Le statistiche criminali, se correttamente redatte e intelligentemente interpretate, possono essere un validissimo strumento di prevenzione dei delitti e quindi di miglioramento della società. Altrettanto facilmente, però, possono essere facilmente strumentalizzate estrapolando da esse delle conclusioni che erano già scritte nella volontà di chi le interpreta. Infatti, esse prendono forma dall’elaborazione di database cui arrivano dati molto eterogenei delle più svariate provenienze, che andrebbero sempre valutati tenendo conto delle differenze preesistenti, e tutte le conclusioni generalizzate che se ne traggono sono sempre fasulle o quanto meno parecchio forzate.

Questo è tanto più facile quando si ragiona sui grandi numeri, che fanno sempre un grande effetto su qualunque tipo di uditorio, a prescindere dalla veridicità del messaggio che dovrebbero sostenere.

In questo come in ogni altro campo, sono invece molto più validi gli studi compiuti su piccoli campioni più o meno omogenei. La Storia ce ne ha lasciati tanti a disposizione, ben documentati, e oggi tratteremo di uno dei meno noti.

L’esercito degli Usa ha sempre tenuto statistiche molto precise, quasi maniacali, sulle proprie attività: i suoi documenti rappresentano quindi una miniera d’oro per chiunque voglia studiare questo o quel fenomeno. Sappiamo, ad esempio, che nel breve periodo in cui gli Usa parteciparono alla Grande Guerra (aprile 1917-novembre 1918), 35 militari americani in servizio al fronte furono giustiziati in seguito a condanne a morte emesse dalle corti marziali per delitti comuni, prevalentemente stupri e omicidi, commessi a danno di civili o commilitoni. Anche per la maggiore durata del conflitto, durante la Seconda Guerra Mondiale, il numero di militari americani che andarono incontro allo stesso destino per le medesime ragioni ammonta a 102. Sappiamo anche che, dal 1942 al 1949, oltre 2800 militari americani sono stati imputati per diserzione, e che 49 di essi sono stati condannati a morte.

Di queste condanne, però, 48 sono state annullate e una sola è stata eseguita

L’importanza di questa unica esecuzione è tanto maggiore se si pensa che, anche tornando indietro nel tempo fino al termine della Guerra di Secessione (1865), quando gli eserciti yankee e confederato furono unificati, nonostante il numero di diserzioni resti sempre piuttosto alto, nessun’altra condanna a morte per diserzione è stata eseguita dall’esercito degli Stati Uniti.

Dunque, in oltre 150 anni di Storia militare, un solo ragazzo americano è finito davanti al plotone di esecuzione per diserzione.

Si chiamava Eddie Slovik e questa è la sua storia

Eddie nasce a Detroit, il 12 febbraio 1920, da una modestissima famiglia di immigrati polacchi il cui nome originario è Slowikowski. Cresce in un ambiente povero e degradato e finisce nei guai con la legge già a 12 anni, per piccoli furti e disturbo della quiete pubblica. A 22 anni, se ne è già fatti 4 tra riformatorio e galera ma, maturando, si è dimostrato un detenuto modello, molto stimato dai sorveglianti e dagli psicologi che lo considerano perfettamente riabilitato. Infatti, appena rimesso in libertà, grazie alla lettera di referenze che gli scrive il direttore del carcere, trova subito lavoro come operaio presso la ditta di forniture idrauliche dell’italo-americano James Montella.

Presto si rivela un lavoratore serio e scrupoloso, le sue prospettive di carriera sono buone. In più, nella ditta, conosce una segretaria, una ragazza un po’ più grande di lui e pure di origine polacca, Antoinette Wisniewski, molto carina e vivace nonostante i problemi di deambulazione che le ha lasciato la poliomielite. La famiglia di lei, nella propria casa, ha un appartamento vuoto e lo mette a disposizione della coppia. I due si sposano il 7 novembre 1942.

Eddie vive insieme alla moglie un anno di piena felicità, poi la guerra in corso irrompe nella sua vita con l’arrivo della cartolina precetto (quale sconvolgimento potesse rappresentare per un giovane americano la chiamata alle armi in quel periodo è mostrato efficacemente nel primo romanzo del premio Nobel Saul Bellow, intitolato “L’uomo in bilico”). Inizialmente, Eddie è scartato per i suoi precedenti penali; ma, più tardi, viene richiamato e dichiarato arruolabile nonostante la sua costituzione sia sempre stata molto gracile, al punto che l’addestramento sarà per lui un’esperienza molto pesante e perfino dolorosa, perché le sue ossa sottili non sempre reggono i carichi dell’equipaggiamento (un fenomeno già descritto al tempo della Grande Guerra e tipico di ha patito la denutrizione). Non ci sono prove di questo, ma è facile immaginare che Eddie venga spedito al fronte soprattutto perché è un signor Nessuno, della cui sorte importa veramente a pochi, mentre parecchi altri raccomandati se la sfangano con comodi incarichi in patria.

Arruolato dunque il 24 gennaio 1944, il 20 agosto successivo viene spedito in Francia, in forza al 109° reggimento di fanteria. Ma la guerra, Eddie, non vuole proprio farla. L’ha sempre detto e non ha mai cambiato idea. Prima ancora di raggiungere il fronte (nell’area al confine con il Belgio che, qualche mese dopo, sarà teatro dell’ultima importante battaglia sul territorio europeo, quella delle Ardenne), già tenta di squagliarsela. Mancano pochi km all’arrivo sulla linea del fuoco, quando il convoglio che trasporta il suo reparto viene investito da un bombardamento. Approfittando della confusione, Eddie e un suo amico, John Tankey, si danno alla fuga verso le retrovie.

Dopo poco, però, finiscono intercettati da un’unità della polizia militare canadese, che si occupa proprio del recupero di soldati sbandati. Infatti, in quel periodo, stanno affluendo in zona molti rinforzi e i nuovi arrivati, nel caos, hanno difficoltà a trovare le unità cui sono assegnati. Eddie e Tankey si fanno passare proprio per due sbandati e, in questo modo, riescono a rimanere nelle retrovie per altre 6 settimane.

Il 7 ottobre, però, sono rispediti alla loro unità. Appena arrivato, l’8, Eddie presenta al suo diretto superiore, il capitano Ralph Grotte, la richiesta di essere trasferito a un’unità di retrovia.

Grotte respinge la richiesta

La mattina del 9, nonostante i tentativi di Tankey di dissuaderlo, Eddie diserta di nuovo. Lascia il suo reparto e si incammina verso le retrovie. Passando per il quartier generale, si ferma e redige una lettera, in cui confessa che anche la volta precedente non si era smarrito ma era scappato e afferma che continuerà a disertare finché non lo assegneranno a un’unità di retrovia. La affida a un cuoco perché la inoltri al comandante. Il cuoco e altri soldati presenti gli rispondono che è pazzo a fare una cosa del genere, già disertare è pericoloso, lasciare in giro un documento così compromettente significa veramente andarsi a cercare i guai. Ma Eddie non intende ragioni. Intanto, qualcuno (pensando di proteggere Eddie dalla sua stessa follia) ha chiamato un ufficiale, il tenente colonnello Ross Henbest, che legge la lettera e, dopo aver cercato di convincere Eddie a ritornare sui suoi passi, promettendogli anche che non ci sarebbero state sanzioni per l’abbandono del posto di combattimento, alla fine, gli chiede di aggiungere in calce alla lettera la dichiarazione di piena consapevolezza delle conseguenze giuridiche del suo gesto.

Ovviamente, a quel punto, Eddie viene imprigionato. Mentre è tenuto sotto sorveglianza, riceve la visita di un altro tenente colonnello, Henry Sommer, che gli propone due possibilità: o tornare al suo reparto o essere trasferito a un altro reparto in prima linea, senza fare alcuna menzione dei suoi tentatividi diserzione. Eddie le rifiuta entrambe.

Si ritiene che Eddie fosse al corrente del fatto che tutte le condanne a morte pronunciate dalle corti marziali per diserzione erano state sistematicamente annullate, e che quindi preferisse affrontare un processo e un periodo di detenzione, anche lungo, alla possibilità di finire al fronte, dato che considerava pressoché certa la sua morte in combattimento (e non sbagliava di molto, perché la sua unità subì gravi perdite nelle settimane successive).

Ma qui ci mette la mano il Fato

Eddie ha scelto veramente il momento sbagliato per disertare. Gli americani, che fino a poco prima erano convinti di essere sul punto di vincere la guerra, e che la strada fino a Berlino sarebbe stata poco più di una passeggiata, stanno affrontando l’ultima durissima e disperata reazione dei tedeschi. Ci si mette anche il maltempo a complicare i loro piani. Tra tempeste e nevicate, con i terreni ridotti a pantani, aereoplani e mezzi corazzati (la superiorità tecnica delle armi americane è la principale chiave delle loro trionfanti vittorie) sono costretti a rimanere fermi e si combatte in trincea o corpo a corpo, come nella Grande Guerra. L’attacco alla Foresta di Hurtgen, che nelle intenzioni avrebbe dovuto dare la spallata finale a ciò che è rimasto della Wermacht, si sta trasformando in una disfatta. I tedeschi, più esperti di questo modo “sporco” di combattere, riguadagnano terreno e sembrano sul punto di ricacciare indietro l’invasore. In pochi giorni, muoiono 33.000 soldati americani, contro 16.000 tedeschi. Tra i ranghi degli americani, le diserzioni non si contano più, sono tantissime.

In questo clima, l’11 novembre, Eddie viene processato. Il capitano John Green, che rappresenta l’accusa, ha facile gioco, visto che l’imputato ha ammesso ogni responsabilità. Dal canto suo, Eddie non si presenta nemmeno all’udienza. Il suo difensore, capitano Edward Woods, si limita a chiedere genericamente clemenza. Il verdetto capitale è scontato e arriva dopo poche ore di consiglio. Deve essere però controfirmato dal comandante della Divisione, il maggior generale Norman Cota. Questo è il punto dove normalmente le condanne a morte vengono commutate in pene detentive. Ma stavolta non succede, perché Cota è furibondo per le tante diserzioni e vuole dare un esempio a tutti.

La condanna di Eddie è confermata

Sotto, il Generale Norman Cota (1893-1971)

Il 9 dicembre, Eddie presenta domanda di grazia al comandante supremo delle forze armate americane, Dwight David Eisenhower (futuro presidente degli Usa dal 1953 al 1961). Eisenhower la grazia fino a oggi l’ha sempre concessa. Ma anche stavolta la situazione è quanto mai sfavorevole. Nelle Ardenne, i tedeschi hanno contrattaccato, le unità americane si ritirano, le diserzioni aumentano ogni giorno. Il 23 dicembre, nonostante il miglioramento del tempo abbia permesso l’intervento dei cacciabombardieri che hanno rintuzzato l’attacco tedesco con una serie di bombardamenti, Eisenhower conferma definitivamente la condanna di Eddie.

L’esecuzione è fissata per il 31 gennaio 1945

Sotto, Eisenhower al tempo della Seconda Guerra Mondiale:

Alle 10 del matino di quel giorno, Eddie è condotto al villaggio alsaziano di Sainte-Marie-aux-Mines, dove lo aspetta il plotone d’esecuzione formato da soldati appartenenti alla stessa unità che ha abbandonato.

Molti anni dopo, nel 2014, un giornalista riuscirà a ritrovare e a intervistare un membro di quel plotone. Si tratta di un ragazzo della stessa età di Eddie (quando viene intervistato ne ha 94) e pure lui è di origine polacca, Nick Gozick. Nick racconta che i ragazzi del plotone, dopo aver sentito tutti i racconti sulla “vigliaccheria” di Eddie, si aspettavano di vedersi comparire davanti un uomo trascinato a forza mentre urla in preda a una paura incontrollabile. Invece Eddie è apparentemente calmo, portava la divisa spogliata di tutte le insegne e aveva una coperta sulle spalle per proteggersi dal gelo. Il suo sguardo non esprime nessuna paura.

Nick, che pure aveva passato molti mesi in prima linea, lo definisce l’uomo più coraggioso che avesse mai visto

Sempre senza perdere la calma, mentre viene legato al palo, Eddie grida ai ragazzi del plotone che l’esercito non lo uccide per la diserzione, una cosa fatta già da tanti altri senza alcuna conseguenza, ma perché, essendo già un pregiudicato, è un capro espiatorio perfetto. Poi però abbassa la voce all’arrivo del cappellano militare, con cui si trattiene qualche minuto tenendo sempre un atteggiamento gentile.

I soldati del plotone hanno già pochissima voglia di ammazzare un commilitone e il breve discorso di Eddie li ha scossi ancora di più. Sono in 12 e, come vogliono i regolamenti, uno dei fucili è caricato a salve. Stanno relativamente vicini a lui e sono tutti tiratori scelti ma, quando parte il “Fuoco!”, sparano in gran parte fuori bersaglio. Eddie è centrato solo da 4 colpi e non muore subito. Gli ufficiali si infuriano, ordinando di ricaricare le armi: ma, mentre i soldati riprendono posizione, il medico incaricato di accertare il decesso dichiara che Eddie è morto e non è necessario sparare di nuovo.

Nick Gozick sopravvive alla guerra e torna a casa, dove fa il commesso in una farmacia, è sposato e ha un figlio (poi ne nasceranno altri 5). Passano 10 anni, in mezzo ai quali cerca di pensare il meno possibile a Eddie, poi nel 1954, nella vetrina di una libreria, si trova davanti un libro, opera del giornalista William Bradford Huie, dedicato proprio a questa storia (in Italiano, è stato tradotto l’anno dopo dalla Rizzoli). Nell’intervista del 2014, Nick dirà di aver trovato questo libro molto preciso e ben documentato.

Sotto, Nick Gozik nel 2014:

Huie tratta della vicenda in modo palesemente imbarazzato. Esperto di argomenti militari, ha molti amici tra gli ufficiali superiori e considera l’esercito con molto rispetto. Ma quello che hanno fatto a Eddie non gli va giù. Non calca la mano, ma lo dice a chiare lettere:

Eisenhower, quella volta, ha commesso un’ingiustizia imperdonabile, una vera barbarie

L’imbarazzo non è solo suo e continua, nonostante il successo del libro, per altri 20 anni. Il soggetto è interessantissimo, ma a Hollywood non si riesce a trovare nessuno disposto a ricavarne un film. O, meglio, qualcuno (come Frank Sinatra) se ne interessa, ma poi salta sempre fuori qualche ragione per non farlo. Finalmente, nel 1974, sono cambiate abbastanza cose nella società americana perché il tabù di Eddie Slovik possa essere finalmente affrontato dal cinema, sia pure con una produzione a basso costo: “The execution of private Slovik” (mai arrivato in Italia, evidentemente da noi certi tabù sono ancora più forti che lì) è diretto da Lamont Johnson e interpretato alla grande da Martin Sheen.

Antoinette, la vedova, invia a tutti i presidenti americani, da Truman a Carter, un’istanza per la riabilitazione del marito. Non le risponde nessuno. Muore nel 1979, a 64 anni. Ma, nel 1987, un altro soldato americano di orgini polacche, Bernard Calka, a forza di insistere, convince il presidente Reagan ad autorizzare la traslazione della salma di Eddie, inizialmente tumulata in fretta nel cimitero militare di Fère-en-Tardenois (dove giacciono anche 95 altri soldati giustiziati per reati comuni) e raccoglie, con una sottoscrizione tra i reduci e la comunità di origine polacca, gli 8000 dollari necessari a finanziare l’operazione. Da allora e per sempre, Eddie riposa accanto alla tomba di Antoinette, nel cimitero Woodmere di Detroit.

Categorie: Storia

Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.