L’Ecuador è un paese relativamente poco esplorato dal punto di vista archeologico, anche per motivi legati alla sua natura, in particolare dove la foresta pluviale amazzonica resiste ancora (e speriamo a lungo) all’avanzata della “civilizzazione”.  Si sa comunque con certezza che in quella grande area del Sud America, nella quale era compreso l’attuale Ecuador, prosperarono per migliaia di anni diverse culture indigene – alcune ben conosciute, altre molto meno – prima di essere assoggettate dall’impero Inca, nel XV secolo.

Ceramica Guangala

Fonte immagine: Sailko via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Tra queste c’era la cultura Guangala, che si sviluppò all’incirca tra il 100 a.C. e l’800 d.C., lungo la costa dell’Ecuador centrale, nell’attuale provincia di Manabì. Certo, lo scavo condotto tra il 2014 e il 2016 nel complesso rituale di Salango, appartenente appunto alla cultura Guangala, non ha portato alla luce antiche piramidi o misteriose città sepolte, ma ha comunque lasciato increduli gli archeologi, per un particolare tipo di sepoltura: “Non ho mai sentito parlare di qualcosa di simile altrove nelle Ande” afferma la bioarcheologa Sara Becker, della California Riverside University.

Che cosa ha sorpreso a tal punto il team congiunto di ricercatori dell’Università della Carolina del Nord e dell’Università Técnica de Manabí?

Nel sito rituale di Salango, un complesso funerario risalente all’incirca al 100 a.C, sono stati trovati i resti di undici individui, tra i quali due bambini molto piccoli, sepolti insieme a manufatti, statuette di antenati in pietra e conchiglie. Fin qui nulla di strano, ma esaminando i resti appartenenti ai bambini, gli archeologi hanno scoperto che sulla loro testa era stato posto, a guisa di elmetto, il teschio di un altro bambino. Secondo il team, composto da Sara Juengst, Abigail Bythell, Charlotte e Richard Lunniss, Juan José Ortiz Aguilu, questo è l’unico caso noto, sia in Sud America sia a livello globale, di questa particolarissima forma di sepoltura.

Uno dei bambini morì all’incirca a 18 mesi, e per ragioni ancora sconosciute “il cranio modificato di un secondo giovane è stato posizionato, in modo simile a un elmo, attorno alla testa del primo, in modo tale che il volto dell’individuo primario guardasse attraverso e fuori dalla volta cranica del secondo”. Il teschio di copertura apparteneva a un bambino che poteva avere tra i 4 e 12 anni al momento della morte.

Il secondo bambino aveva pochi mesi, tra i sei e in nove, quando morì, mentre il suo cranio di protezione apparteneva a un altro bambino deceduto tra i 2 e i 12 anni.

In entrambi i casi, lo spazio tra i teschi primari e quelli posti sopra era ridottissimo, una condizione che suggerisce l’idea di una “sepoltura simultanea dell’individuo primario e del cranio aggiuntivo”.

Per il momento gli archeologi, che hanno pubblicato di recente i primi risultati della loro ricerca sulla rivista Latin American Antiquity, non sanno dare una spiegazione certa di questo strano uso dei teschi. Potrebbe essere stato un modo per cercare di proteggere le piccole “anime pre-sociali e selvagge” dei bambini, protezione che doveva essere garantita anche dalle statuette in pietra degli antenati.

La scoperta, senza precedenti, alimenta molte domande, alle quale il team spera di trovare risposta con ulteriori analisi. Per esempio, se il bambino sepolto e quello al quale apparteneva il cranio/elmo, fossero legati da un rapporto di parentela; e ancora, a cosa mirava questo rituale? I bambini, anche quelli di cui rimane solo il cranio, risultano tutti sofferenti di malnutrizione, forse dovuta alla scarsità di cibo seguita a una eruzione vulcanica (che ricoprì la regione di cenere), avvenuta probabilmente poco tempo prima della sepoltura.

L’ipotesi degli archeologi è che “il trattamento dei due bambini facesse parte di una risposta rituale più ampia e complessa alle conseguenze ambientali dell’eruzione”.

Trovarsi di fronte alla morte di bambini, anche se vissuti oltre duemila anni fa, non è mai facile e suscita emozioni difficili da controllare, afferma Sara Juengst, “ma in questo caso è stato stranamente confortante (il fatto) che coloro che li hanno seppelliti abbiano dedicato loro del tempo, e si siano preoccupati di farlo in un posto speciale, magari accompagnati da persone speciali, per onorarli”.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.