Quella di Erno Erbstein è la storia dell’uomo protagonista della rivoluzione del calcio moderno, quando il campionato italiano si giocava sotto i bombardamenti e quando lui, definito un umanista del gioco, come molti altri era costretto a sfuggire ai rastrellamenti in Europa.

Erbstein nacque nel 1898 a Nagyvarad (l’odierna Oradea), in quella che all’epoca era una provincia dell’Impero Austro-Ungarico – che oggi rientra nel territorio della Transilvania – e crebbe nella comunità ebraica di Budapest, dove studiò sia le scienze motorie sia la filosofia umanista.

Dopo aver giocato per quasi dieci anni per la polisportiva BAK, la sua avventura calcistica in Italia cominciò nel 1924, giocando nell’Olympia Fiume, ma il periodo storico era quello che era e i problemi non tardarono ad arrivare.

Nel 1926 infatti il provvedimento fascista  della Carta di Viareggio stabilì che a partire dal 1928 i giocatori stranieri non potessero giocare in Italia, così Erbstein si trasferì negli USA, dove per un paio d’anni riuscì a trovare lavoro e contemporaneamente a giocare a calcio con i Brooklyn Wanderers, prima che la crisi del 1929 determinasse la Grande Depressione e lo costringesse nuovamente a spostarsi. La sua carriera di calciatore a questo punto finì.

Tornato in Ungheria, iniziò una nuova fase della sua vita, non più calciatore ma studioso del calcio, cominciò infatti ad approfondire lo studio di aspetti tecnici e tattiche di gioco seguendo con grande attenzione ogni novità si palesasse, specialmente dall’Inghilterra, che in quegli anni era guardata come un modello dal punto di vista dell’innovazione del gioco.

In Italia nel frattempo non si erano dimenticati di lui, e presto sarebbe stato chiamato ad allenare diverse squadre, con le quali raggiunse ottimi risultati, specialmente con la Lucchese a cui regalò il passaggio dalla serie C alla B, fino a raggiungere la serie A aggiudicandosi il 7° posto in classifica nel campionato 1937-1938.

Il 1938 fu l’anno in cui arrivarono le Leggi Razziali. Le sue figlie rischiavano di essere espulse dalla scuola pubblica. Per cercare di evitare alle figlie l’espulsione, Erno accettò la proposta di guidare il Torino, in questo modo avrebbe potuto iscrivere le ragazze a una nuova scuola privata senza destare troppi sospetti.

Dalla Lucchese portò con sé Aldo Olivieri e nella nuova squadra trovò Bruno Neri, ex giocatore della Lucchese che nel corso della guerra divenne partigiano.

Il 18 dicembre di quell’anno il Torino batté l’Ambrosiana per 2 a 1 raggiungendo la vetta della classifica. L’entusiasmo fu breve, la sera di quello stesso giorno Erno venne infatti convocato in questura e gli venne comunicato che a causa delle sue origini ebraiche doveva lasciare l’Italia insieme a tutta la famiglia.

Erno decise di cambiare il suo cognome da Ernstein a Egri, che poteva suonare più italiano, e iniziò a presentarsi come Ernesto.

Il nuovo presidente del Torino, Ferruccio Novo, non perse mai l’occasione di aiutarlo. Nel 1939 trovò un accordo per uno scambio con l’allenatore del Rotterdam. Così Erbstein e la sua famiglia si misero in viaggio in treno diretti verso l’Olanda, il 17 febbraio, ma le autorità di frontiera annullarono loro il visto d’ingresso. Il viaggio si interruppe quindi in Germania, dove furono costretti ad alloggiare in un piccolo albergo con una stella di David dipinta sulla facciata. Non c’erano finestre, perché ogni notte la gioventù hitleriana si adoperava nel frantumarle a sassate.

Fu un periodo estremamente difficile, di isolamento e terribili preoccupazioni. Il consolato olandese di Torino emise un nuovo visto che venne invalidato come il primo. La moglie Jolande si ammalò fino a non potersi più alzare dal letto.

Erno riuscì infine a tornare con la famiglia in Ungheria e, ancora una volta grazie all’aiuto di Ferruccio Novo, che gli fece ottenere la rappresentanza di alcune industrie tessili italiane. Poté riavvicinarsi all’Italia e collaborare clandestinamente con il Torino per il quale suggerì, tra gli altri, l’acquisto di Valentino Mazzola.

È datata 7 ottobre 1939 la lettera che Erno scrisse a sua figlia Susanna: “Figlia mia carissima, io ti scrivo in italiano perché voglio che tu non dimentichi di aver avuto un’educazione italiana, latina, toscana. Non puoi immaginare quale tormento e preoccupazione sia per me vederti costretta a cessare i tuoi studi, nei quali hai riportato tanti onori. Se in tutte queste dolorose vicende e contro qualsiasi avversità rimani con la testa alta, forte d’animo e di spirito, se il tuo sguardo non si stacca dall’ideale, se la tua volontà non cede dinanzi agli ostacoli, se i tuoi desideri rimangono sempre cristallini, non attratti dal lusso, dai divertimenti, dal facile vivere, tu sarai quella che io sogno tu debba divenire: un essere superiore, una poetessa, una scrittrice, una scienziata“.

Susanna diventerà una famosa ballerina e nel 1953 istituirà a Torino il Centro di Studio della Danza.

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Nel 1944 l’Italia era spezzata in due dalla Linea Gotica, e gli alleati si facevano largo nel sud della Penisola. Il campionato andò avanti, ma sotto le bombe. Il rischio di chiamata alle armi per i giocatori era concreto. Si escogitò allora lo stratagemma di farli risultare elementi necessari all’industria bellica del Paese, così i giocatori del Torino vennero formalmente assunti come operai dalla FIAT, dando vita alla Torino FIAT. La Juventus si mosse nella stessa direzione con la fabbrica automobilistica Cisitalia, che apparteneva all’allora Presidente Piero Dusio.

Nello stesso anno i tedeschi invasero l’Ungheria ed Erbstein venne internato in un campo di lavoro per la costruzione di strade e ferrovie, ma si salvò dalle deportazioni così come le figlie e la moglie, che riuscirono a trovare asilo in un pensionato per ragazze alla periferia di Budapest, il quale però non tardò ad essere assaltato dalle truppe tedesche. Le tre donne fuggirono e riuscirono a rimediare documenti falsi che permisero loro, alla fine di quello stesso anno, di ricongiungersi a Erno prima dell’assedio di Budapest. Allora, costretto nuovamente a fuggire, Erbstein trovò rifugio presso Raoul Wallenberg, un funzionario svedese incaricato dalla War Refugee Board creata da Roosvelt di provvedere alla sezione umanitaria per la salvezza degli ebrei ungheresi, impegno che lo portò all’arresto e poi alla morte nel 1945 nel carcere di Lubyanka.

La famiglia Egri riuscì infine a ricongiungersi definitivamente e a tornare in Italia, dove venne nascosta da Ferruccio Novo fino alla fine della guerra.

Terminato il conflitto, Erno Erbstein tornò ufficialmente al Torino nelle vesti di direttore tecnico. I successivi quattro anni furono quelli del riscatto, quelli in cui la squadra di Ferruccio Novo si trasformò nel Grande Torino e brillò come nessun’altra nel firmamento del calcio. I Granata vinsero il campionato ogni anno e collezionarono molti record come i 125 gol messi a segno nel campionato del ‘48. L’affiatamento tra i giocatori, amici dentro e fuori dal campo, e le tattiche di gioco studiate da Erbstein fecero la differenza. Erano in molti a sostenere che quella fosse la migliore squadra d’Europa, e in effetti l’intera squadra era anche la colonna portante della nazionale azzurra, tanto che il CT Vittorio Pozzo contro l’Ungheria, nel ’47, aveva schierato ben dieci giocatori del Torino che avevano portato a casa la vittoria.

Poi arriva il 1949, e quella partita innocua con il Benfica organizzata per il 3 maggio di quell’anno in onore del capitano portoghese Francisco Ferreira. Per l’occasione, lo stadio di Lisbona contava più di 40.000 spettatori esultanti.

Dopo il 4-3 per i portoghesi, il 4 maggio il Grande Torino si rimise in viaggio per il rientro in Italia.

Sembrava un viaggio di routine ma sarebbe stato la fine di un sogno

Giunto sopra la città di Torino, l’aereo Fiat G212 delle Avio Linee Italiane, si ritrovò in mezzo a un banco di nebbia che azzerò la visibilità in volo, inoltre un malfunzionamento dell’altimetro non diede modo al pilota di capire che l’aereo stava volando a un’altezza pericolosamente bassa.

Fotografia di Matteo Rubboli:

L’aereo andò a schiantarsi addosso ai bastioni del giardino della Basilica di Superga.

In un momento il Grande Torino brillò, proprio come una stella che implode, e tutto finì

Trentuno persone, tra giocatori, staff tecnico, giornalisti ed equipaggio, morirono quel giorno. Erno Egri Ebstein era fra questi.

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Fotografia di Matteo Rubboli:

Ai funerali, mezzo milione di persone invase la piazza di Torino per dare l’ultimo saluto al sogno del Grande Torino, un sogno che era stato realtà e che da quel momento in poi sarebbe stato Mito.

Fotografia di Matteo Rubboli:

Barbara Giannini
Barbara Giannini

Ho studiato Archeologia medievale a La Sapienza di Roma, dopodiché ho intrapreso la strada dell’editoria lavorando per una casa editrice romana come editor e correttrice di bozze. Sono stata co-fondatrice nel 2013 di un’agenzia letteraria per la quale ho continuato a lavorare come editor e talent scout, rappresentando autori emergenti in Italia e all’estero. Attualmente sono iscritta al secondo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università Roma Tre e nel frattempo mi occupo di politiche ambientali. Sono appassionata di letteratura, arte, storia, musica e culture straniere.