Dìxià Chéng: la “Tribù dei Ratti” che vive nella Città Sotterranea sotto Pechino

La Tribù dei Ratti: questo è il nome dato alle migliaia di persone (le stime variano tra le 150.000 e il milione) che vivono sotto il suolo di Pechino, in quella che viene definita la Grande Muraglia sotterranea.

Fonte immagine Xiao Niao via Flickr – licenza CC BY-SA 2.0

Dìxià Chéng, ovvero la Città Sotterranea, si stende sotto il cuore della capitale della Cina per 85 chilometri quadrati, a una profondità che varia tra gli 8 e i 18 metri, anche se la reale dimensione di questo enorme complesso di tunnel e bunker non è mai stata resa nota.

Fonte immagine: Xiao Niao via Flickr – licenza CC BY-SA 2.0

Doveva essere il rifugio sicuro per tutti i sei milioni di abitanti di Pechino, nel caso in cui gli scontri sino-sovietici per i confini territoriali fossero sfociati in una guerra. Nel 1969, quando la minaccia di una guerra nucleare con l’Unione Sovietica sembrava un’ipotesi non remota, il leader cinese Mao Zedong volle premunirsi ordinando la costruzione di una città sotterranea che fosse in grado di resistere ad attacchi di ogni genere, sia convenzionali sia biochimici, fino a quelli nucleari.

Fonte immagine: Xiao Niao via Flickr – licenza CC BY-SA 2.0

Nell’arco di dieci anni, tra il 1969 e il 1979, 300.000 cittadini di Pechino, talvolta muniti solo di pale manuali, scavarono l’enorme rifugio, al quale si poteva accedere da circa 90 porte, nascoste all’interno dei negozi che si affacciavano lungo le strade principali.

Sotto, uno degli ingressi:

Un altro ingresso:

Fonte immagine: Well-rested via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Dìxià Chéng non era strutturata come un semplice rifugio, ma come una vera città: c’erano cliniche, ristoranti, scuole, teatri e persino una pista di pattinaggio. E poi magazzini per i cerali e il petrolio, e perfino un’area dedicata alla coltivazione dei funghi. Il Presidente Mao esortava i cittadini di Pechino con le parole “Shenwadong, chengjiliang, buchengba“, ovvero “scavare gallerie profonde, immagazzinare cibo e prepararsi alla guerra”.

Fonte immagine: 23hours via Flickr – licenza CC BY-SA 2.0

Dìxià Chéng fortunatamente non fu mai utilizzata per lo scopo inizialmente previsto, e negli anni ’80, quando iniziò il processo di liberalizzazione dell’economia cinese, alcune parti della città sotterranea furono trasformate in negozi e uffici, ma soprattutto in abitazioni, che venivano affittate alla grande massa di migranti che dalla campagna si trasferivano in città, oppure ai residenti che non potevano più permettersi di pagare cifre sempre crescenti per un appartamento “fuori terra”.

Fonte immagine: Xiao Niao via Flickr – licenza CC BY-SA 2.0

Era la “tribù dei ratti”, un mondo totalmente separato da quello di sopra, dove si pensava potessero vivere solo persone povere, condannate all’oscurità e alla sporcizia. In realtà parte dei tunnel fu convertita in piccoli centri commerciali, in Hotel ultra-economici o addirittura in cinema, il tutto destinato alle fasce meno abbienti della popolazione.

Fonte immagine: Xiao Niao via Flickr – licenza CC BY-SA 2.0

Nel 2010 le autorità di Pechino decisero che entro due anni tutti i residenti della città sotterranea dovevano trovarsi un’altra abitazione. Un decreto impossibile da rispettare, la cui scadenza è stata prorogata al 2017, ma che fino a poco tempo fa aveva visto solo un terzo della Tribù dei Ratti aver lasciato i bunker, mentre appariva sempre più complicato trovare una soluzione ai problemi che si ponevano sia per gli inquilini, non in grado di pagare affitti più alti, sia per i proprietari, che non volevano rinunciare a quella fonte di reddito.

In questa difficile situazione ha fatto la differenza la proposta di Zhou Zishu, un designer che ha creato una start-up finalizzata a trasformare una parte dei sotterranei di Pechino, abitati dall’oscura Tribù dei Ratti, in una comunità chiamata Digua Shequ (Patata Dolce), dove hanno trovato posto una biblioteca, una sala di lettura, un’area sociale, uno spazio-giochi per i bambini, negozi e una palestra. Tutti ambienti pensati per consentire uno scambio e un’interazione tra gli abitanti di sotto e quelli di sopra, un’opportunità per superare la distanza tra classi sociali diverse.

Secondo Zhou, è probabile che molte persone continueranno per un tempo indefinito a vivere nei bunker, proprio per i molteplici interessi in gioco, ma si augura che il modello Digua Shequ possa essere riproposto in altre aree della Città Sotterranea. Se lo augura anche una delle persone che da 14 anni vive là sotto: “Ho vissuto a Pechino per 14 anni. Prima non conoscevo nessuno della gente che viveva al piano di sotto. Ora, ci conosciamo tutti“.


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