Un cimitero di oltre duemila anni è stato scoperto a Berenice, antica città egizia sul Mar Rosso fondata nel 275 a.C. dal faraone Tolomeo II, in memoria della madre Berenice. La zona, uno dei porti commerciali più vivaci e importanti in epoca romana, è da tempo oggetto di scavi archeologici che negli ultimi anni (a partire dal 2011) hanno disvelato un sorprendente cimitero dedicato in maniera esclusiva agli animali. La scoperta, avvenuta appena fuori le mura dell’antica cittadina, è stata pubblicata col titolo “Pet cats at the Early Roman Red Sea port of Berenike, Egypt” dall’archeologa Marta Osypińska (dipartimento di bioarcheologia dell’Accademia delle scienze della Polonia).

Il particolare cimitero, in uso fino al II secolo d.C., ospita un numero superiore ai 600 animali – un numero probabilmente destinato a crescere –, in maggioranza gatti, che non sono stati mummificati, come da usanza presso gli egizi, sia per gli uomini sia per i felini, ma per i quali era stata prevista un’autentica sepoltura oltremodo decorosa, considerato il fatto che la quasi totalità dei corpi animali riesumati ha avuto sepoltura singola e non sia stata ammucchiata in fosse comuni.

Scheletro di gatto

Fotografia di Museum of Veterinary Anatomy FMVZ USP condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

I cimiteri destinati ai soli animali erano abbastanza diffusi nell’antichità, specie nella Valle del Nilo, ma anche in altre località del globo: in Nord America, ad esempio, dove sono stati rinvenuti i resti di tre cani risalenti a 10.000 anni fa, così come in tempi recenti in Francia (in questo caso l’eccezionale sepoltura scoperta negli Alti Pirenei, regione dell’Occitania, è stata collocata addirittura a 12000 anni fa); in Siberia, poi, nella regione attorno al lago Bajkal, è stato scoperto un luogo di sepoltura di cani la cui datazione può essere ricondotta a circa 7000 anni fa.

Quanto scoperto sulle sponde egiziane del Mar Rosso, però, rappresenta un caso realmente eccezionale. In Egitto, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, i riti funebri si concludevano (ed erano proprio fondati) con il processo di mummificazione dei cadaveri animali e non sulla loro accurata sepoltura in un apposito sito, come riscontrato fuori dalle mura di Berenice. Una rarità, come sostiene Marta Osypińska, che ha quindi rimesso in dubbio l’intera e datata credenza che gli animali domestici dell’antico Egitto fossero esclusivamente mummificati dopo la morte, a seguito di grandi celebrazioni funebri.

I gatti sono notoriamente venerati nella cultura egizia. Noti con la parola onomatopeica “mau”, i primi gatti giunti in Egitto – il gatto della giungla, originario dell’Asia, e il gatto selvatico africano, originario del Medio Oriente – furono addomesticati già 10.000 anni fa, molto tempo prima rispetto ai cani, divenendo col tempo rispettati animali da compagnia e simbolo di grazia, bonarietà e fertilità. Per tale ragione, dopo il 4.000 a.C. furono associati alle virtù femminili, e i loro profili iniziarono a comparire nelle pitture parietali funebri, come riscontrato nelle tombe di Nakhtamon, Thutmose e Sennedjem.

Nel corso degli scavi, nelle fosse contenenti gli scheletri dei gatti sono stati ritrovati addirittura vari amuleti, tessuti, ceramiche e collarini, come degli autentici sarcofagi, esempio cristallino dell’affetto che i padroni avevano verso i rispettivi compagni a quattro zampe.

Scheletro di gatto

Fotografia di Museum of Veterinary Anatomy FMVZ USP condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

Molti di questi felini, hanno riferito inoltre archeologi e archeozoologi, presentano una mobilità assai limitata che però ha permesso loro di vivere vite discretamente lunghe; un fatto che ha portato a sostenere con una certa sicurezza che si trattava perlopiù di animali domestici, da compagnia, e non che fossero impiegati per scopi che concernessero il lavoro o la caccia.

Un’utilità sociale, però, con tutta probabilità i gatti la avevano, dato che Berenice era una città portuale e che come tutti i centri di questo tipo doveva avere dei problemi legati alla presenza dei topi che, al pari di spezie e tessuti, di certo affollavano il porto. I gatti, inoltre, ritornavano utili anche nei granai, sovente infestati da insetti e topi.

A seguito di accurate analisi, poi, si è riscontrato che taluni resti presentavano anche delle cure dovute a delle lesioni; evenienza che ha confutato definitivamente l’ipotesi che si potesse trattare di sepolture intese come voto alle divinità. E invece no, quello scoperto a Berenice era un vero cimitero in cui gli animali domestici non venivano né sacrificati né ammucchiati, ma erano sepolti come esseri umani. Una sensibilità difficile da immaginare negli uomini di duemila anni fa, e che per tale ragione risulta ancora più sorprendente. Come scrisse lo storico greco Erodoto, d’altronde, gli egizi erano soliti anche radersi le sopracciglia, in segno di lutto, quando il loro felino domestico passava a miglior vita.

Particolare dei babbuini (dodici in tutto, simboleggianti le ore notturne) che decorano una parete della Tomba di Tutankhamon, nella Valle dei Re

Fotografia condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0

Non sono stati ritrovati soltanto resti di gatti, di “mau”, nell’antico cimitero per animali, però; dal sottosuolo dell’antica città portuale di Berenice sono emerse anche ossa di cani e scimmie, parimenti venerati dagli antichi popoli egizi e riconducibili rispettivamente al culto di Anubi e Babi, ambedue divinità dell’oltretomba.

Gli scavi in uno dei più antichi cimiteri per animali del mondo continuano con l’intento di scoprire di più sui rapporti tra gli abitanti dell’antica città egizia e i loro animali domestici, un tema che negli ultimi anni ha incuriosito sempre più archeologi e studiosi dell’antico Egitto.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".