Le misteriose piramidi di Giza, l’indecifrabile Sfinge e i grandiosi templi di Luxor: chi non conosce, almeno attraverso immagini e documentari, questi affascinanti luoghi, testimoni silenziosi della lunghissima storia dell’Antico Egitto?

Meno conosciuto e visitato è il villaggio di Deir el-Medina, indubbiamente poco scenografico, ma di grande importanza per la storia che può raccontare.

Resti di Deir el-Medina con le mura

Immagine di Olaf Tausch via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

Una storia che, una volta tanto, non racconta di faraoni e sacerdoti, né intrighi di corte di nobili e spose reali, ma parla della vita quotidiana di persone che lavorano al servizio del sovrano. Certo, non sono schiavi né servi qualsiasi, ma artisti e artigiani che hanno un compito di fondamentale importanza: costruire, decorare e proteggere le tombe reali nella Valle dei Re e nella Valle delle Regine.

Veduta panoramica

Immagine di Roland Unger via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Già il suo nome arcaico, “Il luogo della verità” (Set-Ma’at), indica quanto sia rilevante il compito affidato ai suoi abitanti, che comunque chiamano più semplicemente Pa Demi, “il villaggio”, quell’agglomerato di case sorto proprio per ospitare loro, i “Servi nel Luogo della Verità”.

Immagine di Djehouty via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

E’ Amenhotep I (1541-1520 a.C. circa) che decide, per diversi motivi, di fondare una città abitata esclusivamente dalle maestranze addette alle tombe reali. E’ finita l’epoca dei grandi monumenti funebri che attirano troppo l’attenzione dei predatori di tombe. E’ tempo di nascondere il luogo del riposo eterno in necropoli occultate sulle pareti che fiancheggiano un wadi, a ovest del Nilo.

Immagine di Rémih via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Le maestranze di Deir el-Medina hanno il compito di costruire e decorare le tombe, ma devono anche saper conservare il segreto sulla loro posizione e su cosa contengono.

Nel 1922, mentre Howard Carter stupisce il mondo con le meraviglie contenute nella tomba di Tutankhamon, l’archeologo francese Bernand Bruyere scopre come vivevano gli operai che l’hanno costruita (anche se il primo scavo si deve all’italiano Ernesto Schiaparelli, nel 1905).

I lavori di scavo del 1922

Immagine di pubblico dominio

E’ un tesoro, anche se di diverso genere: una miniera d’informazioni sulla vita quotidiana di uomini e donne, 500 persone circa, che hanno lasciato dietro di loro, senza immaginare quanto interesse avrebbe suscitato millenni dopo, il racconto dei loro matrimoni e divorzi, di vendite ed eredità, di preghiere, canzoni e incantesimi. E’ lo spaccato sulla vita di una classe media di artigiani pagati dallo stato, che hanno un lavoro considerato importante, da trasmettere di padre in figlio.

Immagine di Olaf Tausch via Wikimedia Commons – Licenza CC BY 3.0

Il Villaggio

E’ sicuramente Amenhotep I a pianificare la costruzione del villaggio, anche se è probabilmente sotto suo figlio, Thutmose I, che sorge, per poi espandersi durante tutto il Nuovo Regno. Quella che poi sarà chiamata Valle dei Re viene scelta come nuovo luogo per ospitare le tombe reali. Deir el-Medina sorge a poca distanza, anche se in realtà è a mezz’ora di cammino a piedi.

Immagine di Olaf Tausch via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

Un muro di protezione circonda le 68 abitazioni (poi arrivate a un centinaio), con una “casa di guardia” all’ingresso, mentre gli operai meno qualificati vivono all’esterno.

Il villaggio, che sorge in fondo a una valle, nascosto nel deserto, si sviluppa a rettangolo, con abitazioni tutte simili e affiancate le une alle altre, per esigenze di spazio: una sorta di case a schiera dell’antichità, composte da quattro o cinque stanze multiuso, più il tetto, raggiungibile con una scala esterna, usato spesso per dormire all’aperto.

Non deve essere particolarmente ameno quel villaggio, sprofondato in una valle nel mezzo del deserto, senza nessuna brezza a mitigare il caldo torrido, mentre la riposante vista del fiume e delle sue rive verdeggianti è preclusa allo sguardo.

Senza contare che Deir el-Medina dipende in tutto e per tutto dagli approvvigionamenti esterni, sia per il cibo sia per l’acqua, come per gli strumenti di lavoro e il necessario per la casa. Tutto deve arrivare da Tebe ogni mese: i generi di prima necessità costituiscono la paga delle maestranze, che non possono andare avanti senza riceverli.

Il primo sciopero della storia

Nel 1156 a.C, sotto il regno di Ramses III, qualcosa gira male, un po’ perché il faraone dispone di risorse limitate dopo aver lottato contro i Popoli del Mare, un po’ perché il raccolto è stato scarso, e molto perché la corruzione dilaga tra i funzionari imperiali. Questa storia ce la racconta il “papiro giuridico di Torino”, che raccoglie gli atti sulla “cospirazione dell’harem” e descrive anche le proteste dei lavoratori di Deir el-Medina, che durante il 29° anno del regno di Ramses III rimangono senza compenso.

Il Papiro giuridico di Torino – Museo Egizio

Immagine di Khruner via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Le maestranze occupano i templi funerari e gli uffici amministrativi, e poi protestano: “Sono trascorsi 18 giorni in questo mese e abbiamo fame”, e dopo un po’: “Siamo venuti fin qui a causa della fame e della sete. Non ci sono abiti, unguenti, pesci, verdura. Avvertite il Faraone, il nostro Signore Perfetto, avvertite il visir, il nostro superiore, cosicché ci sia dato il nostro sostentamento”.

La cosa non si risolve subito, lo sciopero va avanti a singhiozzo per due stagioni, con i funzionari che ogni tanto mandano qualche sacco di grano, e i lavoratori costretti a incrociare le braccia per tentare di risolvere la situazione. Situazione che sembra normalizzarsi, ma che è in realtà già il segnale del declino del Nuovo Regno, vicino alla fine, come Deir el-Medina.

Vita quotidiana

Deir el-Medina è una comunità di persone libere, dove l’ordine viene mantenuto da una polizia locale e un tribunale può risolvere i conflitti civili e, in alcuni casi, anche quelli penali, come quello di Paneb, il primo uomo accusato di molestie sessuali. C’è poi un medico, che assiste i malati, ma anche un “incantatore di scorpioni”, che con la magia cura chi è stato morso dal velenoso animale. Per pregare, gli abitanti dal villaggio hanno qualcosa come sedici luoghi di culto, dedicati a diverse divinità, non tutte del pantheon egizio, perché Deir el-Medina accoglie persone di diverse etnie, come testimoniano i registri dei lavoratori, dove risultano molti stranieri.

Immagine di Institute for the Study of the Ancient World via Wikimedia Commons – Licenza CC BY 2.0

Nel tempo libero si fanno grandi bevute e cantano, uomini e donne insieme: grazie alle informazioni trovate a Deir el-Medina sappiamo molto della condizione della donna in Egitto durante il Nuovo Regno. Come sappiamo che avevano un libro per interpretare i sogni, che le schiave potevano diventare madri surrogate in caso di infertilità di una donna coniugata, che qualcuno divorziava perché non andava d’accordo con la suocera, e che magari si risposava.

Una tomba a piramide a Deir el-Medina

Immagine di Roland Unger via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Gli operai lavorano in squadre che per dieci giorni si fermano alla Valle dei Re e poi hanno diritto a due giorni di riposo, durante i quali si preoccupano di costruire delle tombe per se stessi e le loro famiglie. Tombe che sono lussuose e ricche di decorazioni, come quelle della nobiltà, ma d’altronde è il loro mestiere…

Il declino

Verso la fine del Nuovo Regno (1069 a.C. circa) la situazione di crisi generale dell’Egitto si riflette anche su Deir el-Medina. L’amministrazione dello stato tarda i pagamenti agli operai, e qualcuno di loro pensa bene che può prendere ciò che gli spetta, e molto di più, dalle tombe reali. In questi casi non è il tribunale locale che si occupa del reato, ma quello di Tebe, dove spesso però i funzionari si fanno corrompere. Insomma, quegli stessi uomini che dovevano proteggere l’inviolabilità delle tombe, diventano ladri, mentre i funzionari che dovrebbero punirli li assecondano. Negli ultimi anni gli approvvigionamenti al “Luogo della Verità” si fanno sempre più scarsi e la manodopera qualificata, impegnata in un lavoro tanto fondamentale, si stanca e abbandona il villaggio, che rimane deserto.
Solo nel IV secolo d.C. alcuni monaci copti tornano ad abitarlo, e lo chiamano Deir el-Medina, Monastero della città.

Il moderno villaggio di Deir el-Medina

Immagine di Marc Ryckaert via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.