La storia ricorda raramente le vicende delle persone comuni, praticamente mai. I nostri libri sono pieni di imperatori e di re, di regine e conquistatori, di uomini influenti e persone facoltose che vivevano in castelli o combatterono grandi battaglie. Ma tutti gli altri, quanti vissero durante quelle epoche sono oggi praticamente dimenticati.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Questa semplice constatazione della nostra conoscenza del passato rende ancora più incredibile la vicenda di una scatola piena di vecchie lettere scritte circa 1.700 anni fa nella città cinese di Dunhuang. In quella scatola ci sono due lettere scritte da una donna comune, una donna di nome Miwnay.

Statuetta di un carovaniere sulla via della seta che veste un cappello sogdiano. Immagine di pubblico dominio:

Sono uno scorcio raro nella vita del popolo sogdiano che, nel 313 d.C., viveva sotto il dominio cinese. Ma più di questo, sono uno scorcio dell’amore e del dolore che hanno riempito la vita di una donna normale, una delle poche che non saranno mai dimenticate.

La disperata richiesta di aiuto di una madre

La prima lettera di Miwnay inizia così: “Da sua figlia, la donna libera Miwnay, alla sua cara madre Chatis. Sono molto ansiosa di vederti“.

Un frammento di broccato sogdiano del 700 dopo Cristo. Immagine di pubblico dominio:

Queste parole non costituivano un modo formale comune, ma erano una supplica. Miwnay era infatti intrappolata a Dunhuang, una remotissima città ai confini con la Mongolia che sorge sulle rive del fiume Danghe. La donna era finita in città a causa del marito, che l’aveva portata con sé, ma di cui ora non vi era più traccia.

L’uomo aveva abbandonato Miwnay e sua figlia, Shayn, lasciandole senza un soldo. Dopo la fuga dell’uomo Miwnay e la sua bambina, un tempo appartenenti alla famiglia di un ricco mercante, stavano morendo di fame.

E questo Miwnay lo racconta dettagliatamente. Scrive: “Vivo miseramente, senza vestiti, senza soldi. Chiedo un prestito ma nessuno acconsente a concedermelo“.

La situazione della donna e di sua figlia era disperata. Infatti Miwnay scrive alla madre cercando una soluzione provvidenziale dopo anni di attesa del ritorno dell’uomo. La sua ultima speranza, per rimanere viva, era quella di lasciare la città e tornare nella casa materna, l’unico luogo in cui potessero essere al riparo dai pericoli.

Una donna intrappolata in un mondo di uomini

Per una donna con un marito scomparso, nell’anno 313 d.C., lasciare Dunhuang non era un compito facile. Per le leggi del suo paese Miwnay non poteva andarsene a meno che suo marito non le avesse dato il permesso.

Le donne sogdiane, come Miwnay, erano cittadine di seconda classe a Dunhuang. La loro patria, Sogdiana, era stata una provincia dell’Impero Persiano, ma Miwnay viveva nella provincia cinese del Gansu, appena fuori dal confine che divideva la Cina dal resto dell’Asia. E lì erano i cinesi a stabilire le regole.

Abitazioni nel deserto di Gobi vicino Dunhuang. Fotografia di Sigismund von Dobschütz condivisa con licenza CC BY SA 3.0 via Wikipedia:

Molte donne sogdiane finirono per essere vendute come schiave sessuali. Era un destino comune per le donne, in particolar modo per quelle povere. Vendute ai cinesi più ricchi, erano alla completa mercé della volontà di questi ultimi, che potevano picchiarle, incatenarle e fare loro qualsiasi cosa, nel pieno rispetto delle leggi.

Da questo punto di vista Miwnay era stata fortunata. Aveva sposato un uomo sogdiano di nome Nanai-dhat, un commerciante che aveva costruito casa sulla Via della Seta. Molto probabilmente il marito della protagonista della nostra storia era un uomo ricco, infatti i Sogdiani erano celebri per fare fortuna grazie al commercio.

Tornando alla sua partenza da Dunhuang, una moglie, per legge, se non era in grado di ottenere il consenso da parte del marito doveva ottenere almeno quello del parente maschio più stretto, in questo caso un uomo di nome Artivan. Quest’ultimo aveva rifiutato di concederle il permesso di andarsene, e tutti gli altri cui Miwnay si rivolse le ripetevano la stessa cosa:

Aspetta… Forse Nanai-dhat arriverà

Ma Nanai-dhat era lontano da anni. Nessuno sapeva dove fosse, e se Miwnay non fosse riuscita a scappare da Dunhuang probabilmente lei e la figlia sarebbero finite in vendita al mercato degli schiavi.

Una lettera a un padre che ha abbandonato la sua famiglia

L’altra lettera di Miwnay era diretta a suo marito, Nanai-dhat, e si apre con un lungo flusso di luoghi comuni, come se suo marito fosse una divinità:

“Al mio nobile signore e marito Nanai-dhat, hai la mia benedizione e ti omaggio in ginocchio, come si fa con gli dei. Ed è una buona giornata per colui che ti vedrà sano, felice e libero dalla malattia, insieme a tutti; mio signore, quando sento la notizia della vostra buona salute mi considero immortale!”.

Statuetta che mostra un mercante Sogdiano scoperta nel nord della Cina. Fotografia di pubblico dominio:

Questa serie di lodi e riverenze, però, erano tipiche della cultura sogdiana. Terminati i giri di parole, Miwnay dice quel che pensa:

Ho obbedito al tuo volere e sono venuta a Dunhuang contro i consigli di mia madre e dei miei fratelli. Gli Dei erano sicuramente arrabbiati con me quel giorno in cui ho obbedito al tuo volere. Preferirei essere la moglie di un cane o di un maiale che tua!

La famiglia di Miwnay, rivela nella lettera, l’aveva pregata di non seguire il marito a Dunhuang. Però lei si era lasciata convincere, con gli occhi pieni d’amore, solo per essere infine abbandonata. Nanai-dhat non le scriveva da molto tempo, e l’unica lettera che aveva ricevuto era un rimprovero, che le ricordava “come servire i cinesi”.

Ma quella era la più grande paura di Miwnay. Se Nanai-dhat non fosse tornato presto, lei e sua figlia – donne che avevano goduto di una vita libera nella casa di un uomo ricco – sarebbero diventate davvero schiave dei cinesi.

La lettera di Miwnay a suo marito:

Una donna ricca si trasforma in una serva

La seconda lettera ha anche una seconda parte, aggiunta dalla figlia Shayn, che fu scritta qualche tempo dopo, a margine. Tutto ciò che Miwnay temeva, a quanto pare, si era avverato. La ragazza afferma:

Siamo diventate  serve dei cinesi, io insieme a mia madre

Un amico di famiglia di nome Farnkhund le aveva rovinate. Miwnay aveva sperato che Farnkhund potesse portarle fuori da Dunhuang, ma questi le aveva deluse. L’uomo aveva accumulato ingenti debiti con i cinesi, che ora gli davano la caccia. Miwnay e Shayn, intrappolate in città, avevano ereditato i suoi debiti, e ora Shayn faceva la contadina che vegliava su uno branco di animali per sopravvivere.

Il destino di Miwnay e Shayn

Nessuno sa con certezza cosa ne sia stato di Miwnay e Shayn. Queste due lettere sono gli unici indizi che le due donne siano mai esistite.

Le missive di Miwnay, però, non arrivarono mai a destinazione. Furono intercettate da una guardia cinese e rinchiuse in una scatola sulle mura del confine, nascoste e dimenticate fino a quando, quasi 1.600 anni dopo, un archeologo non le ritrovò, nel 1907.

La madre di Miwnay non lesse mai la richiesta di aiuto di sua figlia, e suo marito non lesse mai le parole di Shayn che gli diceva cosa ne era stato della sua famiglia. Probabilmente il destino delle due donne fu nefasto.

Le mura di confine a Dunhuang. Fotografia di Hiroki Ogawa condivisa con licenza CC BY 3.0 via Wikipedia:

Ma possiamo fare ancora un’ipotesi di epilogo positivo. Nella lettera a sua madre Miwnay spiega che c’era ancora una persona che le stava aiutando:

Dipendo dalla carità del prete. Mi disse: Se vai, ti darò un cammello, e un uomo dovrebbe venire con te, e lungo la strada, mi prenderò cura di te

Forse il predicatore che le aveva dato vestiti da indossare e cibo da mangiare, mantenne la sua promessa. Forse diede alle due donne un cammello e un aiutante per riuscire a sgattaiolare lontano dalla vista delle guardie. Forse Miwnay riuscì davvero a tornare a casa da sua madre e visse una vita pacifica dalla sua famiglia.

Un sogdiano su un cammello. Immagine di pubblico dominio:

Purtroppo, però, noi non possiamo che immaginare cosa successe alle due donne sogdiane, ostaggio della città di Dunhuang. Anche se non furono in grado di fuggire dalla città, una cosa però è riuscita a Miwnay che non è riuscita a quasi nessun’altra donna del passato:

Far sentire ai posteri il proprio grido di aiuto in una società maschilista

A lei probabilmente non sarebbe interessato granché, ma la sua voce, quella di una donna comune, riecheggia ancora fra le pieghe della storia. Anche se probabilmente concluse la sua vita in schiavitù e in miseria, la sua storia è divenuta immortale. E’ una magra consolazione, ma è pur sempre meglio che niente.

La traduzione completa delle lettere si trova, in inglese, sul sito dell’Università di Washington a opera del professor Nicholas Sims-Williams della School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...