Dacia Maraini: una bambina italiana in un campo di concentramento giapponese

Ci troviamo nel 1939 a Firenze. Una famiglia composta da padre, madre, e una bambina di 2 anni anni, sta per partire alla volta del Giappone. Il capofamiglia, Fosco Maraini, un antropologo laureato all’Università degli Studi di Firenze, aveva sviluppato un’intensa passione per l’oriente, soprattuto grazie ad un viaggio in Tibet, risalente nel 1937. Quando vinse una borsa di studio per il Giappone, non si fece sfuggire l’occasione dalle mani, e partì subito con la moglie Topazia Alliata, pittrice con un grande spirito di avventura, e la piccola figlia Dacia. La passione per gli studi orientali non fu la sola ragione che spinse Fosco a lasciare l’Italia: siamo negli anni del fascismo, e l’antropologo non ne condivideva le ideologie politiche, un fatto che aveva portato ad uno scontro con il padre, Antonio Maraini, che invece era un sostenitore del regime fascista, e attivamente coinvolto nelle sue attività.

La famiglia dunque partì nel 1939, e si recò nell’isola più a nord dell’arcipelago giapponese, chiamata “Hokkaido”. Fosco aveva ricevuto l’incarico di condurre degli studi sugli “Ainu”, una popolazione nativa e autoctona della zona. Ne studiò arte, cultura e religione, e i dati raccolti vennero assemblati in una monografia pubblicata nel 1942. Durante gli anni della permanenza in Hokkaido, la famiglia soggiornò nella città di Sapporo, e il 10 luglio del 1939 nacque la secondogenita, Yuki, in giapponese letteralmente “neve”. Il nome è forse un riferimento ai famosi paesaggi innevati che si possono ammirare in quella zona del Giappone. Dopo circa un anno, la famiglia si trasferì da Sapporo a Kyōto, dove Fosco ottenne un lavoro come lettore di italiano presso l’università locale. La famiglia poi si allargò ulteriormente, perché nel 1941, a Tokyo, nacque Antonella, detta Toni.

Mentre da un lato abbiamo l’immagine di questa famiglia felice, che affronta la vita di tutti i giorni unita in un paese straniero con serenità ed impegno, dall’altro dobbiamo fare i conti con l’aria pesante e carica di terrore che si respirava in quegli anni. Le tensioni politiche erano al loro massimo: nel 1939 era scoppiata la seconda guerra mondiale, che vedeva l’Italia in una posizione inizialmente neutrale. Il 10 giugno del 1940, Mussolini annunciò l’entrata nel conflitto a fianco della Germania nazista, e nello stesso anno i tre stati Italia, Germania e Giappone firmarono il “Patto Tripartito”, conosciuto poi come “Asse”, che sigillava la loro collaborazione e condivisione delle stesse ideologie politiche. Il 7 dicembre del 1941 il Giappone attaccò il porto americano di Pearl Harbour, annunciando la sua entrata nella seconda guerra mondiale, seguito per riflesso dagli Stati Uniti. Nel settembre del 1943, nacque la Repubblica Sociale Italiana, anche conosciuta come Repubblica di Salò, ovvero un regime controllato militarmente dalla Germania nazista, e per questo definito come “ Stato fantoccio”.

Agli italiani che risiedevano in Giappone fu chiesto se volessero aderire o meno alla Repubblica di Salò, e così anche i coniugi Maraini furono interrogati a proposito. Nonostante avvennero due colloqui separati, entrambi risposero allo stesso modo, rifiutandosi di aderire alla Repubblica. La famiglia, considerata ora traditrice e nemica della propria patria e dei membri dell’Asse, venne deportata in un “campo di concentramento”. Il campo tuttavia, non era come quello di cui siamo abituati a leggere o che abbiamo visto nei film, non fu proprio un vero capo di sterminio, ma le condizioni di vita al suo interno erano comunque durissime e al limite della sopportazione umana.

Tutto questo ci viene presentato in un libro intitolato “Vita Mia”: l’ormai 87enne Dacia Maraini, trova il coraggio di parlare della sua terribile esperienza vissuta all’interno del campo di prigionia giapponese quando aveva solo sei anni. La copertina del libro anticipa quello che sarà il suo contenuto, è carica di emozione e ci rivela già molto della sofferenza che troveremo fra le pagine. Ci viene mostrata una bambina, Dacia Maraini, che indossa un vestito a quadretti e guarda con occhi fissi verso la camera fotografica. Non si scorge alcun accenno di sorriso, e il suo sguardo non è più quello di una bambina spensierata della sua età. Si riescono a trovare tracce di una maturità forzata, di una crescita obbligata, imposta dalle situazioni. Alle spalle della bambina si vede la città di Tokyo, irriconoscibile poiché completamente distrutta e rasa al suolo dai bombardamenti, ridotta ad uno scheletro dove non si distinguono che macerie.

Ritornando al racconto, la famiglia Maraini come previsto, ricevette l’indesiderata visita dei militari presso la loro abitazione, militari che prima di deportarli al campo proposero ai genitori di affidare le tre bambine, Dacia, Yuki e Antonella, ad un orfanotrofio. Topazia, si rifiutò categoricamente, e decise di portare le figlie con sé al campo di prigionia. Col senno di poi, questa si rivelò la scelta giusta, perché l’orfanotrofio destinato ad accogliere le bambine fu bombardato e raso al suolo, e tutti i bambini al suo interno morirono. Fosco e Topazia non ebbero molto tempo per fare la valigia da portare con sé, ma Topazia ebbe la straordinaria idea di prendere delle lenzuola e uno scialle rosso, che si riveleranno di grande aiuto più avanti. Vennero deportati in un campo nella città di Nagoya, dove vi rimasero per due anni, fino alla fine della guerra, e nell’ultimo periodo i bombardamenti erano cosi frequenti che avevano paura che “la casa” che li ospitava avrebbe ceduto.

Nel campo di prigionia, 18 italiani (tra cui la famiglia Maraini) che avevano rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, patirono la fame e la sofferenza. Dovevano condividere lo stesso spazio formato da tre stanze e un solo bagno. Nonostante qualche screzio ogni tanto, anche probabilmente dovuto allo stress di quella insopportabile situazione, tutti i prigionieri collaboravano ed erano solidali a vicenda.

Dacia Maraini ci racconta nel suo libro che anche se i soldati ricevevano sufficienti provviste per tutti i prigionieri dallo stato giapponese, non veniva dato loro che il minimo indispensabile per sopravvivere. Alle bambine Dacia, Yuki e Toni, non veniva riservato nessun trattamento di favore, anzi. La loro razione di cibo era inesistente, e i soldati costringevano gli altri prigionieri a togliersi un cucchiaio di riso dalla propria porzione per darlo alle bambine, il che portò una certa antipatia nei confronti della famiglia. Fosco, aveva disperatamente cercato di convincere le guardie a permettergli di condividere la propria razione di cibo e quella della moglie con le bambine, senza andare a toccare quelle degli altri prigionieri. Cercava di far capir loro che le bambine non c’entravano nulla con questa storia, che non potevano essere prigioniere di guerra, ma fu tutto vano e la situazione non migliorò. Anzi, c’era una sorta di sadismo nell’atteggiamento delle guardie, per esempio quando si mettevano a mangiare di gusto davanti ai prigionieri affamati, che tiravano avanti con un solo pugno di riso al giorno. A volte le guardie buttavano per terra delle bucce di patate e si divertivano a vedere le bambine affamate che si fiondavano come gatti a recuperarle. La fame era talmente acuta che a volte prendevano in mano delle pietre e immaginavano fossero del cibo, o mangiavano di nascosto delle formiche anche sapendo che avrebbe causato loro mal di pancia. Fosco, quando poteva, frugava nella spazzatura dei militari in cerca di avanzi di cibo, e raccoglieva per esempio teste di pesce e mandarini marci. Topazia invece, con le lenzuola che si era portata da casa, cuciva abiti per le guardie in cambio di qualcosa da mangiare in più. Solo una delle guardie, ricorda Dacia, era stato gentile con loro, regalando ogni tanto un frutto. Quel soldato gentile però ebbe impiego breve: appena lo scoprirono venne mandato via dal campo.

La vita trascorreva lenta, tra la fame, il freddo, i parassiti, i pidocchi, lo scorbuto e il beri-beri, che divoravano i prigionieri giorno dopo giorno. Topazia cominciò a perdere i capelli e ad accusare macchie agli occhi, Fosco invece perdeva sempre più peso. A tutto questo si aggiungevano piccole torture da parte dei soldati: per esempio proibivano ai prigionieri di appoggiare la schiena al muro o ad uno schienale, e se qualcuno non rispettava la regola veniva bastonato. I prigionieri allora avevano preso a sostenersi a vicenda schiena contro schiena, ma poi anche questo fu proibito. Dormivano tutti per terra, e per il freddo si avvinghiavano l’un l’altro per riscaldarsi.

Un giorno, esasperato da tutta questa situazione, il padre Fosco fece un gesto significativo: si tagliò un dito e lo lanciò alle guardie. Questo gesto può sembrare privo di alcun senso logico ai più, ma in realtà ebbe un gran impatto sulle guardie giapponesi. Fosco, che conosceva molto bene la cultura e le tradizioni locali, sapeva quello che stava facendo e il messaggio che voleva lanciare. In giapponese si dice “Yubi Kiri”, ovvero il taglio del dito: se si getta il proprio dito tagliato al nemico, questo non può più disprezzarti e chiamarti “vigliacco”; compiendo un gesto del genere quindi, dimostri all’avversario di aver grande coraggio. Dopo l’episodio dello Yubi Kiri, Fosco fu preso a calci e pugni dalle guardie, ma poi dopo circa una settimana, il capo di nome Kazuya, portò loro una capra e permise di berne il latte.

Un giorno all’improvviso, le guardie sparirono dal campo, e non tornarono più. I prigionieri si resero presto conto di essere stati abbandonati a loro stessi, senza sapere il perché. Topazia allora, ebbe l’idea che li salvò tutti. Cucì una bandiera italiana, servendosi di lenzuola bianche, una vestaglia verde, e lo scialle rosso che aveva messo in valigia di fretta e furia, quando i soldati la prelevarono da casa per portarla al campo. Gli alleati riuscirono a vedere la bandiera mentre volavano sulla zona con i loro aerei, e li trassero in salvo.

La guerra era finita, e così anche la loro lunga prigionia.

Una volta tornata in Italia nel 1945, la famiglia Maraini si stabilì in Sicilia, nella tenuta Villa Valguarnera, appartenuta ai genitori di Topazia. Fosco successivamente si trasferì da solo a Roma. La separazione dal padre fu dura da accettare per la figlia maggiore Dacia, che avrebbe voluto seguirlo, ma non potè poiché non aveva ancora finito gli studi. Quando raggiunse la maggiore età, riuscì a realizzare il sogno di andare a Roma, e raggiunse finalmente il padre. Qui, all’età di 21 anni, fondò, con la collaborazione di altri giovani scrittori, la rivista letteraria “Tempo di letteratura”.  Nel 1959 convolò a nozze con Lucio Pozzi, un pittore di Milano, con cui però si separò dopo quattro anni, nel 1963. Si legò poi ad Alberto Moravia, una relazione che durò fino agli anni ’80. Strinse legami con molte personalità del panorama letterario italiano, come Pier Paolo Pasolini, Maria Callas e Maria Bellonci.

Nel 1962 scrisse il suo primo romanzo “La vacanza”, e tra i suoi romanzi più noti citiamo “La lunga vita di Marianna Ucria”, 1990, e “La ragazza di via Maqueda”, 2009. Nei suoi romanzi, la Maraini ci parla sempre della vita delle donne, donne davvero esistite, o che rappresentano in qualche modo l’autrice stessa. La scrittura si concentra sulle difficoltà e sulle sfide della vita di tutti i giorni, e gli sfondi delle sue vicende, sono per lo più i paesaggi siciliani e romani.
Oltre ai romanzi, scrisse delle raccolte di poesie, e ben trenta opere come sceneggiatrice per il teatro.

Per tutta la vita Dacia Maraini non scrisse riguardo la sua esperienza di prigionia in Giappone, ne troverà la forza solo nel 2023, pubblicando il libro intitolato “Vita Mia”, grazie al quale veniamo a conoscenza delle informazioni descritte finora.

Fortunatamente, i ricordi legati al Giappone non sono solo quelli della prigionia. L’autrice ricorda anche momenti molto spensierati, come per esempio la felicità di una famiglia unita che viveva in una casa di Sapporo, immersi nella neve; gli amici giapponesi con cui condividevano il tempo; la tata Masako Morioka, chiamata Oka-chan che le cantava filastrocche e le raccontava storie di paura; la bellezza dei paesaggi innevati che ancora oggi le riempiono il cuore. Tutta la famiglia, soprattutto Fosco, voleva integrarsi nella cultura del luogo, quindi vestivano e mangiavano alla giapponese, in casa parlavano giapponese, e Dacia imparò anche il dialetto della zona.

Nonostante la terribile esperienza, la famiglia Maraini non abbandonò del tutto il Giappone. Il padre continuò a studiarne a fondo la cultura e la lingua, e dopo aver divorziato da Topazia, nel 1970 convolò a nozze con una ragazza giapponese, Mieko Namiki.

Anche Dacia tornò più volte in Giappone, e addirittura sono stati tradotti in lingua giapponese alcuni dei suoi libri, e messa in scena una delle sue opere teatrali, “Maria Stuarda”.


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