Al giorno d’oggi, il Maresciallo Jack Abernathy sarebbe accusato e probabilmente processato per abbandono di minore. Ma questa opzione non passa per l’anticamera del cervello di nessuno, negli Stati Uniti di inizio ‘900, dove ancora è forte il mito di una vita avventurosa e di solitari cow-boy alle prese con grandi mandrie di bestiame da difendere dall’attacco dei lupi.

Jack Abernathy (soprannominato Catch-Em-Alive Jack, perché è solito cacciare i lupi a mani nude) vive così, in uno sperduto ranch dell’Oklahoma, facendo il cow-boy e allevando da solo (la moglie muore nel 1907) i suoi sei figli, che crescono liberi, a contatto con la natura, ma anche con il mito dell’ex presidente Theodore Roosevelt, e per una buona ragione. Proprio Roosevelt, che diventa un’amico di famiglia, aveva nominato Jack Abernathy Maresciallo del distretto occidentale dell’Oklahoma, il più giovane della storia degli Stati Uniti, dopo aver visto come riusciva a catturare i lupi usando solo le mani.


Louis e Temple Abernathy sono degni figli di tanto padre. Nel 1910, quando hanno rispettivamente 10 e 6 anni, decidono di partire dal loro ranch, da soli, per raggiungere a cavallo New York, dove è trionfalmente atteso Roosevelt, al ritorno dal suo viaggio in Africa e in Europa.

Articolo di un giornale dell’epoca pubblicato dopo il viaggio dei fratelli Abernathy, nel 1910.

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D’altronde, i piccoli hanno già fatto esperienza: l’anno precedente hanno cavalcato, neanche a dirlo da soli, dall’Oklahoma al New Mexico e ritorno, con l’approvazione del padre, che apre per loro un conto in banca, da usare in caso di necessità. Al rientro da questa prima avventura Louis, chiamato Bud, e Temple, pianificano il viaggio successivo. Vogliono attraversare praticamente mezzo paese per arrivare a New York, giusto in tempo per partecipare alla parata in onore di Roosevelt.

Mappa degli Stati Uniti

Immagine di Gigillo83 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Anche per gli Stati Uniti dell’epoca, un’impresa simile rappresenta qualcosa di straordinario: i giornali seguono tappa per tappa il viaggio dei bambini, mentre l’opinione pubblica si divide tra chi è entusiasta di quell’avventura e chi pensa che Louis e Temple siano troppo piccoli per affrontare da soli tanti pericoli. Ma pare che il padre avesse grande fiducia nelle capacità di sopravvivenza dei figli, che comunque se la devono vedere con difficoltà non da poco: da una bufera di neve alla morte di uno dei due cavalli, da un attacco di febbre alta alla corrente di un fiume che, almeno in un caso, quasi si porta via Temple. A vegliare su di loro ci pensa addirittura una banda di fuorilegge che, come riportato dal Rochester Democrat & Chronicle l’8 luglio 1910, scrive una lettera al padre rassicurandolo sul fatto che loro avrebbero sorvegliato i bambini per tutto il viaggio: “sono al sicuro come a casa tua”, scrivono, anche se non c’era poi tanto da preoccuparsi “perché sei un uomo di legge”.

Louis e Temple viaggiano senza mappe, tra pioggia, vento e neve, orientandosi con il sole ma anche con le indicazioni della gente, che spesso li ospita a dormire e a mangiare. Lungo il tragitto diventano delle celebrità, tanto che sono invitati a visitare la fabbrica di aerei dei Wright, lo zoo di Cincinnati e così via. Sono ricevuti alla Casa Bianca, dove incontrano il Presidente W.H. Taft, che trovano fantastico, ma non certo quanto “Teddy” (Roosevelt), che aveva l’abitudine di sedersi sul pavimento per giocare con loro.

Con i loro cappelli a tesa larga, gli stivali con gli speroni, quei bambini “senza paura” diventano un simbolo di libertà, quella di chi, con coraggio e tenacia, affronta una vita dura ma legata all’ambiente naturale (tanto legata al mito della frontiera americana).

I bambini arrivano sani e salvi (indipendentemente dai fuorilegge) a New York, dove sono accolti trionfalmente da una folla di persone che vuole toccarli e baciarli. Incontrano il sindaco – che non vede il piccolo Temple perché sta dietro a una scrivania più alta di lui – e alla parata cavalcano proprio dietro l’auto che trasporta Roosevelt. Il loro premio più grande è il sorriso con il quale li saluta l’ex presidente, che dice semplicemente:

Avete fatto un lungo viaggio per venire a trovarmi. Saluti

Sotto, il video che li mostra affiancati mentre cavalcano durante la parata dedicata a Roosevelt:

Gli Abernathy Boy se ne tornano in Oklahoma un po’ più comodamente, con una piccola automobile, la Brush Motor Car, mentre i loro cavalli fanno il viaggio in treno… (non è superfluo precisare che le immagini dei fratellini, negli anni a venire, saranno usate dalla Brush per la loro pubblicità).

Le avventure in solitaria dei piccoli Abernathy non devono stupire o indignare più di tanto: sono anni nei quali i bambini lavorano duramente, non solo negli USA ma un po’ ovunque (in Italia basti pensare ai carusi delle zolfare), e non esiste alcuna legge a tutela dei minori. Negli Stati Uniti (dal 1913 fino al 1920) si potevano “spedire” i bambini, purché sotto i 23 chili di peso, come pacchi postali… un modo oltremodo economico, giusto il costo di un’affrancatura, per mandare i figli presso parenti, anche molto lontani.

Articolo di giornale su un bambino “spedito” per posta

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Louis e Temple Abernathy non hanno bisogno del servizio postale per spostarsi. Nel 1911, sull’onda della loro celebrità, accettano una sfida: andare da New York a San Francisco, a cavallo, in un tempo massimo di 60 giorni, contando solo sulle loro forze, ovvero non potevano trovare riparo al chiuso né per dormire né per mangiare. La posta in palio è una somma considerevole, 10.000 dollari, che i bambini non riescono a vincere per un soffio, visto che impiegano 62 giorni.

Immagine di pubblico dominio

L’ultima avventura (documentata) la vivono nel 1913, quando ripercorrono il tragitto dall’Oklahoma a New York, questa volta con una motocicletta Indian.

Un’infanzia straordinaria quella dei fratelli Abernathy, che certo di cose da raccontare ne avranno avute parecchie, dagli incontri con i fuorilegge a quelli con i presidenti degli Stati Uniti… In realtà, a narrare le avventure dei piccoli sarà la moglie di Temple, quando i due fratelli erano ormai morti, in un libro intitolato Bud and Me (sul sito dedicato si possono vedere molte foto dei piccoli).

Una statua dedicata ai fratelli Abernathy – Frederick (Oklahoma)

Immagine di Jimmy Emerson condivisa con licenza Creative Commons via Flickr

Una storia ormai sconosciuta ai più e totalmente fuori dal tempo, quella degli Abernathy Boys, che potrebbe comunque insegnare qualcosa, oggi, a una generazione di bambini che si lasciano coinvolgere più dalla vita sui social media che da quella reale. Ad esempio – ovviamente in un contesto come quello attuale – il grande vantaggio di essere curiosi, il valore dell’indipendenza e della scoperta di realtà diverse.

Qualcosa che ha che fare, seppure alla lontana, con l’esortazione di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford: “Siate affamati, siate folli”.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.