Quanti santi ci sono nella tradizione cattolica? Ecco, non è così facile rispondere. Perché, la verità, è che non lo sappiamo con certezza. Una stima ufficiale ci dice che dal 1588, anno in cui papa Sisto V istituì la Congregazione per le Cause dei Santi, sono stati proclamati 1726 santi. E, in tempi moderni, Papa Francesco, ha segnato un record: ben 898 santi sono stati canonizzati durante il suo pontificato.
Ma questo è solo un capitolo recente di una storia molto più vasta. Prima del 1500? Ecco, qui le stime variano ampiamente. Alcuni parlano di circa 9000 santi riconosciuti fino a quel periodo, altri arrivano a cifre molto più alte, fino a 20000. Ma la verità è che molti dei santi del primo millennio cristiano sono avvolti dal mito, dalle tradizioni locali, e non sempre hanno lasciato tracce documentate.
Pensiamo ad alcuni dei santi più conosciuti: San Francesco d’Assisi, il dolce patrono d’Italia, che parlava agli uccelli e viveva in povertà assoluta, ma anche a San Giorgio, il coraggioso cavaliere che sconfisse il drag. Ogni nazione, ogni città, ha il proprio santo patrono, una figura in cui la comunità si riconosce e a cui si affida. Alcuni santi si distinguono per i loro attributi: San Lorenzo, martirizzato su una grata; San Sebastiano, trafitto da frecce; o San Pietro, spesso rappresentato con le chiavi del Paradiso in mano.
Ma oggi vi vorrei parlare di una coppia che, probabilmente, non è così conosciuta. Torniamo indietro nel tempo, nel cuore del Medioevo, nel pieno del Sacro Romano Impero. Vi porto alla corte di Enrico II e Cunegonda, una coppia reale che ha conquistato non solo il potere temporale, ma anche quello spirituale.
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SACRO ROMANO IMPERO
Facciamo un attimo il punto della situazione. Dove siamo, in che epoca siamo e cosa sta succedendo.
Siamo in un periodo chiave della storia europea, il momento di passaggio tra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuta nel 476, e la nascita di una nuova entità imperiale: il Sacro Romano Impero.
Dopo la caduta di Roma, per oltre tre secoli nessun sovrano si era più fregiato del titolo di imperatore in Occidente. Questo cambia la notte di Natale dell’800, quando papa Leone III incorona Carlo Magno come imperatore. Nasce così l’Impero Carolingio, considerato da molti la prima “fase” del Sacro Romano Impero, che, nel suo periodo di massimo splendore (attorno all’814), comprendeva gran parte dell’Europa centrale.
Tuttavia, questo vasto impero non dura a lungo. Nel 843, il Trattato di Verdun divide il territorio carolingio tra i tre nipoti di Carlo Magno: Lotario I riceve la parte centrale, che includeva territori importanti come Aquisgrana e Roma; Carlo il Calvo governa l’odierna Francia; mentre Ludovico il Germanico prende i territori dell’odierna Germania. Questa divisione frammenta il potere e rafforza i feudatari locali, che iniziano ad ottenere maggiore autonomia. (Lotario I governa la Francia Media – la fascia di territorio centrale tra Mare del Nord, bacino del Rodano, del Reno, le Alpi e l’Italia, con le città di Aquisgrana e Roma; Carlo il Calvo governa la Francia occidentalis (l’odierna Francia senza la Provenza) e Ludovico il Germanico si prende la Francia orientalis cioè l’odierna Germania, i territori compresi tra il Reno e l’Elba – Baviera e Carinzia comprese)
Approffittando della debolezza del potere centrale, i grandi vassalli riuscirono a ottenere il diritto di eredità dei feudi. Dall’877, i titoli feudali maggiori (duca, marchese, conte) erano diventati ereditari. L’autorità del re era di conseguenza limitata e subordinata alla fedeltà dei suoi vassalli. Come conseguenza, le famiglie fedautarie avevano cominciato a mostrare sempre meno fedeltà per l’imperatore, fino al punto da costringere Carlo il Grosso, l’ultimo imperatore carolingio, a deporre la corona
A ristabilire il prestigio del titolo imperiale è una nuova dinastia, quella dei Sassoni.
Nel 962, Ottone I viene incoronato imperatore. Per consolidare il suo potere, Ottone si affida soprattutto ai vescovi tedeschi, ai quali concede vaste terre e privilegi, creando così i principati episcopali, ovvero territori governati dai vescovi. In questo modo, riesce a controllare meglio i feudatari laici e rafforza l’autorità centrale.
Inoltre, con il Privilegium Othonis, Ottone stabilisce che l’elezione del papa debba avvenire solo con il consenso dell’imperatore, sancendo una chiara superiorità dell’autorità imperiale su quella papale, pur riconoscendo al papa il controllo su Roma.
I successori di Ottone, come Ottone III, cercano di mantenere questa supremazia, ma con obiettivi ancora più ambiziosi. Ottone III sale sul trono a 15 anni e ha come obbiettivo la restaurazione dell’Impero Romano sotto guida germanica. DI conseguenza, la capitale dell’Impero doveva essere Roma. Si crea una corte in stile bizantino, dette ai suoi funzionari nomi greco-romani e nominò papa il suo maestro Gerberto, con il nome di Silvestro II, scontentando un po’ tutti, ma soprattutto l’aristocrazia tedesca, che si sentiva offesa da un imperatore germanico che risiedeva stabilmente in Italia. Non trovò molta comprensione neppure Roma, dove scoppiarono tumulti, per cui Ottone ed il papa Silvestro nel 1001 dovettero fuggire dalla città. Mentre si stava organizzando per debellare la rivolta, Ottone III muore a 22 anni, probabilmente per vaiolo. Non lasciò eredi diretti e la corona passò all’ultimo discendente del ramo cadetto della dinastia sassone: Enrico duca di Baviera.
ENRICO II
Enrico nasce nel 973 a Hildesheim, all’epoca una diocesi della Bassa Sassonia. Suo padre, noto come “l’attacabrighe”, si trova confinato lì a causa delle sue dispute incessanti con l’imperatore Ottone II, che lo ha imprigionato e privato del Ducato di Baviera. La prigionia del padre si conclude solo dopo la morte di Ottone II, quando viene finalmente liberato.
A causa di questo esilio, Enrico cresce senza alcuna aspettativa di ereditare il trono imperiale. Viene educato in un ambiente ecclesiastico, con l’obiettivo di entrare un giorno nel clero. Questa formazione segna profondamente il suo carattere: Enrico sviluppa un amore per le Sacri Scritture, e un interesse per i libri, l’arte e l’architettura. Di politica e guerra, invece, non sa molto. Quando suo padre recupera il Ducato di Baviera e torna a casa, Enrico viene introdotto a un mondo di potere e intrighi, ma mantiene un legame saldo con l’ambiente religioso in cui è cresciuto.
Questi rapporti con il clero restano centrali nella sua vita. Quando viene eletto Duca di Baviera, i vescovi lo convincono a promuovere politiche di riforma dei monasteri, iniziative che portano avanti la sua visione religiosa. Questa propensione al cambiamento della chiesa diventa un aspetto chiave del suo regno, e continua anche quando Enrico diventa imperatore, sostenuto dalla sua moglie, Cunegonda.
Di Cunegonda, come spesso accade per le donne del Medioevo, sappiamo molto meno. Non conosciamo con certezza la data della sua nascita, probabilmente avvenuta tra il 975 e il 985, ma sappiamo che è l’ottava figlia del conte Sigfrido di Lussemburgo, fondatore della casata.
Nonostante la famiglia di Cunegonda sia di rango inferiore rispetto a quella di Enrico, il matrimonio fra i due, celebrato nel 995, sembra più che altro basato su legami personali. È probabile che Enrico sia in buoni rapporti con i fratelli di Cunegonda, e che il loro legame sia stato un fattore determinante nella scelta del matrimonio.
ASCESA AL TRONO IMPERIALE
Ottone III, l’imperatore in carica in quegli anni, muore molto giovane, a soli 22 anni, e senza lasciare eredi. La sua morte avviene in Italia, un territorio che si era dimostrato ostile verso di lui. Addirittura, la notizia del suo decesso viene tenuta segreta per un po’, per permettere al seguito imperiale di organizzare una ritirata strategica. Così, sotto la guida dell’arcivescovo di Colonia, Heribert, il corpo di Ottone III e il suo seguito si spostano verso il nord dell’Impero, attraversando territori più sicuri.
Ma qual è il primo territorio tedesco “amico” che incontrano risalendo dall’Italia? Esatto, è il Ducato di Baviera, governato proprio da Enrico. E qui Enrico vede un’opportunità. Approfitta della situazione e costringe l’arcivescovo Heribert a consegnargli i regalia imperiali, i simboli del potere dell’imperatore. In pratica, Enrico si fa riconoscere come legittimo successore di Ottone III.
C’è però un problema: manca uno degli oggetti più importanti della regalia imperiale, la Sacra Lancia, reliquia considerata cruciale per il potere imperiale. Ed è qui che Heribert gioca la sua partita: l’arcivescovo infatti preferisce al trono Hermann II, duca di Svevia, e per questo ha fatto inviare segretamente la Sacra Lancia ad Aquisgrana.
Enrico, però, non si lascia scoraggiare. Con decisione, cattura sia Heribert che suo fratello, Enrico di Rothenburg, vescovo di Würzburg. Solo dopo aver assicurato il controllo su questi due importanti ecclesiastici, Enrico riesce finalmente a ottenere la consegna della Sacra Lancia, ristabilendo così il possesso completo dei simboli del potere imperiale.
Ora, con la regalia imperiale nelle sue mani e con il sostegno di un esercito, Enrico si dirige verso Magonza, dove, il 7 giugno 1002, viene eletto re dai grandi nobili del regno di Germania. L’arcivescovo di Magonza lo incorona come Enrico II, sancendo ufficialmente la sua ascesa al trono.
REGNO
I due sovrani, Enrico II e Cunegonda, vengono incoronati imperatori a Roma nel 1014, ma il loro regno non si limita alla gestione quotidiana del potere. Enrico, di certo, è noto per le sue iniziative politiche, ma non entreremo nei dettagli delle sue campagne militari o alleanze complesse – argomenti più adatti a un pubblico di storici specializzati. Ciò che merita particolare attenzione, invece, è la straordinaria presenza di Cunegonda nella gestione dell’Impero.
Cunegonda non è soltanto la consorte dell’imperatore: compare regolarmente nei documenti ufficiali, spesso come principale firmataria, un fatto raro per l’epoca. In molte occasioni, rappresenta Enrico in sua assenza, un compito che le conferisce un ruolo politico di rilievo. Con ogni probabilità, è la prima regina dei Franchi orientali a essere incoronata e consacrata con pieni poteri, un riconoscimento formale della sua autorità accanto a quella del marito. Questo aspetto rende Cunegonda un’eccezione rispetto alle regine che l’hanno preceduta, il cui ruolo era spesso più simbolico che operativo.
La visione politica e spirituale dei due sovrani si basa fortemente sulla loro fede religiosa. Enrico e Cunegonda sono devotissimi e governano ispirandosi ai principi del Vangelo. In pratica, ciò significa che il loro regno si fonda su una stretta collaborazione con la Chiesa e su una politica religiosa rigorosa. Non solo supportano economicamente molti monasteri, ma creano nuove diocesi per rafforzare la struttura ecclesiastica dell’impero. Allo stesso tempo, si impegnano a riformare la Chiesa dall’interno, depurandola da vescovi corrotti e implementando regole precise per il clero.
Le riforme di Enrico toccano vari aspetti della vita ecclesiastica: stabilisce quando e come i monasteri devono osservare i giorni di digiuno e determina quanto le diocesi debbano contribuire in carità. Il suo impegno è talmente profondo da farlo apparire quasi come una sorta di prete-imperatore, un monarca che non si limita alla politica ma si occupa anche della moralità del suo regno.
Un altro aspetto che contribuisce alla sua fama è il suo lavoro a favore della pace. Non che Enrico sia un sovrano pacifista in senso moderno, ma durante il suo regno riesce a mantenere una relativa stabilità. Anziché lanciarsi in continui conflitti, preferisce risolvere le dispute con la diplomazia, cercando di raggiungere tregue e accordi di pace, piuttosto che attraverso guerre sanguinose. Quando è impegnato in questi viaggi diplomatici, è Cunegonda a prendere il controllo, assumendo la reggenza e garantendo la continuità del governo.
Insieme, Enrico e Cunegonda incarnano un modello di leadership congiunta. Un esempio quasi unico nel Medioevo, che vede Cunegonda al centro della scena accanto a un marito profondamente devoto al suo ruolo di imperatore e, in un certo senso, anche di pastore spirituale del suo popolo.
Nel 1024, dopo una lunga convalescenza, Enrico muore e viene sepolto nel duomo di Bamberga, la diocesi che lui e Cunegonda avevano costruito. Per un anno dopo la sua morte, Cunegonda prende le redini del regno ed è lei a passare il testimone a Corrado II, nuovo imperatore.
Dopodiché, si ritira in un convento dove prende il velo e vive da suora fino alla fine dei suoi giorni.
Ora, possiamo stare qui a dibattere sul fatto che i due fossero bravi monarchi o meno, ma non è l’aver costruito qualche monastero che ti rende santo, giusto? Dunque, che cos’hanno fatto Enrico e Cunegonda? Cioè, come si diventava santi nel medioevo?
MIRACOLI E CANONIZZAZIONE
Come abbiamo visto, sebben sì la vita dei due imperatori si può dire essere stata vissuta seguendo gli insegnamenti del vangelo, non abbiamo grandi avvenimenti che giustificherebbero la loro canonizzazione. O forse sì?
Va ricordato che, nel medioevo, per riconoscere un santo e canonizzarlo ci voleva almeno un secolo, cioè un secolo per riconsocere gli atti caritatevoli e affinché si costruisse un culto intorno alla figura ormai morta. Il tutto dipende non solo dal modo in cui hanno vissuto la loro vita terrena, ma soprattuto nel modo in cui questa è stata “riproposta” nella memoria collettiva.
Prendiamo ad esempio il matrimonio di Enrico e Cunegonda: la prima cosa che colpisce è il fatto che non ebbero figli. Be’, questo era certamente un problema per la corona. Un regno senza eredi apriva inevitabilmente la strada a conflitti dinastici e guerre di successione. Per evitare questo, ci si aspettava che dopo diversi anni di infertitlità, Enrico si risposasse – ovviamente nel medioevo l’infertilità era attribuita solo alle donne. Insomma, ci si aspettava che un buon re facesse di tutto per assicurarsi una discendenza. Questo non accade. La coppia rimane insieme fino alla fine senza produrre alcun erede.
Invece di interpretare questa scelta in modo negativo, viene proposta una narrativa santa e celebrativa. Un matrimonio senza figli non era da biasimare, ma era qualcosa di casto e puro. Secondo questa versione, Enrico e Cunegonda avrebbero scelto di vivere il loro legame come un’unione spirituale, senza consumare fisicamente il matrimonio.
Non sono degli eredi che i due lasciano al mondo, ma qualcosa di più. Nel 1007, fondano la diocesi di Bamberga, una delle iniziative religiose più importanti del loro regno. Bamberga diventa una sorta di lascito simbolico, non di carne, ma di fede.
La realtà sulla castità del matrimonio è ben diversa, e non lo dicono solo gli storici, ma anche i commenti del tempo. Innanzitutto, si sapeva bene che tra i due era Enrico quello infertile o “zoppo nei lombi” cioè impotente. Probabilmente questi commenti poco lusinghieri dell’epoca derivano dalla condizione fisica di Enrico, ch ein realtà non godeva di una grande salute. Era affetto da problemi renali che lo costringevano a letto in mezzo a dolori per lunghi periodi.
Anche sulla questione della verginità o meno della coppia, c’è stato più di un battibecco tra storici e teologici. Perché in diverse missive Enrico, parlando della sua relazione con Cunegonda, utilizza l’espressione “due in una carne”. Il che contradirrebbe un po’ l’idea di un matrimonio completamente casto.
Per farvi capire quanto questa storia è stata manomessa, nelle biografie dei santi c’è un intero capitolo dedicato proprio alla loro notte di nozze, dove i due – che avevano già giurato castità – si trovano a dover adempiere agli oneri matrimoniali, ma quando rivelano i loro voti, entrambi si sentono sollevati e passano la notte a promettersi amore eterno.
Ecco, diciamo che la storia è un po’ romanzata.
Ovviamente, non sapremo mai con certezza se i due regnanti abbiano davvero vissuto un matrimonio senza rapporti, ma quel che è chiaro è che la narrazione della castità è servita a qualcosa di più grande.
MIRACOLI
Non è ancora abbastanza, per diventare santi – lo dice dottrina – bisogna compiere dei miracoli.
Per quanto riguarda Enrico, mi dispiace, ma non c’è niente di eccezionale. Principalmente, i motivi della sua canonizzazione risiedono nel modo in cui ha regnato e, apparentemente, ai miracoli avvenuti intorno alla sua tomba dopo la sua morte. L’editto che ne segna la canonizzazione, promulgato nel 1146 dice quanto segue:
“Abbiamo inviato i nostri venerati fratelli […] a vari affari in quella zona e abbiamo comandato verbalmente di visitare la vostra chiesa. Ora, abbiamo, attraverso la testimonianza di questi nostri fratelli e di tanti uomini religiosi e intelligenti, sulla sua castità, sulla fondazione della Chiesa di Bamberga e di molte altre, sulla restaurazione di alcune sedi episcopali e sulla sua multiforme fenerosità nell’elemosina, sulla conversione di Re Stefano e tutta l’Ungheria, da lui operata con la cooperazione del Signore, nonché della sua morte gloriosa e di alcuni miracoli visibilmente compiuti da Dio dopo la sua morte al cospetto del suo corpo.”
L’unica storia un po’ appassionante riguarda quello che apparentemente è successo alla sua anima dopo la morte. Al momento del Giudizio Celeste, la sua anima fu pesata dal guardiano delle anime, San Michele Arcangelo. Le azioni malvagie della sua vita, che si trovavano su una delle bilance, minacciavano di superarle; i diavoli stavano già gioendo e pensavano che fosse già nel loro dominio, all’inferno. All’ultimo momento, San Laurenzio, gettò un prezioso calice che Enrico, in vita, aveva donato alla chiesa di Merseburg sulla bilancia delle opere buone, che ebbe così il sopravvento. Enrico poté così entrare in paradiso e ricevere la vita eterna. I diavoli dovettero rinunciare alla battaglia per la sua anima, arrabbiati e delusi.
MIRACOLI CUNEGONDA
Quindi, se da una parte il culto di Enrico – che comincia relativamente presto – si basa principalmente sulla sua carità in vita, quello di Cunegonda comincia un po’ più tardi. Questo lasso di tempo dalla sua morte alla sua canonizzazione – parliamo di circa 170 anni – dà via libera ai biografi per essere un po’ più creativi. Ecco che i miracoli di Cunegonda sono un po’ appariscenti di quelli del marito.
La prima storia racconta che Enrico e Cunegonda erano “un cuore e un’anima”, ma il diavolo era geloso del loro amore. Così per tre mattine consecutive, si fa vedere con le sembianze di un cavaliere, mentre esce dalla camera da letto di Cunegonda. Immediatamente comincia a girar voce che Cunegonda è infedele e sta tradendo Enrico. I commenti giungono all’orecchio di Enrico che è devastato e decide di togliere il saluto alla moglie.
Cunegonda, stanca delle accuse che macchiano il suo onore e quello dell’imperatore, decide di affrontare Enrico, suo marito. Difende con fermezza la sua innocenza e, consapevole che l’onore di entrambi è stato compromesso, chiede che venga convocata una riunione con i nobili per trovare una soluzione.
Enrico raduna i principi e chiede loro di giudicare Cunegonda, ma nessuno vuole farlo, conoscendo la sua virtù e il suo carattere. A quel punto, è Cunegonda stessa a prendere l’iniziativa e propone di sottoporsi a un’ordalia, una prova del fuoco per dimostrare la sua innocenza. Il gruppo si sposta in una chiesa vicina, dove dodici vomeri sono stati riscaldati. Enrico, vedendo la gravità della prova, la implora di non andare avanti, dicendole che crede già nella sua innocenza. Ma Cunegonda è determinata.
Cunegonda, con grande coraggio, cammina sui vomeri incandescenti senza alcun segno di sofferenza, come se stesse camminando su fiori. Si ferma sull’ultimo vomere per lodare Dio, e questo miracolo convince tutti della sua innocenza. Enrico, sopraffatto dal pentimento, si getta ai piedi di Cunegonda, implorandola di perdonarlo e di non allontanarlo dal suo amore.
E se questo non fosse abbastanza, si dice che abbia estinto le fiamme dell’incendio che sarebbe scoppiato ai piedi del letto semplicemente facendo il segno della croce sulle fiamme.
E voi lo sapevate che si può diventare santi a furia di schiaffi? Be’, è quello che Cunegonda ha fatto.
Dopo aver fondato il monastero di Kaufungen, nomina sua nipote Jutta come badessa. Jutta però non era esattamente tagliata per il ruolo, invece di andare a messa giocava d’azzardo, beveva e mangiava a sazietà.
Di fronte a questo comportamento inammissibile, Cunegonde punisce la nipote, e le tira uno schiaffo con la mano nuda. Le dita si imprimono sulla guancia della badessa come un sigillo di ceralacca. Il segno non è mai andato via.
Di fronte a questo miracolo, Jutta si converte e l’intero monastero segue una via di rettitudine.
GUERRA
Il culto di Enrico II e Cunegonda non si ferma al medioevo, ma ancora oggi – specialmente a Bamberga – ogni settimana si celebra una messa in loro onore. E parlando di tempi moderni, sarebbe Cunegonda ad aver salvato la città tedesca dai bombardamenti alleati, lanciando una nuvola proprio mentre gli aerei nemici volavano sulla città, rendendo impossibile vedere dove lanciare le bombe.
Per questo motivo, dopo la guerra, per ringraziare la santa, gli abitanti di Bamberga hanno cominciato a chiamare le loro figlie Cunegonda, in suo onore. E al giorno d’oggi la città è popolata di “Kuni” “Gundi” “Cunegonde”.
CONCLUSIONE
Che dire a conclusione di questo video? Non intendo certo mettere in discussione la legittima santità di Enrico e Cunegonda, né suggerirvi di aggiungerli alla lista di santi a cui rivolgere preghiere. Piuttosto, il mio obiettivo era mostrarvi cosa significava, nel medioevo, essere considerati santi e quanto la narrazione, le storie tramandate, giocassero un ruolo fondamentale. La santità non era solo questione di virtù personali, ma anche di come queste virtù venivano raccontate, interpretate e accolte dalla comunità. La storia di Enrico e Cunegonda, con i loro miracoli e prove di fede, ne è un esempio emblematico.
E voi? Conoscevate questa storia? Conoscete altri santi dalle storie particolari? Fatemelo sapere nei commenti qui sotto. Io vi saluto e ci vediamo nel prossimo video.

