Eclipse: il Cavallo del XVIII Secolo capostipite dei Purosangue Inglesi

Era talmente veloce che nessuno più aveva il coraggio di gareggiare con lui: Eclipse, il cavallo da corsa nato durante l’eclissi di sole del 1764, rimase imbattuto per le diciotto gare a cui partecipò. Non proseguì la carriera di corridore, durata appena 17 mesi, perché – come disse il Capitano Dennis O’Kelly di lui: “Eclipse il primo, gli altri inesistenti” – distanziava gli avversari di più di 200 metri, rendendoli “inesistenti” (secondo il gergo delle gare ippiche),  e annullando di fatto qualsiasi possibilità di scommessa, vero scopo delle corse di cavalli.

Eclipse, ritratto da George Stubbs

Ma di Eclipse non si sono perse le tracce: è il “papà” di quasi tutti i cavalli da corsa inglesi (fra l’80 e il 95% degli attuali purosangue hanno il pedigree di Eclipse), perché nella sua carriera di stallone generò tra i 325 e i 400 puledri.

La storia di Eclipse si intreccia con quella dei membri di una certa nobiltà inglese, che non disdegnava di mescolarsi con giocatori d’azzardo e avvenenti signore di facili costumi, mantenute con molto lusso. Anche le donne appartenenti all’aristocrazia amavano giocare d’azzardo, ed in particolare scommettere alle corse dei cavalli (hobby peraltro molto caro anche all’attuale Regina Elisabetta).

La passione per le scommesse fece la fortuna di molti elementi poco raccomandabili, e nel caso specifico di Eclipse, di un certo Dennis O’Kelly, un gigolo irlandese trasferitosi a Londra, che si arricchì grazie ad una combinazione ben orchestrata tra gioco d’azzardo, sesso e cavalli.

Studio anatomico di Eclipse del XVIII Secolo:

Dennis, che amava molto il gioco, si ritrovò rinchiuso alla Fleet Prison, la prigione di Londra riservata a debitori e bancarottieri, dove incontrò Charlotte Hayes, bella ed affascinante prostituta molto conosciuta tra i più ricchi uomini della capitale britannica. Usciti entrambi grazie a un’amnistia, i due unirono i loro destini e le loro economie per arricchirsi insieme grazie all’attività del lussuoso bordello della Hayes, frequentato sia da uomini sia da donne dell’alta società, e grazie alla mania tipicamente inglese per le scommesse.

La Fleet Prison di Londra

Non fa meraviglia che in poco tempo la coppia riuscisse ad acquistare una lussuosa dimora e quattro cavalli da corsa. O’Kelly ambiva però a possedere Eclipse, che in quel 1769 aveva vinto tutte le nove gare della stagione. Il cavallo aveva all’epoca cinque anni, ed era stato precedentemente sottovalutato, perché mostrava un carattere bizzoso, restio agli allenamenti. Il duca di Cumberland lo vendette, per sole 75 sterline, ad un commerciante, William Wildman.

Eclipse divenne, grazie al nuovo padrone, quel campione assoluto che non si assoggettava a nessun comando del “suo” fantino, John Oakley, che gli consentiva di correre muso a terra  senza frenare la sua velocità. O’Kelly fece a Wildman un’offerta che probabilmente non poteva essere rifiutata, vista la reputazione non proprio immacolata dell’irlandese.

Eclipse e O’Kelly

Eclipse corse per pochi mesi, ritirandosi alla fine del 1770 per mancanza di avversari. Ma la vera fortuna, per il suo proprietario, doveva ancora cominciare: divenne uno stallone infaticabile, che fece guadagnare a O’Kelly una cifra astronomica, oltre cinque milioni di euro, al cambio attuale.

Nel 1787 O’Kelly morì della malattia dei ricchi, ovvero di gotta, senza però aver avuto la soddisfazione di essere accettato come membro del prestigioso Jockey Club di Newmarket (contea di Suffolk); Eclipse lo raggiunse nel 1789, a causa delle coliche. I resti del cavallo divennero delle preziose reliquie, tanto che cominciarono a materializzarsi in molti luoghi della Gran Bretagna: tutte insieme avrebbero potuto comporre sei scheletri.

Uno zoccolo di Eclipse, conservato al Jockey Club di Newmarket

Immagine di pubblico dominio

In realtà, le vere ossa del cavallo girarono per alcuni musei, fino ad essere esposte, oggi, al Royal Veterinary College.

Lo scheletro di Eclipse in un disegno d’epoca

Il suo sangue però continua a circolare nella stragrande maggioranza dei cavalli da corsa inglesi, quasi tutti discendenti dello straordinario stallone, nato in un giorno trasformato in notte dalla luna, nell’ormai lontano 1764.


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