La prospettiva di passare il resto della propria vita dietro le sbarre di una prigione in Kazakistan non è delle migliori, soprattutto quando il carcere viene descritto come una colonia penale “a regime rigido”. Per i detenuti, una femmina di orso bruno di nome Ekaterina, o Katya, imprigionata al loro fianco, ha reso le loro sentenze meno difficili da scontare.

Secondo il Daily Mail, la colonia penale di Kostanay ospita 730 “criminali pericolosi” e un orso bruno di nome Ekaterina, imprigionata e condannata all’ergastolo nel 2004.

Il suo crimine?

L’animale è stato riconosciuto colpevole di aver attaccato due esseri umani, ormai 15 anni fa, e da allora viene tenuta rinchiusa in cella. Fra tutti i detenuti, Katya è l’unica femmina, e l’unico essere vivente a scontare l’ergastolo (i detenuti rimangono imprigionati al massimo 25 anni). All’interno della gabbia, angusta rispetto ai grandi spazi normalmente abitati dagli orsi bruni, è presente una piccola vasca per immergersi.

La storia dell’orsa è triste, come quasi sempre accade per animali di grosse dimensioni che vivono a stretto contatto con l’uomo. Ekaterina venne abbandonata dal suo circo nel 2004, e fu messa in una gabbia dalle autorità locali. Quando un ragazzino di 11 anni si avvicinò alle sbarre, tentando di darle da mangiare, l’orsa lo attaccò alla gamba, provocandogli diverse ferite. Sempre nel 2004 Ekaterina avrebbe attaccato (mi sia consentito di usare il condizionale) un ragazzo di 28 anni, Viktor, quando da ubriaco fradicio avrebbe tentato di stringerle la mano. Viktor venne ferito gravemente, e i due episodi fornirono il pretesto alle autorità locali per trovare una collocazione definitiva a Ekaterina.

L’orsa venne rinchiusa nella colonia penale UK-161/2 per il suo comportamento animalesco

Gli ultimi 15 anni dietro le sbarre hanno reso l’orsa estremamente docile. I suoi compagni di prigionia trascorrono regolarmente del tempo a stretto contatto con l’animale, e Aslan Medybayev, una delle guardie addette alla sorveglianza, afferma che l’orsa: “È amichevole, non affatto aggressiva. Gli altri prigionieri la visitano. Si è svegliata circa un mese fa dal suo letargo annuale. Ora si sente bene, corre, salta“.

Ekaterina è tanto popolare fra i detenuti che è diventata il simbolo della prigione, con una statua eretta in suo onore fuori dalle mura della struttura. Le autorità della colonia penale sarebbero felici di consentirle di ricevere visite coniugali (di un maschio di orso), ma i superiori sono contrari, e quindi per ora non se ne può far nulla.

Sotto, la statua di Ekaterina, simbolo della colonia penale:

Per i detenuti, Ekaterina è una compagnia che porta una ventata di gioia in un ambiente angusto. I carcerati le portano da mangiare biscotti, mele e vari dolci, e lei li ricambia con un po’ di compagnia femminile.

Le autorità hanno trovato particolarmente utile rinchiudere Ekaterina nel carcere perché è economicissima da mantenere. Mangia solo 7 mesi l’anno e si ciba praticamente solo degli avanzi dei suoi compagni di reclusione.

Azamat Gabpasov, vice capo per il lavoro educativo, afferma che “I responsabili del centro di detenzione non hanno intenzione di trasferire Katya, è il simbolo della nostra colonia penale, ci siamo abituati e non la daremo a nessuno“.

Igor Tarakanov, un detenuto di 43 anni, afferma che “(l’orsa) Adora le cose dolci che i prigionieri le danno – dolci, biscotti, mele. Comunicare con un animale illumina il mio tempo qui, non lo rende tanto doloroso“.

Le condizioni di detenzione di Ekaterina effettivamente sono più simili a uno Zoo rispetto a una reale prigione, e la sua docilità è facilmente spiegabile con la non necessità di esercitare i suoi istinti naturali. L’orsa non rivedrà più la libertà in vita propria, ma la sua vita, nel circo che l’ha abbandonata, non era probabilmente più felice di questa.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...