Ogni elemento della realtà in cui viviamo assume significato, viene definito e riconosciuto per mezzo di un primario quanto apparentemente banale elemento: il colore. Quale realtà potremmo d’altronde immaginare senza il colore dei fiori, del cielo, delle montagne, dei palazzi intorno a noi?

Canale espressivo prediletto dell’anima dell’uomo, il colore fu sin dall’antichità interrogato, osservato e riprodotto.

Gli egizi ne coltivarono un culto, associando a ogni tono presente in natura un’identità simbolica ben definita. I loro geroglifici furono scientemente rivestiti delle tinte bianche, rosse, gialle, blu, verdi e nere non per un mero moto estetico o decorativo, ma per riconoscimento:

Il riconoscimento di un’essenza comunicativa primaria, impressa nella natura stessa di ogni tonalità cromatica

Il loro bianco era il sacro e puro, il rosso la vita, ma anche il fuoco ed il pericolo, il giallo del sole e dell’oro li riportava alle prospettive di un eternità indefinita attribuita con non equivoca determinazione, alla pelle color oro dei loro dei.

KV 57: la Tomba di Horemheb, fotografia di Jean-Pierre Dalbéra condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Il verde che colmava di vivacità il corpo delle piante afferiva per essi al principio della vita nel suo interminabile potere rigenerativo. Vi era poi il nero, emblema dell’Egitto stesso poiché simbolicamente associato al limo del suo Nilo. Esso era la fertilità ma anche la morte e l’oltretomba.

Si può da qui intuire la finezza simbolica affidata dagli egizi ad ogni loro rappresentazione.

Infine, vi era il bellissimo blu del cielo e delle acque

Per gli egizi il blu non poteva che rievocare l’anima di quel Nilo capace di rendere feconda la natura circostante con le sue molteplici inondazioni. In questo colore erano pertanto condensati messaggi di vita e di creazione; non a caso la pelle del Dio Amon, ritenuto il Dio creatore di ogni cosa, veniva pitturata con questo colore.

Di un blu vivo e acceso brillava anche il piumaggio dell’impavida fenice, portatrice del diluvio universale e di quell’acqua che copiosa investiva la terra, con le sue promesse di abbondanza e rinascita.

Pannello dal tempio di Osiride: Horus presenta le insegne regali ad un faraone adorante. Fotografia di Steve Cameron condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Questo blu (detto “wadjet” in egiziano), era così essenziale per la pittura egizia anche perché veniva considerato un colore capace di proteggere i morti nel loro viaggio nell’aldilà. Statue e sarcofagi venivano pertanto rivestiti delle più minuziose e vivide decorazioni in tale tinta. Bisogna considerare inoltre la non indifferente valenza di questa parola, wadjet, con cui gli egizi si riferivano non solo al blu, ma anche all’occhio umano; un’equiparazione profondamente simbolica e certamente non casuale.

Seppure fosse tanto amato, il blu non vantava una grande disponibilità in natura. E se normalmente, per riprodurre le altre tinte, si poteva ricorrere alla macina e basilare lavorazione di minerali o sostanze animali o vegetali agilmente reperibili, per il blu la questione era ben più complessa.

Ramses III nell’atto di offrire incenso a una divinità, raffigurato sulle pareti della sua tomba, nella Valle dei Re:

Per ovviare alle ripetute difficoltà nella sua creazione, gli egizi pensarono più di 5000 anni fa a quella che ad oggi si può considerare una ragguardevole oltre che piuttosto avanguardistica soluzione.

Essi pensarono infatti di riscaldare una composizione di silice e malachite contenente idrossido carbonato di rame, carbonato di calcio e carbonato di sodio. Schiacciando e combinando poi, con agenti addensanti, il risultato così ottenuto, gli egizi seppero realizzare il più noto e sublime dei blu; quello che viene ritenuto oggi il più antico pigmento sintetico nella storia dell’uomo:

Il magnifico blu egiziano

Frutto di un fine lavoro di innovazione e creatività, il blu egiziano è un pigmento che ha attraversato i secoli come tinta di rara e portentosa bellezza, venendo utilizzato anche nel Medioevo e nel Rinascimento. Da non dimenticare anche il fatto che il particolareggiato blu, venne impiegato anche per offrire maggior lustro alle decorazioni di molte dimore nobiliari, allorquando si volesse render noto il prestigio del proprio casato; si trattava infatti di una raffinatezza concessa a pochi, dato il suo costo non indifferente. Oggi questa tinta così preziosa e antica, torna a stupirci per delle sue misteriose ed alquanto insospettabili proprietà.

Ala di scarabeo in blu egizio, conservata al Museo archeologico di Milano. Fotografia di Sailko condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Pare infatti che il blu egiziano possieda l’eccezionale capacità di emettere radiazioni infrarosse. Numerosi studi scientifici provano la sua possibile scomposizione in sottilissimi nanofogli capaci di emettere radiazioni invisibili ad occhio umano. Ragione di ciò, la sua particolare composizione chimica. Le sue particelle infatti, se sottoposte a una speciale luce, apparirebbero incredibilmente fluorescenti.

Ciò, oltre che a stupirci determina sorprendenti risvolti scientifici.

La specifica condizione del pigmento lo renderebbe infatti papabile protagonista per lo studio e sviluppo di nuovi nano materiali impiegabili nei sistemi di comando da remoto (similmente ai comandi per auto, televisori, etc..), oltre che ad un reimpiego nell’ampio campo della diagnostica per immagini. In molti lo avrebbero inoltre indicato quale interessante soluzione per lo svolgimento di indagini della scientifica, nella minuziosa procedura di rilevamento delle impronte digitali; difficilmente individuabili su superfici lucide o in rilievo. Un destino inconsueto per quello che normalmente sarebbe stato un semplice pigmento destinato a puri fini artistici.

Tempio di Beit el-Wali. Fotografia di Rivertay07 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Nei secoli il blu ha continuato e continua a evolversi in nuove magnifiche rielaborazioni. Quello del blu egizio resta però un caso eccezionale. Ed è affascinante pensare oggi alle incredibili sorprese che un pigmento così antico potrebbe ancora riservarci. Certo gli egizi non avrebbero mai immaginato, più di 5000 anni fa, quali incredibili potenzialità potesse avere nelle telecomunicazioni del futuro, il bellissimo colore da loro realizzato per onorare il blu di quel cielo e di quelle acque che resero tanto feconda la loro antica e affascinante civiltà.

Giada Costanzo
Giada Costanzo

Appassionata di arte, letteratura, cinema e fotografia, esprimo la mia creatività fra pittura, design e produzione di abiti. Amo le “antichità” sotto ogni forma e sfaccettatura. Ricerco le storie dimenticate della gente più comune e ammiro l’umanità che è nella persone più semplici.