Con l’espressione Bisogni educativi speciali, meglio conosciuta con l’acronimo di BES, intendiamo quegli studenti con problematiche particolari che rendono più difficile l’apprendimento. Un concetto introdotto nel Regno Unito negli anni ’70 e riconosciuto a livello giuridico nel nostro Paese con la Direttiva Ministeriale del 27 Dicembre 2012. Analizzando questo documento possiamo capire che si tratta di una categoria molto ampia perché le difficoltà riscontrate possono essere legate a motivazioni differenti: “svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse.” Per questo motivo, possiamo distinguere tre sotto categorie: disabilità, disturbi evolutivi specifici, svantaggio socio-economico, linguistico, culturale. La prima trova riconoscimento con la Legge n.104 del 5 febbraio 1992. Una legge che tutela i famigliari e le persone affette da disabilità. Secondo l’articolo 3:

“È persona con disabilità chi presenta durature compromissioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che, in interazione con barriere di diversa natura, possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nei diversi contesti di vita su base di uguaglianza con gli altri, accertate all’esito della valutazione di base.”

Viene garantito l’accesso ai bambini affetti da disabilità a tutti i gradi dell’istruzione scolastica a partire dagli asili nido (Articolo 12). La scuola collabora con enti esterni per garantire servizi di tipo sanitario, assistenziale, culturale. Oltre a questo, deve dotarsi di strumentazioni adeguate e creare programmi individualizzati che valorizzino le potenzialità del singolo (Articolo 13).

La seconda sotto – categoria si riferisce ai disturbi evolutivi specifici, ovvero ai disturbi dell’apprendimento, i DSA, problematiche riguardanti il linguaggio verbale e non verbale, la coordinazione motoria, l’attenzione, l’iperattività, limiti cognitivi.

Per ultimo abbiamo lo svantaggio socio-economico, linguistico, culturale. Parliamo di bambini appartenenti a culture diverse, appena arrivati nel nostro Paese e hanno difficoltà con l’italiano o che vivono in situazioni precarie.

In questa Direttiva vengono inoltre citati due provvedimenti da tenere come punto di riferimento: la Legge n.53 del 28 marzo 2003 e la Legge n.170 dell’8 ottobre 2010.
Dopo aver evidenziato le tipologie di problematiche presenti, il documento si concentra sulle metodologie da adottare e sottolinea l’importanza di un percorso che tenga conto delle necessità degli alunni con BES, definibile anche grazie alla redazione di un Piano Didattico Personalizzato (PDP), mentre per i bambini con disabilità dovrà essere redatto il Piano Educativo individualizzato (PEI) e sarà necessaria la presenza di un insegnante di sostegno.

Sebbene i DSA facciano parte della macrocategoria Bisogni Educativi Speciali, esistono delle differenze. Innanzitutto, i primi richiedono la diagnosi di uno psicologo, di un neuropsichiatra o di un altro esperto. I secondi, invece, si riferiscono a delle difficoltà incontrate dagli studenti riguardo il percorso di apprendimento. È compito degli insegnanti individuare questo problematiche e le strategie di intervento adeguate.

In questo scenario, è utile fermarsi e analizzare i dati che ci vengono forniti dall’ISTAT.

Nell’anno scolastico 2023-2024 gli alunni con disabilità nelle scuole italiane sfiorano i 359 mila, il 4,5% del totale degli iscritti, ben il 26% in più negli ultimi cinque anni. Frequentano per la maggiore la scuola primaria e la secondaria di primo grado. Evidenti anche le differenze di genere: a prevalere sono i maschi.

Tra le difficoltà maggiormente evidenziate, troviamo disabilità a livello cognitivo, psicologico, disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione, disabilità motoria, visiva, uditiva.

Aumentano anche gli insegnanti specializzati, sono circa il 73%, ma è ancora elevata la discontinuità nel percorso didattico: più di un alunno su due si trova a dover cambiare insegnante ogni anno.

L’obiettivo della scuola è certamente promuovere l’inclusione, offrire dei percorsi individualizzati che tengano conto delle abilità, così come delle difficoltà dei bambini con Bisogni Educativi Speciali. Lo scenario si evolve molto velocemente, basta dare un’occhiata più attenta ai dati: un aumento di 75 mila bambini in più negli ultimi anni non è di certo una cosa da sottovalutare. La società cambia, con essa anche la scuola e soprattutto le istituzioni che devono intervenire tempestivamente per fornire, in modo particolare alle famiglie, tutto il supporto di cui hanno bisogno.

Per essere inclusiva, la scuola deve avere degli insegnanti preparati che svolgano il proprio lavoro con impegno e professionalità, per questo è necessaria una formazione continua. Concetto ribadito all’interno della Legge n.107 dell’13 luglio 2015. Nel comma 124 viene resa obbligatoria la formazione permanente dei docenti; le attività devono essere delineate dalle singole istituzioni sulla base del piano triennale dell’offerta formativa. La stessa legge (comma 122) introduce la carta del docente con un importo a disposizione per l’acquisto di corsi di formazione e supporti didattici.

A livello normativo, dagli anni ’70 ad oggi si è cercato di colmare ciò che ancora mancava, decreti, leggi, circolari, direttive volte a riconoscere soggetti fragili con le loro difficoltà, i diritti che spettano a loro e alle loro famiglie, le strategie da mettere in atto dalla scuola e dai docenti, l’intervento di specialisti e di enti locali. Tuttavia, ci poniamo ancora delle domande: in quale misura i singoli istituti si impegnano nel portare avanti questo lavoro? Vengono ideati e attuati dei progetti o rimane tutto solo sulla carta?
Le risposte sono molteplici ma sicuramente non sono esaustive. La realtà che ci circonda ci dice a chiare lettere che c’è ancora molto da fare e che, questa, è l’unica certezza. Le normative sono apparentemente chiare ma, poi, nella loro applicazione troviamo situazioni disastrose con alunni privi di insegnanti di sostegno e dove, ancora una volta, la parola “inclusione” diviene un miraggio più che una concreta prassi.
L’unica vera consolazione è rappresentata dalla professionalità dei docenti e degli educatori, dalla collaborazione tra scuola e famiglia, dove l’unico vero interesse è rappresentato dal fare e fare bene per tutti: alunni, famiglie e scuola.

A cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

Haidi Segrada

Haidi Segrada. È Esperta in glottodidattica infantile, counselor pedagogico e formatrice. Esperta in comunicazione pedagogica. Si occupa della supervisione pedagogica e didattica in diverse scuole e strutture educative, sia pubbliche che private. Ha maturato un’esperienza pluriventennale nel mondo della scuola ricoprendo diversi ruoli: docente, consulente, coordinatrice e direttrice. Professore associato presso UniCampus HETG.
E' autrice di testi psicopedagogici e didattici come: “Organizzare l’educazione – profili di metodo nella scuola dell’infanzia”, “La comunicazione empatica nella scuola dell’infanzia”, “Mi prenderò cura di te”, “James the storyteller” e “ACA, Ascolto, Comunicazione, Azione”, co - autrice del manuale universitario “La pratica psicopedagogica: dalle teorie all’intervento educativo” edito da Mimesis. Ha scritto, inoltre, il testo di storia della pedagogia: “Impronte di storia della pedagogia dal settecento ad oggi” e “STEAM per l’infanzia. Esperienze e proposte operative”
Autrice delle raccolte di poesie “Il Tramonto all’Alba” e “Con il vento nel cuore”.
Autrice per Vanilla Magazine. 
Formatore Docente e Progettista certificata AIF (Associazione Italiana Formatori) è ideatrice del Marchio “A.C.A” – Metodo educativo – pedagogico e didattico.
E’ Presidente dell’Associazione “ACA - educazione in rete”.

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