto vaga riguardo quella femminile, limitandosi a punire i rapporti sessuali non consensuali tra due donne, e quelli tra donne adulte e ragazze minorenni.
Crawford, comunque, decide di rendere irriconoscibile il cadavere della moglie, e così gli dà fuoco. Il corpo, ritrovato il giorno dopo in un boschetto nei pressi del sobborgo di Chatswood, non viene identificato, e la causa della morte ricondotta a un probabile suicidio o a motivi accidentali. Il medico legale non riscontra segni evidenti di violenza e conclude che il decesso è avvenuto, “probabilmente a causa delle ustioni”. Anche le indagini della polizia portano a ipotizzare un suicidio: c’è il racconto di un testimone, che afferma di aver visto vagare in quella zona una donna “i cui modi sono stati considerati strani”, e c’è una bottiglia di cherosene vicino al cadavere. Altri reperti, come una tazza, un’anello, dei denti finti e un paio di scarpe, non aiutano nell’identificazione del cadavere e non trovano riscontro in nessuna delle denunce di scomparsa presentate in quel periodo. Alla fine, l’inchiesta conclude che non è possibile arrivare a un verdetto certo, e dunque nessuna ipotesi viene esclusa. Così, i poveri resti di Annie vengono chiusi in una bara che reca la dicitura “corpo di una donna sconosciuta”, e poi sepolti nel cimitero di Rookwood, vicino Sidney. Crawford non denuncia la scomparsa della moglie, raccontando in giro, anche al figlio di Annie, che la donna se n’è andata via con un altro uomo, un idraulico. Per circa tre anni Crawford vive la sola vita che può e riesce a vivere, quella “da uomo”. Mantiene qualche rapporto con il figliastro, Harry Birkett, che ha circa 17 anni. Un’età che oggi è considerata ancora adolescenziale, ma non all’epoca degli eventi: il giovane Harry già lavora e, rimasto solo, va a vivere in quartiere operaio dei sobborghi. Nel 1920, il ragazzo va a trovare una zia, per confidarle i suoi dubbi sulla misteriosa scomparsa della madre. In quei tre anni ha pensato e ripensato a lei, e non riesce a convincersi del fatto che la mamma lo abbia abbandonato così, senza una parola, senza una spiegazione. E comunque, ci sono altri fatti inquietanti avvenuti subito dopo. Harry racconta che Crawford lo aveva condotto su una scogliera, chiamata The Gap, tristemente nota per essere un luogo scelto da molti suicidi per porre fine ai propri giorni. In quell’occasione il patrigno, come a voler giocare, si era messo a lanciare sassi nell’acqua, cercando di attirarlo sul bordo del precipizio, senza riuscire a convincerlo. Poi una notte, a distanza di una settimana, Crawford porta Harry su un terreno boscoso vicino al luogo dove era stato trovato il cadavere carbonizzato della madre. Gli chiede di scavare una buca con la pala che si è portato appresso, ma a lavoro concluso, senza ulteriori spiegazioni e visibilmente turbato, Falleni getta la pala in un cespuglio e torna a Sidney con il figliastro. I due episodi avevano inquietato non poco Harry Birkett, e quando la zia ne viene a conoscenza lo convince ad andare alla polizia per denunciare la scomparsa della madre. La vita di Harry Leo Crawford è così destinata a cambiare drasticamente, arrivando a quella resa dei conti tanto temuta da quell’uomo nato in un corpo di donna, di nome Eugenia Falleni.
La vita di Eugenia Falleni
Le primissime notizia sulla vita di Eugenia sono discordanti ma, a quanto pare, l’anno di nascita è il 1875. La bimba viene alla luce a Livorno, o forse a Firenze, ed è la primogenita di quella che diventerà una famiglia numerosa. Il padre e la madre mettono al mondo 22 figli e, cosa strana per l’epoca, hanno la fortuna di vederne diventare grandi 17. Ma non in Italia: nel 1877 la famiglia si trasferisce in Nuova Zelanda, dove il padre, tanto laborioso quanto severo, si barcamena tra il lavoro di carrettiere e quello di pescatore. La vita non è facile per Eugenia, di frequentare una scuola neanche se parla, ci sono troppe bocche da sfamare a casa. La ragazzina deve guadagnarsi il pane, e per trovare più facilmente lavoro si veste da maschio. E’ una prassi abbastanza comune nelle famiglie di immigrati, povere e numerose, che si conclude di solito al raggiungimento della pubertà, quando la fisicità femminile diventa evidente. Ma Eugenia non ci sta, lei si sente a proprio agio solo in quei panni maschili, e non vuole proprio toglierseli. In famiglia sono liti continue e la ragazza spesso si allontana da casa, cercando lavoro nelle fornaci o nei mattatoi, con le consuete vesti maschili e il nome di Eugene (Eugenio). In quel periodo i genitori, dopo ogni fuga, cercano di ricondurla in famiglia, e forse lei ci prova anche ad accontentarli, visto che a 19 anni acconsente a sposarsi con un uomo scelto dal padre. A quanto pare, almeno secondo i giornali dell’epoca, quell’uomo era già sposato e così Eugenia scappa, questa volta definitivamente, assumendo l’identità di Eugene Falleni. Da questo momento in poi la sua famiglia non lo cercherà più.
Lo ritroviamo nel 1895, in Australia. Lavora a bordo di un mercantile come mozzo, dove rimane per circa due anni, fino a quando non si tradisce. In una notte di ebbrezza alcolica, Eugene racconta al comandante che sua nonna aveva l’abitudine di chiamarla piccolina, e lo dice in italiano, usando quindi una parola declinata al femminile. La cosa non sfugge al capitano, anche lui di origine italiana, che si insospettisce riguardo al vero sesso del mozzo. A questo punto il racconto diventa drammatico, per motivi facili da comprendere: Eugenia si ritrova, unica donna, in un piccolo mondo chiuso composto solo da uomini, con le conseguenze che è facile immaginare. Senza contare l’antica superstizione marinara, secondo la quale una donna a bordo porta sfortuna, di più: è una vera e propria sciagura. Eugenia deve aver passato le pene dell’inferno su quella nave, e certo non le dimentica. Ecco perché, al momento dell’arresto, chiede di essere rinchiusa in un carcere femminile. Non vuole più subire quelle violenze, anche se poi racconterà di essere stata abusata più e più volte, ma solo dal comandante, che si libera di lei quando la nave attracca a Newcastle, nel Nuovo Galles del Sud. E’ il 1898. Falleni si ritrova sola e senza soldi, e perdipiù in attesa di un figlio. Non si sa come abbia sbarcato il lunario in quelle condizioni, ma è certo che partorisce una bambina, chiamata Josephine, sempre nel 1898. La piccola viene affidata a una donna di origini italiane, la signora De Angelis, che vive in un sobborgo di Sidney, e che lei chiamerà “Nonna”.
A questo punto della vicenda, Eugenia rinasce nelle vesti di Harry Leo Crawford, di origini scozzesi, uomo taciturno e riservato. Passano gli anni, Harry Leo lavora in una fabbrica di gomma, in un mattatoio e in qualche pub. Nessun lavoro, per quanto pesante, lo spaventa, malgrado la costituzione minuta. Nessun sospetto sulla sua identità aleggia tra chi lo conosce. Non mostra mai interesse per le ragazze che tentano di attirare la sua attenzione, fino a quando non incontra la bellissima Annie Birkett, una donna di 35 anni, vedova e madre di un figlio tredicenne. E’ il 1912, e destino vuole che Crawford trovi lavoro nell’azienda di un certo Dottor Clarke, che lo assume per guidare i suoi carri. Ha così modo di conoscere e innamorarsi di Annie Birkett, una delle domestiche di casa Clarke. Mentre diverse ragazze gli fanno gli occhi dolci, Harry Leo vede solo Annie, che non sembra troppo interessata a iniziare una relazione con lui. Tanto è vero che si licenzia e si trasferisce a Balmain, un sobborgo di Sidney, dove apre un negozio di dolciumi, usando tutti i suoi risparmi. Crawford la raggiunge e l’aiuta nell’attività, fino a che la sua corte insistente si conclude con un matrimonio. Harry Leo ed Annie si sposano, il 19 febbraio 1913, in una chiesa metodista di Balmain. La vita di coppia non è felice, i due litigano in continuazione, secondo quanto poi raccontato dai vicini di casa e anche dal figlio di Annie, Harry. La situazione peggiora quando la signora De Angelis muore e Josephine, che all’epoca ha 14 anni, deve per forza essere accolta in famiglia. La ragazzina rappresenta un pericolo, perché la “nonna” le ha raccontato come stanno le cose: suo padre è un comandante di navi, mentre quell’uomo dall’atteggiamento ostile, che si fa vedere di rado e vuole essere chiamato papà, è in realtà sua madre. Harry Birkett non conosce i motivi dei frequenti litigi che scoppiano a casa, e non è mai stato appurato con certezza se davvero Annie fosse all’oscuro della vera identità del marito. Forse la conosceva benissimo, e quel matrimonio serviva solo come copertura di una relazione lesbica. Comunque stessero le cose, quel rapporto è complicato. Annie e il figlio vanno via di casa tre volte, con Harry Leo che si ripresenta sempre alla loro porta. Almeno in un caso, secondo il racconto del ragazzo, “lui” arriva nel loro alloggio e “distrugge tutto”.
Le cronache dell’epoca raccontano che sia stata una vicina di casa a rivelare ad Annie che suo marito è in realtà una donna, poco tempo prima di quel fatale 1° ottobre del 1917. Poi tutto precipita, ma è certamente Annie ad avere la peggio, mentre Crawford riesce a mantenere il segreto sia sulla sua identità sia sulla scomparsa della moglie. Nel 1919 incontra Elisabeth King Allison, una donna più grande di lui di circa 5 anni, che sposa nel settembre di quello stesso anno, a Canterbury. Questo matrimonio, a differenza del primo, sembra essere felice, almeno secondo quanto dichiarerà in seguito la donna, che insiste sulla “mascolinità” di Crawford, definito un “marito ideale”.
Il processo
Nell’agosto del 1920 si tiene l’udienza preliminare per decidere sul rinvio a giudizio di Crawford. La stampa sembra impazzita: quello è ormai il caso “uomo-donna”, che terrà banco per molti mesi a venire. Harry Birkett e la zia riconoscono alcuni oggetti trovati vicino al cadavere della donna sconosciuta, tre anni prima, mentre un dentista sembra certo che i denti finti siano stati fatti da lui per Annie Birkett. In un crescendo di accuse, testimonia anche la donna che ha affittato una stanza a Crawford dopo la scomparsa della moglie. Racconta che Harry Leo le avrebbe detto: “Abbiamo avuto un bel litigio e le ho dato un colpo sulla testa, e lei se n’è andata”. Poi la testimone rincara la dose, affermando che Crawford aveva proprio intenzione di uccidere il giovane Harry, quella notte che lo aveva portato nella boscaglia a scavare una buca. Anche la figlia Josephine viene chiamata a deporre, come “testimone ostile”, ovvero contro la madre. La ragazza racconta che, da quando ne ha memoria, l’ha sempre vista con abiti da uomo e che lei si faceva chiamare Harry Crawford. Lamenta con dolore la sua assenza, la sua mancanza d’amore, e instilla il sospetto che la madre, all’inizio, mirasse ai soldi di Annie Birkett. Di contro, il medico legale, dopo la riesumazione del cadavere, conferma che non ci sono segni visibili di violenza e che la donna è probabilmente morta per le ustioni, senza riuscire a precisare se fosse cosciente o meno prima che le fiamme la avvolgessero.
Crawford, come prevedibile, viene rinviato a giudizio, e il processo inizia a ottobre del 1920. Durante le udienze il tribunale è gremito di persone che vogliono guardare in faccia “l’uomo-donna”, con Crawford che si presenta talvolta vestito da uomo e altre da donna. La questione centrale è la “frode sessuale” portata avanti da Harry Leo. Come ha fatto ad ingannare per anni due donne adulte? Il pubblico ministero spiega la cosa parlando di un “articolo” trovato in una valigia di Crawford. Durante l’udienza, l’accusatore non lo vuole mostrare, perché ci sono molte donne presenti tra il pubblico. Forse teme di scandalizzarle o, chissà, di far venire loro strane idee. Dopo un richiamo del Presidente della Corte, finalmente viene mostrato questo “articolo”, che è un dildo di legno e gomma. Quella è la prova dell’indole ingannatrice di Crawford, che va a supportare la teoria dell’accusa: Harry Leo ha ucciso la moglie perché lei non svelasse il suo vergognoso segreto.
Questa teoria non è condivisa dall’ispettore di polizia che aveva condotto la prima inchiesta. Lui rimane convinto della morte accidentale di Birkett, perché non esistono prove a sostegno dell’omicidio, e comunque non si può condannare un uomo per aver fatto scavare una buca. Dal canto suo, Crawford si dichiara innocente. Nonostante le prove a suo carico siano solo circostanziali, la giura, composta da 12 uomini, impiega appena due ore per emettere il verdetto: colpevole d’omicidio. Harry Leo Crawford, che è tornato ad essere Eugenia Falleni, viene condannato a morte. La sentenza è durissima, quasi fuori dal tempo, se si considera che nei due decenni precedenti nessuna donna ha subito la pena capitale.
Il ricorso in Corte d’Appello conferma la condanna, ma la pena viene commutata con l’ergastolo. Tutti i giornali descrivono Eugenia Falleni come un mostro, un pervertito, in quello che è considerato il “processo del secolo”, uno dei più sensazionali della storia giudiziaria australiana.
La morte
Nel 1931, dopo averla visitata in carcere, il ministro della giustizia fa scarcerare Eugenia Falleni, che ha ormai una sessantina d’anni e non gode di buona salute. L’accordo prevede che lei non riprenda a comportarsi come un uomo.
Poi, il silenzio. Eugenia prende il nome di Jean Ford, e riesce a comprare una pensione a Paddington, sempre nei dintorni di Sidney. Il 9 giugno del 1938 finisce sotto le ruote di un motocarro, dopo essere accidentalmente scivolata da un marciapiede in Oxford Street. Muore il giorno successivo, all’ospedale di Sidney, sola, come forse è sempre stata in tutta la sua vita. Si scopre che la signora Jean Ford è in realtà Eugenia Falleni solo grazie alle impronte digitali, e comunque sarà seppellita al cimitero di Rookwood con la sua ultima identità, quella che le aveva assegnato lo stato per farla dimenticare da tutti. Di Eugenia Falleni non deve restare memoria, nemmeno sulla lapide di una tomba. E tuttavia qualcosa oggi la ricorda, proprio lì dove è morta, in Oxford Street: un gigantesco passaggio pedonale dai colori arcobaleno.
Perché?
Perché? Perché raccontare questa storia di un secolo fa, così lontana nel tempo e, in apparenza, espressione di un mondo che non esiste più? Non è solo per rimarcare che, probabilmente, Eugenia Falleni alias Harry Leo Crawford, non era un’assassino, e che ha pagato un prezzo altissimo per una scelta di libertà. Ha senso parlare di questa storia perché si tende a dimenticare con troppa facilità il lungo e doloroso cammino percorso per arrivare alla conquista di diritti fondamentali non ancora riconosciuti in molti paesi del mondo. Storicamente è la sodomia ad essere considerata un reato, perseguibile con la pena di morte. L’imperatore romano Teodosio, nel 390 d.C, emana una legge in questo senso, ma in realtà non è ben chiaro in quale misura fosse applicata. Nel 1533, in Inghilterra, viene emanato il Baggery Act, secondo il quale la sodomia è punita con l’impiccagione. Questa norma rimane in vigore fino al 1861 e viene adottata in tutti i paesi dell’impero britannico. L’omosessualità maschile viene depenalizzata in Inghilterra e Galles nel 1967, mentre Scozia e Irlanda del Nord lo fanno solo nei primi anni ’80. Gli stati australiani abrogano le leggi sulla sodomia in tempi diversi, tra il 1975 e il 1997. In Italia ci sono un po’ di passi avanti e indietro: prima del 1861 molti stati avevano abolito il reato di sodomia, seguendo le idee dell’illuminismo francese. Quando nasce il Regno d’Italia si adotta il codice penale sabaudo, che ancora punisce l’omosessualità maschile, depenalizzata nel 1889. Tutti i codici penali che prevedono il reato di omosessualità contemplano la sodomia e solo marginalmente le pratiche sessuali tra donne, considerate meno gravi di quelle tra uomini. E tuttavia, la mancanza di leggi repressive non è certo un segnale dell’accettazione di condotte sessuali considerate contro natura e dunque scandalose, perché l’omofobia e più in generale i pregiudizi verso chi è considerato “diverso” non possono certo essere aboliti per legge.
Ad oggi, 63 paesi del mondo considerano l’omosessualità un reato, addirittura punito con la morte in Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Afghanistan, Somalia, Mauritania, Yemen, e anche in alcune regioni dell’Iraq e della Nigeria settentrionale. E’ evidente che c’è ancora molta strada da fare per garantire a ciascuna persona, di qualunque orientamento sessuale essa sia, non solo pari diritti ma anche giustizia e dignità.



