Erich Priebke: il Boia delle Fosse Ardeatine

Erich Priebke è il criminale nazista che organizza l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma, il 24 marzo del 1944. In quelle cave di pozzolana vengono uccise 335 persone, come rappresaglia all’attentato partigiano di via Rasella, dove erano morti 33 soldati tedeschi, o meglio, altoatesini, del reggimento di polizia “Bozen”. Non è il capitano Priebke a decidere quell’eccidio, no, lui si limita ad eseguire, nel modo più efficiente possibile, gli ordini del suo superiore, il colonnello Herbert Kappler, capo della Gestapo a Roma. Volendo, nemmeno Kappler è direttamente responsabile, perché lui obbedisce al feldmaresciallo Albert Kesserling, che a sua volta riceve l’ordine da Hitler in persona. E così, in questa catena di scaricabarile, l’unico responsabile è Hitler, che tanto è morto e non può rispondere dei suoi crimini davanti a un tribunale terreno. Gli altri, i suoi fedeli ufficiali, fanno di tutto per sottrarsi al giudizio di un tribunale. Perché, in fin dei conti, non se lo meritano, loro hanno solo obbedito agli ordini. E’ il ritornello ripetuto da tutti i gerarchi nazisti, da quelli processati a Norimberga fino ad Adolf Eichmann, che viene scovato in Argentina e finisce impiccato in Israele, nel 1962.

Erich Priebke nasce nel 1913, in un piccolo centro vicino a Berlino. Deve imparare presto a guadagnarsi da vivere, perché il padre e la madre muoiono quando lui è ancora piccolo, e uno zio lo tira su, come dice lui, “a colpi di verga”. A 14 anni trova lavoro in un hotel di Berlino, poi in alberghi di lusso a Londra, Roma e Rapallo. Si iscrive al partito nazista nel 1933 e tre anni dopo entra nella Gestapo, la polizia segreta. Poi scoppia la guerra, ma lui la vede da lontano, non in Germania, ma in Italia, tra Brescia e Roma. Dal 1943 rimane fisso a Roma, agli ordini di Herbert Kappler, che comanda lo SD, il servizio di sicurezza e intelligence delle SS.

Dopo l’armistizio, il 12 settembre 1943 i tedeschi assumono il controllo sulla capitale, e il colonnello Herbert Kappler si impegna molto nella sua lotta contro ebrei e antifascisti. Prima però organizza la liberazione di Mussolini, detenuto a Campo Imperatore, poi sequestra la riserva aurea italiana – 120 tonnellate d’oro – e la trasferisce in Germania. Non contento, ordina alla comunità ebraica di Roma di consegnare 50 chili d’oro, nel giro di 36 ore. Se non obbediscono, duecento ebrei saranno deportati in Germania. Kappler ottiene quello che vuole, ma meno di un mese dopo ordina il rastrellamento degli ebrei nel ghetto, che finiranno ad Auschwitz. Sempre lui trasforma in carcere un edificio di Via Tasso, che diventa l’anticamera dell’inferno per oltre duemila antifascisti, che subiscono torture di ogni genere. Ed è lui che deve occuparsi di quell’attentato a via Rasella, prevedibile come un tuono dopo un fulmine, un pericolo ignorato, chissà perché, dall’efficiente servizio di sicurezza di Kappler.

L’attentato di via Rasella

Il 23 marzo 1944 i GAP (Gruppi di azione patriottica) di Roma compiono un’azione di guerra contro l’11ª Compagnia del III Battaglione di Polizia “Bozen”, che, in sostanza, è una polizia d’ordine, e non una banda musicale di semi-pensionati, come qualcuno ha detto di recente. La data non è scelta a caso, è l’anniversario della fondazione dei Fasci italiani di combattimento, fondati da Mussolini 25 anni prima.

Fascisti e nazisti sanno che è una giornata a rischio, tanto è vero che annullano la celebrazione, già programmata. I GAP però hanno in programma qualcos’altro: colpire la colonna del “Bozen”, che attraversa la città quasi quotidianamente, alle due di pomeriggio, minuto più minuto meno. Dal poligono di tiro di Tor di Quinto, dove si addestrano, marciano verso il Viminale, dove sono alloggiati. Durante il tragitto intonano canzonette di guerra in tedesco, proprio per rendere la loro presenza in città il più visibile possibile. E’ una dimostrazione di forza dei nazisti che, tra l’altro, va contro lo status di Roma, dichiarata “città aperta”, ovvero smilitarizzata. Il battaglione è un bersaglio facile, e sarebbe stato prudente non farlo marciare per le vie del centro di Roma in un giorno così a rischio di attentati. Tra l’altro, in quei giorni i tedeschi stanno iniziando a ritirare le truppe dalla città, per dimostrare che rispettano lo status di città aperta.

Anche il “Bozen” non si fa più vedere con la stessa regolarità. Nei cinque giorni che precedono l’attentato per tre volte manca l’appuntamento, ma il 23 marzo no. I gappisti lo vedono passare all’andata, e così sanno che possono procedere secondo il piano. Piano che sembra sul punto di saltare, perché il battaglione arriva in zona con due ore di ritardo, quando ormai i partigiani sono sul punto di andarsene. E invece il battaglione imbocca via Rasella verso le 15:45, e scatta il segnale concordato. L’ordigno viene innescato, era nascosto in un carretto da spazzino, e in meno di un minuto c’è l’esplosione, seguita dal lancio di quattro bombe a mano. Muoiono 33 soldati del battaglione, un bambino di 13 anni e un uomo di 48. Sul posto si precipitano il questore di Roma, Piero Caruso, il generale della Wehrmacht Kurt Mälzer, che comanda le forze armate tedesche a Roma, il console tedesco e il ministro dell’interno della RSI. Quando Mälzer si trova davanti a quella scena raccapricciante è deciso a far saltare in aria tutto l’isolato, e sta per farlo, nonostante le proteste del console e di un altro diplomatico tedesco. Il generale non sente ragioni, anche perché è ubriaco. I genieri tedeschi stanno già scaricando l’esplosivo quando arriva Kappler, che convince Mälzer a lasciare in mano sua la risoluzione del problema.

L’eccidio delle fosse Ardeatine

Iniziano i rastrellamenti e le perquisizioni nelle case del quartiere, grazie anche alla collaborazione di soldati italiani. Vengono arrestati molti ebrei del ghetto, che finiscono a Regina Coeli e che poi saranno uccisi alle Fosse Ardeatine. L’idea della rappresaglia scatta subito, mentre la ricerca dei responsabili dell’attentato non sembra una priorità. Anche perché, a quanto pare, Hitler in persona ordina una rappresaglia immediata, che deve “far tremare il mondo”: per ogni tedesco morto in via Rasella devono essere uccisi dai 30 ai 50 italiani. In realtà non esiste nessuna prova che Hitler abbia impartito un ordine del genere, perché tutte le decisioni vengono prese da Kappler, da Mälzer e dal suo diretto superiore, il generale von Mackensen. 10 italiani per un tedesco sembrano un numero sufficiente, e trovarne di più sarebbe stato davvero difficile. Perché l’idea iniziale è quella di fucilare persone già condannate a morte o alla pena dell’ergastolo, e magari anche chi è accusato di un reato che prevede la pena capitale. Dopo l’approvazione finale di Kesserling, si comincia a stilare la lista delle persone da fucilare, ma bisogna fare presto, perché la rappresaglia deve avvenire entro 24 ore. Non solo, deve avvenire nella massima segretezza. La notizia dell’attentato non viene diramata, né viene intimato ai responsabili di consegnarsi, e neppure viene richiesta la collaborazione dei romani per individuarli.

A quel punto sorge un problema: non ci sono abbastanza detenuti che rispondano ai requisiti previsti, nemmeno chiedendo la collaborazione del questore Caruso, che avrebbe dovuto fornire una lista di 50 prigionieri. Kappler chiede l’autorizzazione per fucilare 75 ebrei detenuti che dovevano essere deportati. Il comandante in capo della polizia tedesca dice prendete “tutti gli ebrei di cui avete bisogno”, basta sbrigarsi. Nella notte tra il 23 e il 24 marzo, negli uffici della Gestapo si lavora freneticamente alla compilazione della lista. C’è Kappler che dirige, e c’è il solerte Erich Priebke al suo fianco.

I tedeschi hanno a loro disposizione solo 19 prigionieri che risultano a rischio pena capitale, e quindi nella lista entrano immediatamente i 75 ebrei, più otto antifascisti che professano l’ebraismo. Poi, altri dieci nomi saltano fuori dalle persone rastrellate in via Rasella, perché si tratta di “noti comunisti”. Ma anche così non si raggiunge il numero sufficiente, e quindi bisogna includere dei prigionieri che aspettano di essere processati per reati come “oltraggio alle truppe tedesche” e altri simili, oppure perché sospettati di essere a capo di “movimenti clandestini”.

In questo modo finiscono nell’elenco anche personaggi di spicco. Uno è l’ebreo Aldo Finzi, che aveva appoggiato il fascismo ma era poi caduto in disgrazia. L’altro è il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, oltre a 37 militari italiani, compresi i due ufficiali che avevano arrestato Mussolini. Viene incluso anche un sacerdote, don Pietro Pappagallo, che era stato accusato di nascondere ebrei, antifascisti e soldati in fuga. Intanto, si è fatto mezzogiorno del 24 marzo, e bisogna organizzare il tutto, perché non è così semplice ammazzare 330 uomini in una sola volta senza far trapelare nulla. E soprattutto, bisogna trovare chi lo esegua, quel massacro.

Neanche questa è una cosa semplice, perché non uno, ma due ufficiali tedeschi rifiutano di eseguire l’ordine di Kappler. A cominciare dal comandante del battaglione Bozen. L’esecuzione della rappresaglia spetta ai commilitoni delle vittime, almeno secondo la consuetudine di guerra, ma loro rifiutano di partecipare a quel massacro. Non possono farlo, dicono, perché loro sono tutti cattolici e non disposti ad uccidere civili innocenti. E poi non si tratta di formare un plotone d’esecuzione che esegua delle condanne a morte. No, bisogna uccidere un uomo dopo l’altro, con un colpo alla nuca, come in una raccapricciante catena di montaggio.

Allora Mälzer chiede un reparto di soldati al colonnello Hauser, ma riceve un altro rifiuto: è la polizia tedesca ad aver subito l’attentato, che se la sbrighino loro a vendicarsi. A Kappler non rimane che una soluzione, usare tutti i 74 uomini del suo reparto. Ci sono quelle galleria abbandonate di Via Ardeatina che fanno proprio al caso loro perché, quando tutto sarà finito, basta far crollare le entrate con l’esplosivo per nascondere il massacro. A dirigere tutta quell’orrida trafila c’è il capitano Carl Schütz, mentre Erich Priebke ha il compito di controllare la lista e depennare i nomi degli uccisi. Alle due di pomeriggio inizia il trasporto dei prigionieri verso il luogo dell’eccidio, che inizia intorno alle 15:30.

I prigionieri entrano a gruppi di cinque, e quando arrivano in fondo alla galleria trovano Priebke, che chiede i loro nomi per cancellarli dalla lista. Man mano che passa il tempo le cose si complicano: qualche prigioniero si ribella e bisogna usare la forza, mentre qualcun altro non muore subito e bisogna sparargli più volte. I corpi si accumulano e non c’è più spazio, così quelli che vengono dopo devono arrampicarsi sulle pile di corpi. Intanto, gli uomini di Kappler fanno fatica ad andare avanti, perché molti di loro si occupano solo di amministrazione e non sono abituati a certi orrori. Uno dei sottufficiali si rifiuta di sparare, poi c’è chi vomita, chi sviene e chi sbaglia la mira, magari perché ha bevuto qualcosa per darsi coraggio. Intanto Priebke controlla scrupolosamente la lista e all’ultimo turno si accorge che quelle cinque persone sono in più, ne hanno già uccise 330. Kappler gli ordina di far ammazzare anche loro, e lui, come sempre, esegue senza discutere. Alle otto di sera tutto è finito. Tre ore dopo esce un comunicato che attribuisce l’attentato di via Rasella a “comunisti badogliani”, e rende nota la decisione di fucilare dieci “criminali comunisti badogliani” per ogni tedesco ammazzato. E conclude: “Quest’ordine è già stato eseguito”.

Alle Fosse Ardeatine Priebke non controlla solo la lista dei prigionieri, anche lui deve partecipare al massacro, come tutti gli altri. Perché gli ordini sono ordini, come dice lui stesso in un’intervista al quotidiano Repubblica:

“Sì alle Fosse Ardeatine ho ucciso. Ho sparato, era un ordine. Una, due tre volte. Insomma, non ricordo, che importanza ha? Ero un ufficiale, mica un contabile. […] Fucilammo cinque uomini in più. Uno sbaglio, ma tanto erano tutti terroristi, non era un gran danno”.

Insomma, gli ordini non si discutono e comunque, alla fin fine, non è che fossero poi così ingiusti.

L’inizio della fine

Dopo l’eccidio Priebke rimane a Roma, almeno fino a quando le truppe alleate entrano in città, il 4 giugno 1944. Mentre sono in fuga, i nazisti compiono l’ennesima, inutile strage: uccidono i prigionieri detenuti in Via Tasso, in una zona di campagna sulla via Cassia conosciuta come La Storta. Il sistema è sempre lo stesso: un colpo alla nuca e via, per liberarsi di 14 antifascisti scomodi, tra i quali c’è il sindacalista socialista Bruno Buozzi. Un ufficiale di basso rango, Hans Kahrau, si occupa della faccenda, ma ancora non si sa chi abbia impartito quell’ordine, e perché. Forse è proprio Eric Priebke, vicecomandante a Via Tasso, o forse è Kappler, ma ormai è impossibile stabilirlo.

Dalla metà di giugno Priebke è a Brescia, dove fascisti e nazisti sono impegnati nella lotta contro i partigiani nascosti nelle montagne. Devono trovare chi, in città, li sostiene e aiuta. Priebke partecipa di persona a perquisizioni e rastrellamenti, e poi interroga i detenuti, con i consueti metodi di tortura.

Il 13 maggio del ’45, dopo che i tedeschi si erano arresi, Priebke viene arrestato a Bolzano, insieme a molti altri soldati e ufficiali. Finisce nella prigione di Ancona, poi viene spostato in un campo di concentramento ad Afragola, vicino Napoli, dove viene interrogato dagli inglesi. Racconta delle Fosse Ardeatine, ma si assume la responsabilità di due “sole” uccisioni. Da lì viene trasferito a Rimini, sempre sotto custodia degli inglesi. Arriva il 31 dicembre del 1946, e tutti hanno voglia di festeggiare il nuovo anno, anche le guardie del campo, che probabilmente brindano un po’ troppo. E’ l’occasione giusta: Priebke e altri quattro tedeschi riescono a scappare e trovano asilo in un convento. Poi, ognuno per la sua strada. Priebke arriva a Vipiteno due giorni dopo. Ad aspettarlo ci sono la moglie e i due figli. L’Alto Adige è un posto accogliente per i criminali nazisti, che godono della protezione di alcuni sacerdoti, in particolare dal Vicario generale della diocesi di Bressanone, Alois Pompanin, un fanatico sostenitore del pangermanesimo e quindi di Hitler. I criminali nazisti però devono diventare cattolici. Il vescovo Geisler e il vicario Pompanin possono farli espatriare, ma solo se sono disposti a farsi battezzare.

E che problemi potevano farsi personaggi come Priebke e Eichmann, che avevano già venduto l’anima al diavolo? Nessuno. Priebke riceve il battesimo il 13 settembre 1948, e ottiene così il passaporto falso che gli permette di raggiungere l’Argentina, paese che ospita volentieri i nazisti in fuga, partiti dall’Europa grazie a una rete di sostegno, la ratline.

La ratline

La ratline, grisella in italiano, in gergo marinaresco è una corda che arriva in cima ai pennoni di una nave, in pratica l’ultima via di scampo dei topi in caso di naufragio, prima di essere inghiottiti dal mare. Nell’immediato dopoguerra, e per qualche anno a venire, migliaia di nazisti riescono a scappare, non da una nave che affonda, ma da una Germania sconfitta e devastata, attraverso un diversificato sistema di vie di fuga, chiamato appunto ratline: sono gerarchi e funzionari, ma anche collaborazionisti dei paesi occupati, e ustascia croati (nazionalisti cattolici di estrema destra) che, grazie a insospettabili complicità, riescono a raggiungere un “porto sicuro”, in Argentina principalmente, dove sono accolti a braccia aperte dal Presidente Juan Peron, e poi in Paraguay, Brasile, Cile, Bolivia, e anche negli Stati Uniti. La fuga di questi criminali di guerra viene organizzata anche con la fattiva collaborazione di qualche ecclesiastico, e con il beneplacito degli Stati Uniti, che sono a conoscenza della ratline. Uno dei principali artefici della salvezza dei nazisti è il vescovo austriaco Alois Hudal, un sostenitore di Hitler della prima ora, che riesce ad ottenere passaporti falsi forniti dalla Croce Rossa Internazionale. E’ proprio Hudal a procurare il passaporto a Priebke, a sua moglie e ai figli.

In Argentina

A fine dicembre del ’48, Priebke e famiglia sbarcano a Rio de la Plata, e poi si trasferiscono a San Carlos de Bariloche, ridente cittadina ai piedi delle Ande. Lì non manca niente, ci sono montagne innevate dove si può andare a sciare, e un bel lago azzurro dove pescare. E’ tanto bello quel posto, così simile a un paese alpino, che diventa il rifugio di un nutrito gruppo di criminali nazisti. A Bariloche, Priebke apre un caffè, poi costruisce una clinica e quindi diventa il direttore di una scuola e presidente dell’Associazione Culturale Germania Argentina. Insomma, conduce una vita del tutto normale, e non ha nemmeno bisogno di cambiare cognome. Al primo rinnovo del passaporto è di nuovo il signor Priebke, di nome Erico, giusto per dare un tocco spagnolo. Non solo, con quel passaporto torna in Europa diverse volte: nel 1978 partecipa ai funerali del suo caro amico Herbert Kappler, in Germania, mentre nel 1980 visita l’Italia con la moglie, per rivedere Rapallo e Roma. Perché Bariloche è sì un bel posto per vivere, ma vuoi mettere la magia di una cena con vista sui Fori Imperiali?

Trascorrono così quasi 50 anni, in tranquillità, tra raduni annuali fra ex camerati e una vita sociale molto soddisfacente, perché Priebke è un membro rispettato e influente della comunità. Poi, nel 1994, qualcuno bussa alla sua porta per presentargli il conto della sua vita precedente.

Lo scoop della rete televisiva ABC

Il Centro Simon Wiesenthal fa una segnalazione a un giornalista della TV statunitense ABC. Il signor Juan Mahler, che vive a Bariloche, è in realtà Reinhard Kopps, ex ufficiale delle SS. Una troupe arriva nella città argentina e trova Mahler, che dopo un po’ ammette di essere Kopps, e che, è vero, ha aiutato molti camerati a scappare in Argentina, ma in fondo lui è un pesce piccolo. Perché i giornalisti non intervistano un “vero” criminale di guerra, come Erich Priebke, che abita a due passi? Detto fatto, il giornalista intercetta Priebke quando esce dalla sua scuola: “Signor Priebke, Sam Donaldson, televisione americana […] è lei Erich Priebke?”. Ma certo che sì, sono io, e non ho nulla da nascondere, perché non ho fatto niente di male, e là, alle Fosse Ardeatine, ho solo obbedito agli ordini. E’ questo, in sostanza il succo dell’intervista rilasciata all’ABC.

E’ il 6 maggio 1994, Priebke ha 81 anni, è un povero vecchio inoffensivo, perché arrestarlo per qualcosa che ormai appartiene alla storia? Le autorità argentine non ritengono di dover intervenire, poi però lo mettono agli arresti domiciliari, perché quella notizia ha fatto scalpore e si è diffusa in tutto il mondo. Il 9 maggio l’Italia fa richiesta di estradizione e la Corte suprema argentina la accoglie solo a novembre 1995.

I processi

Priebke arriva in Italia a fine mese, e viene rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea, a Roma. A dicembre c’è l’udienza preliminare e la Procura chiede che Priebke sia processato per crimini di guerra, in relazione all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Dopo un paio di rinvii per motivi tecnici, il processo inizia l’8 maggio 1996 e si conclude ad agosto. La sentenza lascia di stucco tutti, perché il Tribunale militare decide di non procedere, nonostante la riconosciuta responsabilità di Priebke, “essendo il reato estinto per intervenuta prescrizione”. Il criminale nazista è libero. Non per molto, il giorno dopo viene arrestato di nuovo, perché la Germania ha richiesto la sua estradizione. A ottobre la Corte di Cassazione annulla la sentenza del Tribunale militare, e quindi il processo è da rifare.

Erich Priebke è di nuovo alla sbarra, insieme a un altro ufficiale delle SS, Karl Hass, anche lui coinvolto nell’eccidio. Questo Karl Hass è lo stesso che è riuscito ad arrestare, con l’inganno, la principessa Mafalda di Savoia, morta nel campo di concentramento di Buchenwald. Dopo la fine della guerra ha vissuto quasi sempre in Italia, perché ha collaborato con i servizi segreti statunitensi ed è protetto dal Ministero degli Interni. Addirittura, nel 1969, partecipa come comparsa a un film di Luchino Visconti, dove veste i panni di un militare delle SA, perché il regista trova che abbia proprio la faccia giusta. Negli anni ha usato numerosi alias, ma col tempo ha ripreso il suo vero nome, che compare sull’elenco telefonico di un paese vicino Milano. Insomma Hass non ha avuto bisogno di scappare in Argentina, ha vissuto senza problemi tra l’Italia, la Svizzera e l’Austria.

Il nuovo processo inizia il 4 aprile 1997. A difendere Priebke c’è un collegio di avvocati guidati da Carlo Taormina, che contesta l’accusa, perché l’imputato “ubbidì a un ordine da lui ritenuto legittimo”. Non solo, i suoi parigrado sono stati assolti nel processo del 1948, quello contro Kappler, perché ritenuti soggetti all’obbedienza assoluta. Lo stesso Kappler viene condannato non perché ha fatto ammazzare 335 persone, ma perché fa fucilare cinque persone in più rispetto al numero previsto dalla rappresaglia, e quindi quelle cinque persone sono considerate vittime di una sua iniziativa personale.

Nonostante questi precedenti, Priebke viene condannato a 15 anni di reclusione, 10 dei quali condonati per l’amnistia generale del 1945, e tre già scontati al momento della sentenza. Rimane il fatto che Priebke viene giudicato “colpevole di omicidio aggravato e continuato, in danno di 335 persone”. Contro questa sentenza ricorrono in appello sia la difesa sia la Procura militare. La Corte d’Appello, nel marzo 1988, emette una condanna all’ergastolo, sia per Priebke sia per Hass. La condanna viene confermata dalla Corte di Cassazione, nel settembre 1998.

Gli arresti domiciliari e la morte

Priebke rimane qualche mese in carcere, poi ottiene gli arresti domiciliari. Si trasferisce in un appartamento di proprietà di uno dei suoi avvocati, che glielo cede a titolo gratuito. Sulla porta, l’ufficiale nazista mette un cartello scritto a mano, Vae Victis, Guai ai Vinti. In sostanza lui si considera una vittima e non un carnefice. Questione di punti di vista, che negli anni hanno suscitato molte polemiche. C’è chi parla di una vera ingiustizia, di persecuzione, chi invoca la grazia e chi, invece, trova quei domiciliari fin troppo blandi. Perché Priebke col tempo ottiene diversi permessi. Nel 2003 il suo solerte avvocato organizza dei festeggiamenti pubblici per il 90° compleanno del suo assistito. Nel 2007, quando ha 94 anni, ottiene un permesso per andare a lavorare nello studio del solito avvocato, quello stesso che gli ha ceduto l’appartamento “pro amore dei”. Il permesso viene immediatamente revocato, ma comunque Priebke può uscire di casa “per fare la spesa, andare a messa, in farmacia”, accompagnato da una badante e da due poliziotti, pagati dallo stato italiano per proteggerlo, 24 ore su 24.

L’11 ottobre 2013 Erich Priebke muore, alla bella età di 100 anni. A Roma, né le autorità civili né quelle ecclesiastiche concedono il permesso per la celebrazione del funerale, che si terrà ad Albano Laziale, non senza difficoltà. Sorge però il problema di dove seppellirlo: in Argentina, dove Priebke voleva essere sepolto accanto alla moglie, non lo vogliono, e non lo vogliono nemmeno in Germania. Non può essere seppellito neanche in un cimitero militare, perché non è morto in guerra. E’ un corpo che nessuno vuole e che non può essere cremato, perché i figli negano il permesso. Alla fine, la salma finisce in luogo segreto, tumulata forse all’interno di un carcere. Ma, alla fin fine, cosa importa dov’è sepolto Priebke? Quello che conta è il suo lascito, se così si può chiamare. Perché Priebke, che non si può chiamare “ex” nazista, ha rivendicato fino alla fine la sua ideologia criminale. E lo ha fatto con un testamento politico reso noto solo dopo la sua morte.

“La fedeltà al proprio passato è qualche cosa che ha a che fare con le nostre convinzioni. Si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali, quello che per noi tedeschi fu la Weltanschaung ed ancora ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore.” Un passato che Priebke vede a suo modo, perché secondo lui “nei campi di concentramento le camere a gas non si sono mai trovate, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau”. Anzi, nei lager si viveva bene, perché “c’erano immense cucine in funzione per gli internati e anche un bordello per le loro esigenze”. Neppure l’Olocausto è vero, è solo una “manipolazione delle coscienze”. Nessun pentimento, nessun rimorso, nessuna assunzione di responsabilità. Solo la dimostrazione che il “male” non è poi così banale e continua a vivere ancora oggi. Continua a vivere in chi non vede nei fatti di via Rasella un legittimo atto di guerra contro un invasore feroce e spietato. E in chi vede nell’eccidio delle Fosse Ardeatine una rappresaglia consentita dalle leggi di guerra. Il passato è passato, è vero, ma non è ancora sepolto, purtroppo.

Destini

Herbert Kappler: alla fine della guerra viene arrestato e, nel 1947, processato da un tribunale militare italiano. Condannato all’ergastolo, finisce nel carcere di Gaeta. Chiede due volte la grazia, mai concessa, nonostante le insistenze delle autorità tedesche. Mentre è in prigione sposa una sua connazionale di quasi vent’anni più giovane di lui. Nel 1976 viene trasferito al Policlinico militare Celio, perché è gravemente malato. Il 15 agosto 1977 la moglie riesce a organizzare la sua fuga, probabilmente grazie ai servizi segreti tedeschi e italiani. Kappler muore in Germania a febbraio del 1978, senza essersi mai pentito del suo passato.

Albert Kesserling: il 6 maggio 1945 si arrende agli inglesi, e il 10 marzo viene processato da un tribunale militare britannico, per il suo coinvolgimento nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Viene condannato a morte, ma la pena viene commutata in ergastolo, e poi a 21 anni di reclusione. Nel 1952 è già libero, e diventa consulente del governo tedesco, in materia di riarmo. Anche lui dice di non aver niente da rimproverarsi, anzi, pensa che gli italiani debbano fargli un monumento per aver salvato beni artistici a Roma e Firenze. Muore il 16 luglio 1960, ancora orgoglioso del suo passato e della sua lealtà verso Hitler.

Kurt Mälzer: Anche lui viene condannato a morte dai britannici per l’eccidio delle Fosse Ardeatine. La pena viene commutata in ergastolo, da scontare in un carcere tedesco. Muore nel 1952, mentre è ancora detenuto.


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