Lo scrisse Shakespeare, riassumendo in una sola frase la sostanza del ruolo dell’attore: “Io non sono ciò che sono”. Serviva un fotografo che per anni ha lavorato a stretto contatto con alcune compagnie nel panorama del teatro contemporaneo per dare nuova forma all’aforisma del drammaturgo inglese. Tanto che l’ultimo lavoro di Enrico Fedrigoli s’intitola proprio “I am not what I am”. Sono scatti realizzati con la complicità di due attori, Consuelo Battiston e Roberto Magnani, volti della compagnia Menoventi e Ravenna Teatro, che dal 5 al 20 ottobre saranno esposti al Barnum, storico locale della Darsena di Ravenna, in occasione della Notte d’Oro Off e nell’ambito della settima edizione di Fèsta, il festival delle arti performative contemporanee organizzato da E-production. “Un tempo fotografavo edifici, poi ho fotografato teatri, poi persone, adesso fotografo gesti”, scrive Fedrigoli descrivendo la sua carriera. Originario di Sant’Ambrogio della Valpollicella (Verona), classe 1953, ha esplorato in lungo e in largo i meandri della fotografia, affiancando personaggi del calibro di Milo Manara per approdare negli anni ’80 al mondo della danza, e poi, dieci anni più tardi, a quello del teatro. I suoi lavori sono una visione che testimonia la gestazione dell’opera teatrale. Così, “I am not what I am” parte dal più piccolo degli elementi, il gesto dell’attore, preso come sineddoche dell’intero spettacolo.

Fedrigoli, Partiamo dall’origine di questo lavoro. Come nasce?

“E’ iniziato nell’autunno 2016. L’idea è nata vedendo Consuelo Battiston nello spettacolo We need money dei Fanny&Alexander. Ho concentrato il mio sguardo sui gesti di Consuelo e ho intravisto la possibilità di creare un percorso che riguardasse il gesto dell’attore, nel tentativo di svelare allo spettatore una lettura del gesto altrimenti sfuggevole. Era necessario per me trovare un dialogo in una figura maschile ed è stato facile e immediato associare a questa attrice faentina della compagnia Menoventi, l’abilità e il grande talento di Roberto Magnani del Teatro delle Albe. La modalità di costruzione degli scatti è la stessa dello Still Life”.

I gesti immortalati nei suoi scatti a che cosa rimandano?

“Gli attori hanno scelto i gesti riferendosi a personaggi da loro interpretati, ma quegli stessi gesti davanti alla macchina fotografica vivevano di vita propria. Da qui è nato anche il titolo, una citazione da Shakespeare, idea di Roberto Magnani che ho subito condiviso e che bene calza alla natura dell’attore”.

Nelle sue fotografie il movimento sembra assumere una valenza dominante. Frutto di un interesse specifico per teatro, danza e arti performative?

“Mi piace costruire il movimento per poter svelare all’occhio umano quello che non è percepibile nella visione diretta del movimento stesso. La fotografia frammentando sulla pellicola i vari istanti che compongono il gesto, li porta alla luce. Questo modo di lavorare è ispirato agli autori dell’avanguardia fotografica tedesca (1919-1939)”.

Lei ha lavorato a lungo con molte compagnie d’avanguardia. Ha modificato la sua concezione di fotografia, o con il metodo di lavoro?

“La fotografia teatrale mi ha permesso di viaggiare nel mondo straordinario del teatro di ricerca, da lì ho attinto la visionarietà che poi ha caratterizzato ogni mio lavoro”.

E’ più probabile vedere sue opere in piccoli contesti come osterie, locali, bar proprio come il Barnum di Ravenna, piuttosto che in grandi centri espositivi. Cosa la porta a preferirli ai luoghi “convenzionali” della cultura?

“Preferisco luoghi della vita comune perché ritengo che lì l’opera venga respirata più da vicino e possa confrontarsi con tanti tipi di persone e con la concretezza della vita. Gallerie, musei ed altro credo debbano oggi ripensare il loro ruolo culturale per avvicinarsi di più alla gente e alle esigenze di chi cerca di vivere del proprio talento artistico”.

C’entra anche la ricerca di un rapporto diverso con il pubblico?

“Spero sempre che le mie immagini riescano a suscitare affinità emotive e curiosità visive in che le vede. Credo poi che la mia fotografia analogica, stampata su carta baritata susciti anche emozioni tattili e materiche”.

Ora, il ritorno a Ravenna. C’è un rapporto speciale con questa città?

“Ravenna è la città che mi ha accolto e mi ha dato tante occasioni di lavoro e di sperimentazione, qui mi sono sempre sentito a casa, le persone con cui ho lavorato hanno saputo darmi amicizia, affetto e stimoli lavorativi”.

Categorie: Fotografia

Antonio Pinza

Antonio Pinza

Quando avevo 3 anni volevo fare l’astronauta, oggi ho le idee molto meno chiare, ma d’altronde chi ha detto che bisogna avere un piano preciso? Nella vita ho “fatto” svariati lavori, praticato sport, viaggiato, letto e mangiato di tutto. Mentre continuo a perdermi nei meandri della mia esistenza scrivo su Vanilla Magazine.