Esecuzione col Cannone: terribile Pena Capitale diffusa sino al XIX Secolo

Il cannone è una delle armi protagoniste degli scenari bellici da ormai molti secoli, e dal XV secolo sino alla Seconda Guerra Mondiale ha rappresentato forse l’arma decisiva dell’esito della maggior parte delle battaglie di terra.

La pratica di utilizzarlo come mezzo di esecuzione nasce probabilmente nel subcontinente indiano, in particolare nell’impero Moghul, ma poi viene adottata dai governi coloniali: gli inglesi ne fanno uso per punire i ribelli in India, mentre i portoghesi – ma solo nel XVI e XVII secolo – la esportano in Brasile, Mozambico e Ceylon.

A parere di alcuni storici l’esecuzione col cannone era tradizionale nell’impero Moghul, usata in particolare per giustiziare prigionieri di guerra, ribelli e disertori.

Gli inglesi, che adottano la pratica a partire dal 1760, la applicano solo ai condannati indiani (tranne in un caso) e per quei crimini che venivano già puniti con quella modalità. Insomma, si potrebbe dire che si adeguano alla tradizione locale, preferendo l’esecuzione col cannone alla fustigazione a morte – altro metodo in uso da quelle parti – perché la ritengono più umana, sicuramente più spettacolare e dunque con un maggiore potere deterrente.

George Carter Stent (1833-1884), militare britannico di stanza in India, descrive così l’esecuzione: “Il prigioniero è generalmente legato a un cannone con la parte superiore della schiena appoggiata alla sua bocca. Quando il cannone fa fuoco si vede la testa che salta in aria per circa 10 metri, le braccia volano via a destra e sinistra e cadono a decine di metri di distanza; la gambe si accasciano a terra sotto la bocca del cannone, mentre il corpo è letteralmente spazzato via, non ne si vede più traccia“.

Nel corso della più grande ribellione indiana al dominio inglese, quella del 1857, i cannoni riducono in pezzi una novantina di rivoltosi, tutti sepoy (fanti indiani al servizio degli inglesi) ammutinati.

Nonostante la semplicità del metodo, le cose non sempre procedono per il verso giusto: durante un’esecuzione di massa nel 1857, l’ordine era di sparare una carica a salve, ma alcuni cannoni esplodono invece colpi a mitraglia, con il risultato di colpire gli spettatori presenti. Per alcuni di loro si rende necessaria addirittura l’amputazione degli arti feriti, mentre è difficile immaginare l’orrore di chi è stato investito, e ferito, dai poveri resti umani non del tutto disintegrati. E poi c’è un altro aspetto orribile che fa da contorno a questo tipo di esecuzione, raccontato da un testimone oculare: gli uccelli rapaci il nibbio in particolare) volano sopra il luogo dell’esecuzione “sbattendo le ali e gridando, come in attesa del loro sanguinoso banchetto, fino al lampo fatale, che disperse i frammenti dei corpi nella nell’aria”, mentre in un altro racconto si parla di cani che divorano in un attimo le viscere della vittima.

L’esecuzione col cannone viene usata anche in Afghanistan, paese che aveva fatto parte dell’impero Moghul, almeno dall’inizio dell’800. I deboli governi locali, con poco potere al di fuori delle aree urbane, tentano di arginare ribellioni politiche ma anche il diffusissimo banditismo di strada, applicando la pena capitale col cannone. Abdur Rahman Khan (1880-1901), detto “Emiro di Ferro”, è quello che, durante il suo dispotico governo, rende comune l’esecuzione col cannone per molti tipi di reati, dallo spionaggio al furto, per truffatori e traditori. L’uso di questo tipo di pena capitale continua almeno fino al 1930, quando la notizia dell’esecuzione di undici ribelli viene riportata dal New York Times. Quella è, probabilmente, l’ultima volta che i cannoni sparano esseri umani. 

L’impiego di pene capitali meno dolorose per il condannato, tra le quali è possibile ricordare la Ghigliottina francese in uso sino agli anni ’70 del ‘900, rese questo metodo un terribile ricordo dell’epoca vittoriana.


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