Ponzio Pilato, (presunto) prefetto della Giudea tra il 26 e il 36 d.C,  è uno tra i personaggi di epoca romana più citati al mondo. Viene ricordato nei quattro vangeli riconosciuti dalla Chiesa (e in altri scritti apocrifi), anche se in ognuno di essi c’è una versione differente sul suo ruolo, in riferimento alla condanna a morte di Gesù. Viene nominato da due storici ebrei della sua epoca, Flavio Giuseppe e Filone di Alessandria, e anche da Tacito, che agli inizi del II secolo scrive: “Cristo era stato ucciso sotto l’imperatore Tiberio dal procuratore Pilato”.

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Tuttavia, fino a ora, non c’erano testimonianze archeologiche che potessero dimostrare la reale co-esistenza di Gesù e di questo personaggio, passato alla storia per essersi “lavato le mani” (secondo l’apostolo Matteo) in merito alla crocifissione di Cristo, quando avrebbe potuto salvarlo:

Era lui il prefetto della Giudea, e solo lui aveva l’autorità per infliggere una condanna a morte

La lapide di Cesarea

Fonte immagine: Berthold Werner via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

In realtà, nel 1961 fu scoperta una lapide, posta nell’anfiteatro di Cesarea, dove viene menzionato (in lingua greca) “Ponzio Pilato prefetto di Giudea”. La lapide risale al periodo dell’imperatore Tiberio, proprio quello che governava Roma quando fu crocefisso Gesù. Già questo reperto archeologico poteva far supporre che, dietro ai drammatici racconti degli evangelisti sulla passione e morte di Cristo, e sul ruolo di Pilato, ci sia un “un nucleo di verità storica e di mistero religioso stretti insieme” (cit. dall’Osservatore Romano).

 

Da pochi giorni, un’altra prova a sostegno della tesi che Gesù e un uomo chiamato Pilato vissero in Palestina negli stessi anni, è stata portata a conoscenza del grande pubblico: cinquant’anni dopo il suo ritrovamento, è stato recentemente decifrato un nome inciso in un anello di bronzo, risalente sempre al periodo di Tiberio: “Pilato”, scritto con caratteri greci intorno al disegno di una coppa da vino.

Herodium

Immagine di pubblico dominio

L’anello, così prezioso storicamente, fu ritrovato in una delle fortezze fatte costruire dal re Erode, Herodion, durante degli scavi condotti alla fine degli anni ’60. Per decenni, questo anello non ha suscitato un grande interesse negli archeologi, anche perché si tratta di un ornamento piuttosto “povero”. La sorpresa è arrivata quando, dopo che l’anello è stato pulito, una particolare tecnica fotografica ha rivelato il nome del suo possessore.

Resti del palazzo di Erode

Fonte immagine: NicFer via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Secondo alcuni studiosi, l’anello apparterebbe proprio al Ponzio Pilato che condannò a morte Gesù, perché quello del governatore romano era un nome non comune. Lo afferma il professore di storia ebraica Danny Schwartz: “Non conosco nessun altro Pilatus del periodo, e l’anello mostra che era una persona di rango e ricca.”

Anche secondo il direttore degli attuali lavori di scavo a Herodium, Roi Porat, l’evidenza è già nel manufatto: il nome inciso è la prova che l’anello appartenesse al famoso Ponzio Pilato.

Eppure, alcuni studiosi non sono così convinti di queste conclusioni, proprio per la semplicità dell’anello, che mal si addiceva a un personaggio così potente come un governatore romano. Perché ornamenti di quel genere venivano solitamente indossati da soldati o funzionari dell’impero, comunque persone che oggi verrebbero definite come “ceto medio”.

In questo caso particolare, l’anello in bronzo poteva forse essere usato da qualche servitore di Pilato come sigillo, sia per chiudere lettere con la cera fusa, sia come timbro in documenti ufficiali. Secondo un’altra ipotesi, Pilato avrebbe indossato il semplice anello di bronzo nella quotidianità, mentre i gioielli più preziosi erano riservati a occasioni importanti o cerimonie ufficiali.

Ognuna di queste teorie è possibile ma non dimostrabile. Di Ponzio Pilato resta solo, ormai da duemila anni, la fama di personaggio incapace di prendere una posizione definitiva, delegando ad altri una scelta difficile.

Categorie: Storia

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.