Se vi foste trovati a percorrere le strade della Londra del Settecento all’imbrunire, vagabondando magari presso Charing Cross Road, vi sareste facilmente imbattuti in locali che offrivano, tra gli altri intrattenimenti, una forma di sanguinoso «passatempo» noto come il rat-baiting.

Vi avrebbero fatti entrare nel retro di qualche pub immerso nel buio, dall’aria greve per l’odore dell’alcol, in cui avreste notato una piccola arena, al cui centro – nell’unico luogo illuminato del locale – un cane, di solito di razza terrier, dilaniava uno dopo l’altro dei ratti, al suono assordante delle voci degli scommettitori. Quanto tempo avrebbe impiegato il beniamino del pubblico a uccidere i topi, stavolta?

Si accettano scommesse, anche le vostre…

Possiamo avere un’idea realistica delle atmosfere dell’epoca, grazie alle descrizioni dello scrittore James Wentworth Day:

«Era un luogo piuttosto sporco e piccolo, al centro di Cambridge Circus, a Londra. Si scendeva da una scala in legno marcio in una grande cantina sotterranea, creata combinando le cantine di due case. La cantina era piena di fumo, odore di ratti, di cani e di esseri umani sporchi. L’odore della birra era quasi impercettibile. Le luci a gas illuminavano il centro della cantina . Quella era la fossa per i combattimenti dei cani e l’uccisione dei topi. C’erano ben cento ratti a volte. Si puntavano enormi scommesse sul cane che potesse uccidere più ratti entro un minuto. I cani lavoravano in modo esemplare: una presa, un guizzo e tutto era finito per il ratto. Cani particolarmente abili potevano uccidere simultaneamente due ratti».

I ratti costituivano una terribile piaga sociale nell’Inghilterra Sette-Ottocentesca e proliferavano sulle navi, nelle città e nelle miniere, complici le cattive condizioni igieniche dell’epoca; forse anche per questo ben presto il rat-baiting divenne popolarissimo, specialmente tra le classi meno privilegiate, sia nel nord sia nel sud del paese.

E non era certo l’unico «passatempo» del genere

Pochi sanno infatti, che la tauromachia, il combattimento di bovini tra loro, contro l’uomo, o contro gli altri animali, lungi dall’essere uno “sport” praticato nella sola area mediterranea (pensiamo alla corrida spagnola), era noto in Inghilterra sin dall’epoca medievale: si chiamava bull-baiting.

Sotto, due anfiteatri a Londra per i combattimenti fra animali, dedicati al “Bear Baiting” e “Bull Baiting”, dal “Description of England” di William Smith del 1580:

Si trattava di un’attività cruenta organizzata a fini di intrattenimento, che metteva di fronte un toro e dei cani di razza bull-dog, selezionati ed allevati appositamente per attaccarlo ed ucciderlo nel più breve tempo possibileOltre al bull-baiting, in Inghilterra esistevano altri sanguinosi intrattenimenti che prevedevano l’uso di animali, quali il combattimento dei galli, il bear-baiting, che era una lotta tra un orso e dei cani e perfino il badger-baiting, in cui la vittima predestinata era un tasso.

Sotto, un quadro di Julius Caesar Ibbetson raffigurante il Bull Baiting:

Sotto, illustrazione di Bear Beating:

Una scena di Badger Baiting di Henry Alken, circa 1824

Il bull-baiting  però mantenne sempre un’estrazione più prettamente plebeo-popolare. La pratica era tanto diffusa da esser divenuta parte integrante della prassi di macellazione delle carni bovine tra XVIII e XIX secolo. Si riteneva infatti che il “trattamento” del bull-baiting migliorasse addirittura il sapore della carne.

Bear Baiting:

L’Inghilterra fu tuttavia anche tra i primissimi paesi al mondo ad approvare leggi a tutela degli animali, nel 1654, quando i Puritani ascesero al potere con Oliver Cromwell. Cromwell, che era un puritano convinto, detestava gli sport sanguinosi regolarmente praticati nelle feste e nelle fiere dei villaggi, che si associavano facilmente all’ozio, all’ubriachezza e al gioco d’azzardo, tutte piaghe sociali condannate aspramente dal suo regime.

Se dopo la scomparsa dalla scena politica di Cromwell le leggi da lui approvate vennero abolite, nel Settecento il dibattito sulla questione animale divenne nuovamente serrato, orientandosi all’inizio sul valore etico dell’adottare uno stile di vita vegetariano, a favore del quale si erano espresse anche personalità del calibro di Rousseau e Voltaire. Sarà però il giurista londinese Jeremy Bentham il primo a parlare ufficialmente di diritti degli animali, pur non equiparando, sul piano etico, gli umani alle altre creature viventi.

Monkey Baiting:

Scriverà:

Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali e più comunicativi di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è “possono ragionare?”, ma “possono soffrire?”

In età vittoriana si assiste, soprattutto negli strati sociali più illuminati, all’affermarsi di un’acuta sensibilità verso tematiche di carattere sociale quali la tutela di categorie fragili, come quella delle persone affette da disagio mentale, o la tutela dei bambini, come ricordato dalle critiche allo sfruttamento minorile nelle fabbriche mosse dallo scrittore Charles Dickens. L’attenzione alla questione animale e alla necessità di approvare delle leggi che ne tutelino i diritti, s’inscrive anch’essa nella moderna sensibilità dell’Inghilterra di pieno Ottocento. Non a caso la Royal Society inglese nel 1840 si espresse con sdegno contro la pratica della vivisezione, fortemente avversata dalla stessa regina Vittoria. Due anni prima che la sovrana fosse incoronata, il Parlamento inglese aveva approvato una legge che condannava e sanzionava la crudeltà verso gli animali, il Cruelty to Animals Act.

Né il mondo letterario inglese fu insensibile alla questione animale, se citiamo per tutti il celebre poeta Percy Bysshe Shelley, che scrisse ben due saggi in difesa della dieta vegetariana.

Disegno raffigurante una scena di Bear Baiting:

Anche John Stuart Mill e Charles Darwin si espressero a favore dei diritti degli animali. Il secondo, in particolare, nel suo celebre Sull’origine della specie del 1859, con la teoria dell’evoluzione attraverso la selezione naturale, sovvertì la visione del rapporto – di presunta supremazia – tra l’uomo ed il resto del regno animale. Non soltanto gli esseri umani hanno diretta discendenza da altri animali, ma gli stessi animali possiedono anche una vita sociale, mentale e morale autonoma. Così annota lo scienziato nei suoi Taccuini, del 1837: «Noi non amiamo considerare gli animali – che abbiamo reso schiavi – come nostri eguali. Non desiderano gli schiavisti considerare l’uomo nero di una specie diversa?». 

E la critica alle concezioni di possesso e dominio delle creature viventi da parte dell’uomo non poteva essere più lucida e aspra…

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.