Bellezza, ricchezza, potere; la Contessa ungherese Erzsébet Báthory aveva tutto ciò che una donna, nel XVI secolo, poteva solo sognare. Nonostante ciò, i suoi bisogni erano sempre nuovi e impellenti, tra cui uno, fra i molti, più prepotente di altri:

Il desiderio di sangue

Prima di inoltrarci in quella che fu la sua indole violenta (tanto da fare impallidire Maria Tudor, detta “la sanguinaria”), occorre chiarire quale contesto forgiò una delle menti più spietate del suo tempo. Erzsébet nacque a Nyírbátor, nella parte nord-est dell’Ungheria il 7 Agosto 1560, in una delle famiglie nobili più abbienti di tutta la Transilvania (vantava al suo interno anche Re Stefano di Polonia), regione della Romania in cui crebbe, precisamente a Ecsed.

Sotto, ritratto di Erzsébet Báthory . Immagine di Dencey, Pubblico Dominio, via Wikipedia

Fin dalla tenera età, la bambina mostrò sintomi di un forte squilibrio psichico, il quale si manifestava prima con forti cefalee seguite da scoppi d’ira o di isteria. Alcuni storici ritengono che ciò sia da imputarsi all’usanza dei Báthory di sposarsi tra consanguinei; difatti, altri parenti di Erzsébet erano affetti da patologie mentali, come schizofrenia o epilessia.

Sebbene la sua salute non fosse ottimale, all’età di dieci anni, nel 1571 la bambina venne promessa in sposa, attraverso un accordo politico, al Conte Ferenc Nádasdy, di sette anni più grande; poiché il suo stato sociale era più alto di quello del futuro marito, Erzsébet poté mantenere il suo ormai leggendario cognome.

Quando la giovane compì quindici anni si sposò a Varanno (in Slovacchia) nel 1575, con un banchetto e festeggiamenti regali; il regalo di nozze per lei da parte di Fernec fu il Castello di Čachtice (oggi Csejte), dove avrebbero vissuto dopo le nozze.

Sotto, Il castello di Csejte, residenza e prigione della contessa. Fotografia di Martin Hlauka (Pescan) via Wikipedia

Sotto, veduta aerea del castello. Fotografia di Civertan, condivisa con licenza CC BY-SA 2.5 via Wikipedia

Le pessime attitudini della ragazza si palesarono in fretta al marito, il quale però non intervenne o né tentò di diminuirne gli effetti. Tre anni più tardi, nel 1578, Ferenc Nádasdy partì, come comandante delle truppe ungheresi, in guerra contro gli Ottomani; lasciata “sola” tra le infinite stanze del castello, Erzsebét si circondò di servi, valletti e dame di compagnia, al fine di sfuggire alla noia della vita di corte.

Fra i suoi fedeli servitori spiccavano i nomi di Ilona Jò, futura balia dei suoi figli, Dorottya Szentes, Kateline Beniezky, dame di compagnia, e un valletto nano, il perfido Ficzkó. Durante gli anni trascorsi in loro compagnia, Erzsébet sviluppò un senso di collera e di sadismo incontrollabili.

Sotto, copia del tardo XVI secolo del ritratto della contessa Bathóry del 1585. Immagine di Dencey, Pubblico Dominio via Wikipedia

Sia per la sua posizione, sia per il timore che incuteva nei suoi sottoposti, nessuno tentò mai di impedire tali atteggiamenti, che finirono per venire esacerbati in veri e propri episodi inquietanti e di violenza, incoraggiati però dai sopracitati servitori.

Erzsébet, infatti, sviluppò un interesse particolare per l’occultismo, si dice grazie agli insegnamenti impartitile da una zia, la Contessa Karla, la quale la iniziò alle pratiche di magia e tortura più truci e sanguinose.

Tra le mura del castello, da quel momento, si sviluppò un vero e proprio inferno

La Contessa decise di attirare giovani ragazze, preferibilmente vergini, all’interno delle mura di Čachtice, promettendo lavoro retribuito e alloggio. In molte, dai villaggi limitrofi alla fortezza, accorsero all’appello, ignare della loro sorte. In ogni istante, specialmente durante le sue crisi di cefalea, la Báthory provava divertimento e soddisfazione nel percuoterle e nel ferirle.

Tra le pratiche da lei più apprezzate, vi era quella di immobilizzare le povere ragazze, e posizionare tra le loro dita pezzi di carta intrisi di olio, a cui avrebbe successivamente dato fuoco. Le urla strazianti di dolore erano per lei come una melodia, e più ne ascoltava, più ne desiderava.

Le giovani venivano da lei, e dai suoi servi, seviziate in ogni modo; a volte esse venivano portate sotto le finestre della Contessa, di notte e al gelo, e denudate. Dalle sue stanze, Erzsébet le avrebbe inondate con acqua gelida, che le avrebbe portate alla morte per assideramento.

Altre volte, impiegavano veri e propri strumenti di tortura (che durante alcuni sopralluoghi vennero orrendamente rinvenuti da alcuni testimoni): gabbie troppo basse per stare in piedi e troppo strette per sedersi, con appuntiti spuntoni di ferro sul fondo, o ferri roventi e appuntiti, erano solo alcuni dei diabolici dispositivi ideati per godere dello strazio delle giovani ragazze.

Il climax del sadismo della Contessa Báthory, doveva ancora avere luogo; nel 1604, alla morte del marito Ferenc Nádasdy (dal quale ebbe quattro figli, Anna, Orsolya, Katà e Pàl), ella rimase sola e incontrastata a governare Čachtice.

Sotto, Ferenc I Nádasdy, marito della Contessa. Museo Nazionale Ungherese. Immagine di MNM Budapest, Pubblico Dominio via Wikipedia

Nessuno poteva più porre alcun freno al suo sadismo

Si dice che proprio dopo il 1604, sebbene nessuna cronaca o diario dell’epoca lo attesti, si verificò l’incidente che portò a quella che fu una vera, lenta, strage di ragazze.

Durante una delle sue “sedute” di percosse, Erzsébet colpì con forza una sua serva; ella perse del sangue, che schizzò sulla mano della Contessa. Quest’ultima, notando che la pelle bagnata dal liquido scarlatto era più liscia e uniforme, si convinse di aver trovato un elisir di giovinezza, per anni disperatamente cercato tra unguenti e olii essenziali.

Fu così che nel 1609, la Contessa volle istituire una sorta di accademia di formazione per le giovani dei villaggi all’interno di Čachtice; ancora una volta, le giovani accorsero in gran numero, nonostante le sparizioni di chi aveva preso servizio alla fortezza avessero cominciato a destare sospetti.

Il pretesto dell’accademia, imprigionò nelle segrete del castello decine di povere malcapitate; chiuse in celle buie e costrette, alle più fortunate venivano praticati tagli o addirittura amputazioni, al fine di raccoglierne il sangue. Alle sciagurate più in salute, veniva recisa di netto la gola, dopo essere state appese a testa in giù per le caviglie.

In questo modo, Erzsébet Báthory, si procurò per lungo tempo il sangue necessario per i suoi bagni ringiovanenti, il quale, si dice, veniva da lei anche bevuto (ciò le fece guadagnare l’appellativo di contessa vampira, accostandola alla figura del conte Dracula).

Col tempo, molti nel castello vennero a conoscenza degli orrori perpetrati nei sotterranei, i quali si decisero a rompere il silenzio dietro a tali barbarie.

Insieme alle deposizioni rilasciate da contadini e braccianti alle autorità ecclesiastiche del luogo, a infangare il nome della Contessa si aggiunsero anche numerosi debiti e problemi di malgoverno, frutto di una trascurata gestione dei beni familiari.

Nel 1610, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, Mattia II, diede inizio alle indagini presso Čachtice; ciò che venne rinvenuto all’interno del castello, durante le ispezioni a sorpresa ordinate dall’imperatore, portò al mutismo più di un uomo.

Le pareti dei sotterranei e qualsiasi cosa fosse lì presente, era letteralmente intriso di sangue

Cadaveri e pezzi di questi erano ammassati in angoli bui, circondati da strumenti di tortura, corde e gabbie. Nel 1611, la Contessa e i suoi fedeli servitori vennero immediatamente mandati a processo e, successivamente, incarcerati.

Durante le deposizioni, emerse che le vittime “predilette” dalla donna, erano bambine di età compresa tra i dieci e i quattordici anni, per lo più contadine e aspiranti dame di compagnia. Oltre a ciò, stando a quanto presente negli archivi cittadini di Budapest, altri metodi di tortura vennero a galla; le ragazze venivano cosparse da capo a piedi di miele e coperte di insetti, o tenute recluse e denutrite.

Sotto, ritratto di Lucrezia Panciatichi, scambiato sovente per la Contessa Báthory:

Vi fu inoltre il sospetto, mai confermato, che la Contessa avesse banchettato con le carni delle ragazze in più di un’occasione, offrendole anche come pietanza durante cene di stato ad altri nobili. Infine, si suppose che torture e orgie vennero praticate in svariate occasioni come celebrazioni, compleanni e addirittura durante il matrimonio di una delle sue figlie.

La Contessa Erzsébet Báthory venne condannata all’ergastolo; venne murata viva in una stanza di Čachtice, con solo un foro a permetterle il contatto con le guardie, le quali le portavano cibo e bevande. Vi rimase fino al 21 Agosto 1614, quando morì, forse di malattia, forse suicidandosi lasciandosi morire di fame.

Era la fine di una scia di sangue troppo lunga, ma troppo oscura per essere dimenticata

Per centinaia di anni si è discusso sul numero delle giovani decedute tra le mura del Castello; chi disse più di seicento, chi tra le cento e le duecento, ma oggi gli storici più prudenti parlano di circa ottanta ragazze, anche se le stime di centinaia di fanciulle uccise non possono esser ritenute scorrette.

Le vicende di Erzsébet Báthory hanno per secoli tinto di rosso le storie alle corti d’Europa, e continuano a incutere inquietudine e orrore anche oggi, a quattrocento anni di distanza. La donna, i cui disturbi mentali hanno pregiudicato irrimediabilmente il destino, rimarrà una macchia di sangue, ormai coagulo, nell’albero genealogico dei Báthory, costellato di nobili, uomini di chiesa e re.

Sotto, il film “Bathory: Countess of Blood” del 2008, che riprende a grandi linee la storia di Erzsébet Báthory:

Sotto, il trailer di “The Countess”, del 2009:

Cecilia Fiorentini
Cecilia Fiorentini

Ho studiato lingue e sono una studentessa di Conservazione dei Beni Culturali, ho 24 anni e una grande passione per l'editoria e la scrittura. Mi diletto nella lettura di saggi sull'archeologia misterica, sulla spiritualità e sulle credenze di antichi popoli come Egizi, Vichinghi o Nativi Americani.