Droctulfo: il Longobardo innamorato di Ravenna che si fece Bizantino

Nel cuore ariano di Ravenna c’è questo muro di mattoni, certo molto antico, chiamato Muro di Droctulfo. Affissa c’è una didascalia dove si può leggere che era un muro dell’episcopio risalente al VI secolo, anche se ampiamente rimaneggiato nel corso del tempo. L’edificio era parte del complesso religioso ariano, con cattedrale e battistero, fatto costruire dal re goto Teodorico.

Ma se passaste di fronte a questo muro vi sembrerebbe eccessiva una didascalia dedicata a un modesto muro di mattoni, per quanto antico, in una città come Ravenna, luccicante d’oro e di firmamenti stellati nei suoi mosaici preziosi che sanno d’eternità.

La spiegazione sta in quel curioso nome, Droctulfo, sbrigativamente liquidato nella didascalia come duca longobardo, che avrebbe abitato nell’episcopio quando questo aveva perso la sua funzione originaria.

E dunque, questo Droctulfo, chi è?

E’ certamente un duca longobardo, ma se fosse stato solo quello, nessuno si ricorderebbe di lui, né sarebbe citato nella didascalia sul muro e, soprattutto, il grande scrittore Jorge Luis Borges non ne avrebbe tratto ispirazione per uno dei suoi racconti, Storia del guerriero e della prigioniera.

Droctulfo è un personaggio emblematico del suo tempo, la fine del VI secolo, quando l’Italia è già soggetta ai barbari scesi dal nord, con ancora qualche propaggine dell’Impero governata dai bizantini. Eruli e Goti hanno già dimostrato di cosa sono capaci i barbari, rozzi e selvaggi analfabeti – secondo il pensiero romano – che però perdono territori quando Giustiniano riesce brevemente a riunificare l’impero. Anche Ravenna, strappata ai Goti, torna sotto l’influenza orientale, ma le cose cambiano quando i Longobardi, nel 568, dalle fredde terre d’Ungheria arrivano alla conquista dell’Italia.

Loro sono in realtà un popolo nomade, di “feroci” guerrieri dalle lunghe barbe, che hanno già molto viaggiato nel corso dei secoli, partendo forse dalla lontana Scandinavia. Sono “i più barbari tra i barbari”, secondo la definizione del papa dell’epoca, Gregorio Magno. La loro è una società ancora arcaica, tribale, organizzata in fare, clan che condividono lo stesso capostipite, e strutturata come un’organizzazione militare, dove i guerrieri rappresentano ovviamente l’élite. A comandare ogni fara c’è un duca, scelto perché è il più valente tra tutti i guerrieri.

Nel complesso panorama dell’epoca, le diverse popolazioni germaniche fanno e disfano alleanze fra loro e anche con i bizantini, a seconda di chi sia il nemico da combattere al momento. Droctulfo è probabilmente di origine sveva, e quando è giovanissimo soffre la “captivitas” longobarda insieme alla famiglia. All’inizio del VI secolo Longobardi e Svevi sono vicini di casa, per così dire, in Boemia e Moravia, e spesso si scontrano in battaglie per la difesa del territorio. All’epoca (ma anche in quelle successive) per garantire la pace raggiunta tra i due popoli, qualche famiglia nobile viene data in ostaggio all’avversario. Droctulfo appartiene a una di queste famiglie, ma lui ha la vera stoffa del guerriero, é “forma idoneus” – come dice lo storico longobardo Paolo Diacono – tanto da ottenere il titolo di duca. Poi Droctulfo, in un momento imprecisato della sua vita, passa dalla parte dei bizantini, e diventa addirittura generale dell’Impero. Immaginiamo quel barbaro generale dell’esercito romano, un bel salto dall’essere un prigioniero longobardo.

Non sappiamo i motivi di questa scelta, probabilmente sofferta, perché Droctulfo deve abbandonare quelli che lui definisce “amati genitori”. Paolo Diacono ipotizza che Droctulfo, passando a nemico d’oriente, abbia voluto vendicarsi della captivitas subita.

In realtà, tutte le notizie sulla sua vita sono abbastanza frammentarie, e ricollegare gli eventi che lo vedono protagonista non è per nulla facile.

Forse arriva a Ravenna – ma non esiste nessuna prova che possa confermare l’ipotesi – intorno al 572, al seguito della prima regina d’Italia, Rosmunda, quella costretta dal consorte a bere dal teschio di suo padre. La donna scappa dai Longobardi e chiede protezione all’esarca bizantino di Ravenna, dopo aver assassinato, in combutta con l’amante Elmichi, il marito Alboino. Questa ipotesi spiegherebbe la presenza di Droctulfo a Ravenna e la sua scelta di campo, ma occorre ricordare che non sempre le ipotesi corrispondono alla realtà.

Seguendo sempre il racconto di Paolo Diacono, ritroviamo Droctulfo a Brixellum (che non è Bruxelles ma l’attuale Brescello, sì proprio quello di Peppone e Don Camillo), con il titolo di dux, ma dei bizantini, quindi di comandante di quell’importante presidio dell’Impero Romano d’Oriente nel cuore della pianura padana dominata dai Longobardi. Tra il 584 e il 590, il re longobardo Autari riesce a conquistare Brescello, strategicamente fondamentale come punto di partenza della rotta fluviale verso Ravenna e il suo porto, Classe, luogo di partenza e approdo dei commerci con l’oriente.

Droctulfo, sconfitto, riesce a riparare a Ravenna, che da quel momento in avanti considererà la sua patria.

Per sapere qualcosa di più di Droctulfo, negli anni successivi, occorre fare riferimento all’epitaffio posto sul suo sepolcro a Ravenna, anche se sia l’epitaffio sia la tomba sono ormai perduti.

Un guerriero del valore di Droctulfo poteva forse rassegnarsi a quella sconfitta patita da Autari? Certamente no, e dunque lo ritroviamo a comandare un contingente bizantino che riesce a riconquistare Brixellum, vittoria che rappresenta, secondo l’epitaffio, la sua “prima gloria” da condottiero, forse quella che più lo ha reso orgoglioso.

Ma non è meno importante l’impresa successiva, quando da Brixellum scende lungo il fiume Padoreno – un ramo secondario del Po – per tentare di riconquistare il porto di Classe, caduto nelle mani del longobardo Faroaldo, che poi diventerà il primo duca di Spoleto. Nel delta del fiume si consuma una battaglia navale vinta da Droctulfo che, nonostante abbia meno navi e guerrieri, riesce a riprendersi Classe.

La vicenda tra Droctulfo e Faroaldo – la cui datazione non è certa – getta luce sulle complesse vicende di quell’epoca di grande confusione sotto il cielo del nord Italia. Ci sono sì, da una parte i Longobardi e dall’altra i bizantini, sempre più in difficoltà è vero, ma ci sono anche quei barbari federati – anche longobardi – che combattono al soldo dell’Impero, ed è il caso di Faroaldo. Droctulfo ha fatto la sua scelta di campo, e a quella rimane fedele, tanto da essere definito vastator gentis suae, distruttore del suo popolo. Al contrario, il futuro duca di Spoleto non ha nessuna remora ad approfittare della condizione di debolezza dei bizantini per accaparrarsi una fetta di territorio.

Ma la storia di Droctulfo non si esaurisce a Ravenna. Sappiamo che nel 586 è in Tracia (nell’attuale Grecia, Bulgaria e Turchia) dove, grazie a un suo stratagemma, le forze bizantine riescono a sconfiggere gli Avari. Ce ne parla il cronista bizantino Teofilatto Simocatta, che definisce Droctulfo, “longobardo di stirpe, uomo prode e robustissimo per la guerra”. Le forze dell’impero sono al comando di Giovanni Mystacon, e subito sotto di lui c’è Droctulfo, mentre Adrianopoli è assediata dagli Avari. Durante una battaglia, racconta Teofilatto, il guerriero “superò in strategia il nemico”, fingendo di scappare con i suoi uomini, “ma successivamente egli si voltò all’inseguimento, raggiunse la retroguardia dei barbari e massacrò quelli che incontrava”.

Da questo momento in poi, sulla vita di Droctulfo si possono solo fare delle ipotesi, supportate dal fatto che non risulta nessun altro personaggio dell’epoca con quel nome. E’ probabile che il Droctulfo citato in una lettera di papa Gregorio Magno sia lui. Il pontefice lo raccomanda all’esarca d’Africa, Gennadio, spiegando che è proprio il guerriero a voler “senza indugi mettersi con tutta l’anima agli ordini dell’eccellenza vostra”, entusiasta “del bene che si dice di voi”. 

Dopo questa menzione, che non può con certezza essere riferita al nostro personaggio, sulla vita di Droctulfo cala il silenzio, come sempre accadeva per i personaggi di quell’alto medioevo che pochissimo ci consegna come fonti storiche. Non sappiamo quando muore, né per quale causa e nemmeno dove. Certamente non a Ravenna, la città tanto amata, dove lui aveva chiesto di essere sepolto. Grazie al “pio amore” di un non meglio identificato prete Giovanni, l’ultimo desiderio del longobardo viene esaudito, e Droctulfo trova riposo nella basilica di San Vitale – un onore riservato a pochi – dove viene posto anche un epitaffio, che è una delle fonti sulla sua vita:

[…] Il volto era tremendo all’aspetto, ma l’animo buono,

La sua barba fu lunga sul petto robusto.

Amò sempre le insegne del popolo romano, sterminò la sua stessa gente.

Per amor nostro, sprezzò gli amati genitori

Reputando che qui, Ravenna, fosse sua patria. […]

Proprio questo verso sulla città di Ravenna, considerata patria, ha ispirato Borges, che spoglia Droctulfo della sua individualità per farne un personaggio simbolo:

“Veniva dalle selve inestricabili del cinghiale e dell’uro; era bianco, coraggioso, innocente, crudele, leale al suo capo e alla sua tribù, non all’universo.” Finché il destino non lo porta a Ravenna, dove rimane folgorato da una bellezza che non ha mai visto prima: “Vede il giorno e i cipressi e il marmo. […] Vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti.”

Nell’attimo di stupore per la luce del tramonto che accende l’oro dei mosaici e tutto sembra irreale, deve aver pensato – “Che differenza tra le genti che abitano tra tanta bellezza e i miei guerrieri longobardi che acconciano barba e capelli per farsi simili a cani e lupi selvaggi, per incutere terrore ai nemici” –  Forse, questo è balenato nella testa di Droctulfo, o molto probabilmente no, e tuttavia lui sceglie la Città, la bellezza, ma, conclude Borges, “non fu un traditore, fu un illuminato, un convertito”. E, se la sua storia “non è vera come fatto, lo sarà come simbolo”. Insomma, abbiamo fantasticato su Droctulfo, ma la base storica di quel guerriero longobardo è più che reale.

Tanto è vero che poi, negli anni e decenni a venire, i barbari rozzi e selvaggi arrivati dalle foreste del nord si fanno italiani, un popolo figlio di tanti incontri, dei quali, nell’inesorabile scorrere del tempo, si è persa la memoria.


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