Un autobus per partire e tre stati da attraversare per arrivare.

Quello che resta delle ore che mi sono concessa per fermarmi, dopo mesi di traslochi e valigie da disfare e poi subito da rifare, sono dieci scatti fissati in corsa, dal finestrino. Io seduta, mentre i chilometri continuavano a scorrere: la certezza di fare la cosa giusta lasciando il mio paese, alla ricerca di possibilità che non avrei mai potuto incontrare se fossi restata e se avessi continuato a parlare solo ed esclusivamente la mia lingua.

Un piccolo progetto, nato per caso, immortala nuovi paesaggi e nuovi colori, che con il tempo stanno inevitabilmente diventando miei. Non credo di saper identificare dove fossi in ciascuna di quelle foto, tanto che quei territori si trasformano in luoghi qualsiasi e che per questo motivo, in un certo senso, sono inesistenti. Una scansione temporale del mio viaggio dai contorni confusi, fatta di incroci e di pioggia fino a Bruxelles, che in fondo è una città da vivere en passant, camminando, pedalando o guidando poco importa: ognuno vive la propria parentesi, sospeso. Città dai mille rumori, dalle mille finestre e dai mille accenti, da raccontare attraverso precisi attimi congelati su una pellicola o in digitale a seconda del caso. Una città in cui perdersi e farsi disorientare dalle distanze che non sono mai quelle che sembrano. Una città grigia, verde, ma con qualche punta di oro che risplende nei pochi giorni in cui non ci sono nuvole nel cielo.

A nord l’Atomium e poco più in là l’ADAM (Art & Design Atomium Museum) dove trascorro le mie giornate, circondata dalla plastica dei 2000 oggetti del Plasticarium. Raccolgo foto con le quali cercherò di far vedere e di far conoscere la città attraverso i miei occhi, che sono stati stranieri ed estranei solo per pochi giorni, prima di essere avvolti da strade e persone che mi hanno fatto capire e sentire di aver trovato una nuova casa. Chi avrà voglia di leggere, si imbatterà in una sola foto e un titolo che non sarà altro che una sola parola, ripetuta nelle tre lingue che conosco. Una raccolta che alla fine della mia esperienza diventerà una sorta di vocabolario, in cui le parole non saranno termini a cui affiancare una definizione, ma storie e attimi vissuti.

Tumblr – Adamuseum

Cristina Bargna
Cristina Bargna

Junior industrial designer ossessionata dagli oggetti e dalla loro storia. Dopo anni da pendolare tra Como e il Politecnico di Milano sono partita per Venezia. Otto mesi per imparare come non perdermi tra le calli e vivere la mia passione per le arti visive. Riempio agende con parole o disegni per paura di dimenticare. Conservo dettagli, biglietti di treni, concerti, musei e faccio fotografie con la macchina usa e getta per non poter controllare il risultato. Uso la penna per scrivere immagini e per cercare di capire cosa voglio fare da grande. Adoro i colori primari, le poesie di Wislawa Szymborska e i film di Wes Anderson.