25 aprile del 1431: una nave mercantile si accinge a lasciare il ricco porto cretese di Candia, allora controllato dalla Serenissima, diretta ai ricchi mercati delle Fiandre, sempre pronti a ricevere gli abili mercanti italici con i quali operare importanti transizioni.

Il capitano della nave è Pietro Querini, navigatore, mercante e patrizio veneziano, desideroso di “acquisire onore e ricchezze, cose di cui noi uomini non ne abbiamo mai abbastanza”, tramite il commercio, peccando quindi di avarizia e perdendo, a suo dire, il favore divino.

Solo cinque giorni prima della partenza perde suo figlio, evento che in seguito interpreterà come premonizione delle sventure che incombevano. Ma non solo quello, anche i danni ricevuti al timone nelle secche di San Pietro, in prossimità di Cadice, verranno interpretati successivamente come segnali inviati dall’Altissimo per far desistere il capitano dal continuare il viaggio.

Il profitto, tuttavia, prevariva ogni cosa

Per cui, ultimate le riparazioni, l’equipaggio riparte distanziandosi dalla costa a causa dei venti contrari, fino alle Canarie, che si lasciano alle spalle non appena cambia il vento. Il timone continua a dare problemi e solo a Lisbona, dove si fermano per quasi un mese, riusciranno a rimetterlo a posto. Il 24 settembre ripartono, facendo una breve sosta a Santiago, col vento in poppa.

Tutto sembra andare per il meglio: superano facilmente il capo di Finestère e sono convinti di poter proseguire senza intoppi, ma la mala sorte è sempre in agguato e agli inizi di novembre il vento cambia nuovamente, proprio prima che potessero entrare nella Manica, mandandoli verso le isole Scilly.

Non vedevamo la terra, ma ci fidavamo dei nostri piloti che pensavano che non fossimo distanti

Non potevano fare altro che confidare nell’esperienza dei piloti, che tenevano costantemente sotto controllo la distanza del fondale. Erano vicini a terra, ma il vento non sembrava dargli tregua. Procedono verso l’Irlanda e Kerry Head, al largo delle quali incontrano delle navi provenienti dalle Fiandre. La fortuna tuttavia sembra avergli voltato definitivamente le spalle. Il timone rimane gravemente danneggiato e una furiosa tempesta prende a flagellare le dure membra dei robusti marinai. Il capitano si lascia, pian piano, abbandonare all’angoscia, ma cercando comunque di preservare una parvenza di autocontrollo:

L’equipaggio e la nave sono in balia degli elementi

Mi sentivo abbandonato dalla vita, ma non cessavo comunque di esercitare le mie funzioni di capitano con parole e gesti che volevano essere di conforto alle paure dei marinai e per dar loro forza… Ci trovavamo così in alto mare, nella tempesta, senza alcuna possibilità di governare la nave… sempre fuori rotta, allontanandoci, contro la nostra volontà, dalla terra… Io mi ridussi a stare chiuso nella mia cabina per riflettere sulla mia miseria, a contrirmi e a pentirmi delle mie colpe passate per la salvezza della mia anima”.

La disperazione si era insinuata nell’animo del capitano, provato da tante disgrazie. Sulla nave si passava il tempo a fare riparazioni, a cercare di riscaldarsi in ogni modo e a riflettere sulla propria vita, sui peccati commessi, sul pentimento, sulla morte che poteva sopraggiungere da un momento all’altro, oltre che a ricordare i propri cari e la vita relativamente agiata, rispetto a questa esperienza, che conducevano in patria.

Quando si tenta di riprendere in mano il proprio destino la natura si scatena con ancora più foga, le riparazioni vengono spazzate via, i due timoni che tentano di costruire vengono annientati e la vela si lacera al vento. Sembrano inutili le preghiere rivolte alla Vergine e ai Santi e i voti di umiltà e pellegrinaggi di cui si riempivano la bocca. I marinai possono solo continuare ad aggrapparsi alla vita, chiedendosi chi tra Dio e la tempesta volesse tenerli in vita. La burrasca prende sembianze divine, un’entità senziente provvista di una volontà, di un sadico disegno di cui ai marinai non è dato conoscere l’epilogo.

Il vento si innalza sempre più, seguito dalle onde che investono con tutta la loro immane potenza quell’ammasso di legna ormai difficilmente tenuta insieme, ricoprendola d’acqua. La paura alimenta l’irrazionalità: Querini inizia a bere una gran quantità d’acqua dolce convinto che in tal modo l’acqua marina non sarebbe potuta entrare nel suo corpo. A dispetto di tutta la preparazione spirituale fatta in precedenza, sono tutti pervasi dal terrore. I dispersi non hanno, però, intenzione di lasciare questo mondo senza tentare un’ultima mossa:

Tagliare l’albero e gettarlo fuori bordo per alleggerire la nave ed evitare di affondare

Intanto la tempesta cala la sua internsità, ma il vascello è alla deriva.

Non c’è tempo per disperarsi. Bisogna farsi forza e andare avanti. Si opta per dividersi in due barche e tentare di raggiungere l’Irlanda. Querini tenta di vincere le sue indecisioni e dirigere le operazioni. Il 17 dicembre le barche vengono calate in mare: ventuno uomini vanno su quella più piccola, quarantasette sull’altra; ci si divise le provviste e ci si lascia la nave alle spalle.

Le sventure dei marinai sono però ben lungi dal concludersi. Durante la notte il vento riprende vigore e separa le due barche.

Della più piccola non si ebbero più notizie

Nell’altra, pur di non affondare, si gettano in mare cibo, acqua, indumenti e alcuni strumenti. I viveri vengono ulteriormente razionati. Il timone è distrutto e gli uomini rimangono in balia della corrente. Le estreme condizioni mietono vittime in continuazione. Si scruta con desiderio l’acqua che li circonda, e alcuni si lasciando andare al desiderio di berla e muoiono in preda al delirio, mentre i più accorti si dissetano con la propria urina. Altri cercavano di mordere chiunque gli capitasse a tiro, prima di morire per il gelo.

Non sapevamo a che distanza fossimo dalla terra. In uno dei miei pensieri mi augurai di essere già tra il numero di quelli morti

Restano in queste condizioni fino al 4 gennaio, quando alcuni uomini avvistano un lembo di terra in lontananza. La salvezza viene persa di vista durante la notte, ma il giorno dopo i marinai superstiti avvistano un’altra isola. Con diverse difficoltà riescono ad approdare e si fiondano subito sulla neve per dissetarsi.

E noi cominciammo a consumarne come fanno i maiali affamati davanti all’orzo

L’isola era disabitata, per cui si pensava di abbandonarla il giorno seguente, se non fosse stato per le disastrose condizioni in cui versava la barca, ormai a pezzi. Non poteva più navigare. L’unico modo in cui poteva ancora essere utile era per farne due capanne.

Una grande tristezza ci prese…. Pensavamo che la morte ci fosse stata rimandata di qualche giorno

Vengono così costruiti due rifugi: in uno stavano tre persone, nell’altro tredici. I superstiti accendono un fuoco per proteggersi dal freddo artico e rimangono in attesa di non si sa cosa, circondati dal fumo che provova gonfiore e rende l’aria irrespirabile, senza uscire, in mezzo alle proprie feci e coperti da un’infinità di parassiti, i quali si nutrivano delle loro carni.

I marinai sono assaliti dalla totale apatia; nemmeno porta fuori i nuovi morti

Qualcuno esce dalle baracche soltanto per cercare del cibo in riva al mare, e proprio durante una di queste uscite viene trovata una capanna. L’isola serviva probabilmente come approdo estivo per qualche abitante di qualche isola limitrofa, che la utilizzava per il pascolo. I pochi superstiti si spostano nel nuovo riparo, e gli eventi sembrano prendere una piega migliore. Mentre sono alla ricerca di cibo trovarono un grosso pesce morto sulla riva. Finalmente possono mangiare un pasto nutriente, che gli scopritori si dimenticano e non vogliono, inizialmente, condividere con i cinque delle altre capanne, almeno fino a quando questi non vengono a pretenderne una parte. Una volta finito l’animale si rincomincia a patire la fame.

Questa tortura era però ormai prossima alla fine. Un giorno un pescatore accompagnato dai figli sbarca sull’isola, incontrando i deperiti naufraghi, che il 3 febbraio vengono portati sull’isola di Røst (dei cui abitanti riporteranno importanti informazioni), dove finalmente trovano la salvezza, concludendo un viaggio dai tratti penitenziali, interpretato dai protagonisti come orchestrato da una qualche entità divina per punire quei poveri marinai dei loro peccati.

Sotto, il Google Maps di Røst:

Quella piccola comunità di pescatori, circa 120 persone divise in 12 capanne, li accolse come membri della famiglia, li rifocillarono e li ospitarono nelle loro case, mostrando grande fiducia verso di loro (ad esempio gli uomini non si preoccupavano di lasciarli insieme alle donne e ai bambini durante le battute di pesca).

Di grande interesse sarà il pesce, la loro principale fonte di sostentamento, che veniva fatto seccare senza sale al vento, per poi essere barattato in tutto il regno di Danimarca per stoffe (in quelle isole potevano trovare solo pellicce, tra cui quelle di orso polare), alimenti e cuoio (non usavano denaro). Questo era lo stoccafisso, destinato a conoscere grandissima fortuna in Italia. Questa comunità si rivelerà una sorta di società pura, osservante dei principali precetti cristiani: non praticavano né furto né adulterio e fornicazione, vivevano in semplicità e fiducia reciproca, le donne uscivano di casa, per fare il bagno, completamente nude, non conoscevano l’avarizia, si facevano bastare quel poco che avevano e non pretendevano più del necessario. Contrariamente al frate che gli farà pagare il viaggio di ritorno.

Il 14 maggio arrivò il momento di partire. Accompagnati dai pescatori, giunsero a Bergen, non prima di essersi imbattuti nei resti di una barca, che molto probabilmente doveva trattarsi di quella usata dai loro compagni della nave precedentemente perduti. Da Bergen proseguirono per Trondheim, dove saluteranno i loro salvatori. Raggiunta a piedi Vastena si appoggeranno a un barone veneziano, Zuan Franco, che li aiuterà in ogni modo, per poi farli accompagnare a Lodessa, dove il gruppo si separerà. Alcuni andranno verso l’Inghilterra e altri prenderanno la via di Germania. In date diverse i marinai della Querina torneranno a Venezia, concludendo un’avventura che cambiò tutti profondamente.

Nelle mie preghiere chiedevo al signore la grazia di tornare a casa sano, e di ritrovare in buona salute anche i miei cari. E così avvenne. Sia dunque lode e gloria incessabile al Signore nostro in sechula sechulorum. Amen”. Pietro Querini.

Brani tratti da: Il Naufragio della Querina; Pietro Querini, Nicolò de Michiele, Cristofalo Fioravante, a cura di Paolo Nelli.

Sotto, il documentario di a.C.d.C. che illustra il viaggio della Querina.

Alessandro Licheri
Alessandro Licheri

Studente di Storia, natio dell'isola più bella del mondo viaggio da un libro all'altro, traversando cronache e romanzi, dedicandomi particolarmente alla storia delle esplorazioni e spaziando sugli innumerevoli campi che questa lambisce, cercando di ripercorrere attraverso racconti d'ogni epoca quei sentieri avventurosi tracciati dall'audacia degli uomini.