Edward Galinski e Mala Zimetbaum, conosciuti come Edek e Mala, sono due giovanissimi internati nel campo di concentramento di Auschwitz, dove sono chiamati “Romeo e Giulietta”, per quel loro amore che sembra senza speranza, perché un lager non è un posto fatto per l’amore.
Mala Zimetbaum è una ragazza ebrea nata nel gennaio del 1918 in Polonia. Ma non è in Polonia che viene arrestata, perché Mala e la sua famiglia – i genitori e quattro fratelli tutti più grandi – si è trasferita in Belgio, per la precisione ad Anversa, nel 1928. Mala è brava a scuola, molto brava, tanto che impara cinque lingue: tedesco, russo, inglese, francese, fiammingo, oltre a parlare, naturalmente, il polacco e lo yiddish. Ma nonostante i suoi brillanti risultati, non esista a lasciare gli studi quando suo padre diventa cieco, e lei deve contribuire al mantenimento della famiglia. A dicembre del 1940 Mala finisce nel “Registro degli ebrei” della sua città, e questa cosa le rende ben chiaro il destino a cui vanno incontro tutti gli ebrei. Tanto che si rivolge a qualcuno più ottimista di lei e profetizza: “Tu pensi che i tedeschi non ci faranno niente, che ci daranno pane e lavoro; ma verrà un giorno in cui, inaspettatamente, ci getteranno in strada”. Ha paura Mala, e vorrebbe emigrare in Svizzera con la famiglia, ma non ci riesce. All’inizio del ’42 inizia a lavorare in un’azienda che commercia diamanti, l’American Diamond Company. A maggio però la compagnia viene chiusa, come tutte quelle di proprietà di ebrei. Lei potrebbe trasferirsi negli Stati Uniti, proprio come impiegata della ditta, ma non lo fa, per non lasciare i genitori. Intanto però cerca una via di fuga, e va a Bruxelles per trovare un nascondiglio sicuro per tutta la famiglia. Il 22 luglio 1942 torna con il treno ad Anversa, ma alla stazione c’è la polizia, che l’arresta. Finisce nel centro di detenzione di Breendonk, e poi nel campo di transito di Mechelen, dove lavora per un po’ come impiegata. Ma non per molto. Il 14 settembre entra nella lista delle persone da deportare ad Auschwitz. Parte con il decimo degli innumerevoli convogli che da Mechelen hanno condotto nei lager, in due anni, oltre 25mila persone. In questo decimo convoglio, che arriva ad Auschwitz il 17 settembre 1942, c’è anche Mala Zimetbaum. Alla famigerata selezione che avviene all’arrivo, 717 persone vengono immediatamente mandate alle camere a gas, e 331 considerate idonee al lavoro. Di queste, 101 sono donne, e Mala è tra loro. Viene destinata al sottocampo di Birkenau, e diventa la detenuta n. 19.880, una delle tante persone con il “pigiama a righe”, gli zoccoli di legno ai piedi e la testa rasata. A dirigere il sottocampo c’è Maria Mandel, la “bestia di Auschwitz”, che deve rispondere solo al Comandante Rudolf Höss. Mandel assegna a Mala l’incarico di “lauferin” – interprete e messaggera – perché la ragazza, come abbiamo detto, parla molte lingue.
Questo incarico, in qualche modo, le rende la vita un po’ più sopportabile, perché gode di alcuni piccoli privilegi come cibo migliore e più abbondante, oltre a una maggiore libertà di movimento all’interno di Birkenau e degli altri sottocampi. Mala si fa presto conoscere per la sua generosità nei confronti degli altri internati, perché divide con loro del cibo e cerca di procurare delle medicine, rischiando molto. Poi usa il suo incarico di assegnazione dei posti di lavoro dei detenuti usciti dall’ospedale, per cercare di salvarne il più possibile. Come? Assegna i più deboli a lavori leggeri o sotto il controllo di guardie meno rigide, oppure tenta in tutti i modi di far uscire dall’ospedale le persone, ancore malate, quando sa che sono imminenti le periodiche “selezioni” verso le camere a gas. Mala prosegue in questo vero e proprio lavoro di resistenza per due anni, e i sopravvissuti se la ricordano tutti, anche se spesso i racconti su di lei si confondono con quelli su altre persone, ed è difficile avere un quadro preciso delle sue azioni. Quello che invece è certo, è il suo incontro con Edward Galinski. I due si conoscono alla fine del 1943, o all’inizio del ’44.
Edward Galinski, che tutti chiamano Edek, è un cattolico polacco che viene arrestato come prigioniero politico nel 1940, e finisce ad Auschwitz con il primo convoglio in assoluto che raggiunge il campo. Viene tatuato con il numero 531 – pensate che da lì negli anni successivi passeranno oltre un milione di persone – e per tre anni lavora al campo. E’ un ragazzo intraprendente che piace ai tedeschi. Gli fanno gestire un’officina e una ferramenta all’interno di Auschwitz. Un lavoro che gli consente di avere rapporti anche con persone esterne al campo, e con detenuti di altri sottocampi, come appunto Birkenau. Poi, doveva essere nel 1943, lui viene mandato a dirigere un piccolo gruppo di operai nella zona di Birkenau e incontra Mala così, per caso, e fra i due esplode un amore travolgente. Io non posso raccontarvelo nei dettagli, perché nessuno li conosce, ma si sa che i due ragazzi venivano chiamati “Romeo e Giulietta” al campo, e che insieme fanno le prime esperienze d’amore. Sono due ragazzi amati da tutti, dai prigionieri perché ne salvano tantissimi con la loro posizione privilegiata, ma anche benvoluti dalle guardie, perché sono due “detenuti modello”. Sono benvoluti ma si trovano in mezzo a un girone infernale, dove la morte è la cifra del pane quotidiano. Vivere quell’amore dentro al campo è impossibile, e decidono di evadere. Siamo nella primavera del 1944, l’ultima primavera maledetta di quegli anni ’40. Nei piani di evasione all’inizio è coinvolto l’amico di Edek, Wieslaw Kielar, poi Edek lo dice a Mala, e lei vuole fuggire con loro. Wieslaw poi rinuncia all’impresa, troppo rischiosa per lui, e sarà fra i testimoni principali di quel che successe ad Auschwitz con l’importantissimo libro “Anus Mundi – 5 anni ad Auschwitz”, uscito nel 1972.
Edek si procura un’uniforme delle SS e una pistola, Mala una mappa della Polonia, due lasciapassare, abiti da uomo e un vestito da donna da indossare sotto il travestimento. Il 24 giugno del 1944 lui si veste da SS, la raggiunge e lei si veste da uomo, portando con sé un lavandino che fa finta di dover sostituire. I due passano una serie di cancelli, di controlli e controllori. Vanno avanti con la forza dell’incoscienza, della volontà di fuggire da quell’abominio, e una volta raggiunto l’ingresso, mostrano i lasciapassare e sono liberi. La guardia li osserva, legge le carte e dice “Los, raus. Schnell!”, “Andiamo, uscite. Veloci”.
Camminano 50 metri, poi 100 e poi 500. Liberi. Si sono lasciati alle spalle l’inferno e davanti hanno un oceano di opportunità. Almeno, così pensano. Siamo a Giugno in Polonia, e non fa neanche freddo. Sanno che però in Polonia non possono rimanere. Mala si toglie i vestiti da uomo e scopre quelli da donna, e i ragazzi si comportano come una coppia di adulti. Girovagano per i boschi, chissà cosa fanno e chissà cosa pensano e sperano, noi questo non lo sappiamo e non lo sapremo mai.
E’ tempo di guerra e si mangia poco, e i due fuggiaschi di fame iniziano a patirne tantissima. Mala con sé ha un anello, che tenta di scambiare per del cibo in una città a pochi chilometri dal campo, ma quello scambio tanto generoso insospettisce gli abitanti che avvertono una pattuglia di frontiera. In pochi istanti Mala viene catturata. Edek potrebbe fuggire lontano, d’altronde non l’hanno visto né sanno dove si trovi, ma non vuole lasciare sola Mala, si sono promessi che staranno insieme per sempre. Sa che il loro destino sarà tragico, ma lui preferisce morire da uomo che non vivere da vigliacco, e si costituisce alla polizia tedesca. In pochi giorni sono di nuovo al campo di Auschwitz.
Vengono imprigionati nel blocco 11 e sono torturati per tirar fuori il nome di qualche complice, di qualcuno che abbia consentito la loro fuga, ma i due sono delle tombe e non parlano. Edek canticchia la canzone preferita di Mala, la incide sul muro della sua cella, e le scrive su dei foglietti di carta. Lui e lei continuano a scriversi, si sentono vicini, e lo saranno di nuovo in pochi giorni, ma non in questo mondo.
Dopo settimane di torture e detenzione vengono condannati a morte per impiccagione, e il 15 settembre del 1944, neanche 3 mesi dopo quella rocambolesca fuga, osservano il patibolo dal quale dovranno penzolare.
Edek non ci sta a farsi ammazzare, così si lancia nel vuoto e si spezza il collo mentre la guardia sta leggendo la sentenza. Qualcuno ricorda che pochi istanti prima abbia gridato “Viva la Polonia”.
Mala non ha voglia di raggiungere il patibolo, non vuole che siano quei maledetti nazisti ad ammazzarla e si taglia le vene in cella, ma purtroppo non muore subito. Le SS prima la portano in infermeria, vogliono bloccarle il sangue e bruciarla viva in uno dei forni, ma poi lei implora di esser lasciata morire e probabilmente la accontentano, liberandosi del cadavere solo qualche decina di minuti dopo.
Edek e Mala quel 15 settembre 1944 sono polvere nel vento, come polvere nel vento sarebbe la loro storia d’amore se quei detenuti che li hanno visti amarsi non avessero trovato la forza di ricordarla, per sconfiggere l’odio, per sconfiggere il dolore di un luogo disumano. Auschwitz, l’ano del mondo che racconterà Wieslaw Kielar tanti anni dopo, quel ragazzo che aveva rischiato di scappare con loro e che riesce a uscire e a sopravvivere. Ma questa è un’altra storia.




