Il poeta Pablo Neruda lo definì come “una delle creazioni più squisite concepite dalla mente di un architetto”. Salvador Dalì si offrì di occuparsi della decorazione degli interni.

Doveva essere il più moderno centro commerciale degli anni ’50, El Helicoide, simbolo dello sviluppo del Venezuela. Sessant’anni dopo, l’edificio di Caracas ha ancora la sua accattivante ed audace forma a piramide elicoidale, sormontata da una cupola geodetica disegnata da Richard Buckminster Fuller (grande inventore, architetto e filosofo statunitense), ma racconta una storia diversa. Una “Babele tropicale” che da emblema di progresso si è trasformato in carcere e, secondo alcuni ex detenuti, in un luogo di tortura per i prigionieri politici.

La progettazione di El Helicoide iniziò nel 1955, durante un periodo in cui il Venezuela godeva della ricchezza proveniente dal petrolio, ed era sottomesso alla dittatura di Marcos Pérez Jiménez, grande fautore di imponenti progetti architettonici.

Erano gli anni in cui tutto sembrava possibile agli architetti venezuelani.

Durante quell’ondata di ottimismo, all’architetto Jorge Romero Gutierrez fu richiesto il progetto per la lottizzazione di un’area conosciuta come Roca Tarpeya. Lo studio “Arquitectura y Urbanismo CA”, dove lavoravano Dirk Bornhorst, Gutierrez e Pedro Neuberger, concepì un ambizioso progetto – ispirato all’opera di Frank Lloyd Wright – che si adattava alla topografia della Roca Tarpeya. Si trattava di un centro commerciale con 320 esercizi, totalmente innovativo: i clienti sarebbero arrivati ai negozi non camminando, ma direttamente in macchina, grazie alle rampe a doppia elica.

Nel complesso, oltre ai negozi, erano previsti un lavaggio auto, un autosalone, una stazione di servizio, poi sale espositive, una palestra, una piscina, un cinema a sette sale, e la sede di Radio Helicoide, che avrebbe aggiornato i clienti sugli eventi in corso.

Nel 1958, con la caduta della dittatura di Jiménez, gli architetti persero i finanziamenti: anche se la costruzione era stata avviata con capitali privati, l’edificio veniva identificato con la vecchia dittatura, e nessuno voleva più avere a che fare con il progetto, che all’estero continuava ad essere lodato per il suo innovativo design.

Nel 1961, un anno prima del completamento, la costruzione si fermò, e nel 1975, dopo una lunga procedura fallimentare, l’edificio divenne proprietà dello stato. Dal 1979 al 1982, il complesso ospitò circa 500 famiglia di senzatetto, che erano precedentemente alloggiate in container.

Poi, nel 1993, qualcuno propose di farne la sede del Centro Ambientale del Venezuela.

Dick Bornhorst racconta che gli architetti Julio Coll e Jorge Castillo salirono in cima alla Roca Tarpeya, per entrare in “contatto” con i popoli indigeni che avevano abitato un tempo la Valle di Caracas: “scoprirono” che l’area della Roca era stata un luogo di sepoltura tribale. I due architetti si scusarono con le anime indiane per la loro ignoranza, promettendo di creare qualcosa di simbolicamente spirituale, e non commerciale.

Ma il sogno del Centro Ambientale rimase solo un sogno: il governo del presidente Rafael Caldera abbandonò l’idea, e decise di utilizzare l’edificio come sede di un’agenzia delle forze di polizia. Il presidente Hugo Chavez ne fece la sede del servizio di intelligence nazionale, e fondò la nuova università sperimentale per la sicurezza, in realtà uno spazio destinato a carcere per prigionieri politici. Una ONG venezuelana ha denunciato 145 casi di tortura accertati, avvenuti all’interno della struttura tra gennaio 2014 e giugno 2016, una palese violazione dei diritti umani che probabilmente continua tutt’ora.

Rosmit Montilla, rinchiuso nell’Helicoide per due anni e mezzo, è angosciato all’idea che altri venezuelani continuino ad essere torturati nella prigione. Lui vorrebbe che la struttura diventasse un memoriale alla sofferenza che si è patita, e si patisce tutt’ora, là dentro. “L’Helicoide è un simbolo che non dovrebbe scomparire”, ha detto. “È un simbolo di quello che poteva essere il Venezuela, e non lo è stato. E adesso dovrebbe essere mantenuto come un ricordo di ciò che è accaduto e di ciò che non dovrebbe mai accadere di nuovo “.

Categorie: Architettura

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.