Fra il 3 ed il 26 Aprile del 1975 l’Operazione Babylift (ascensore per bambini) trasferì da Saigon (oggi Ho-Chi-Min-City) circa 3.300 bambini orfani di differenti età verso destinazioni considerate “sicure” dagli americani, come gli USA stessi o la Francia, l’Australia e il Canada. Essa si svolse in un clima devastante, alla fine del conflitto più terribile della recente storia degli Stati Uniti e a seguito delle numerose richieste effettuate dalle associazioni umanitarie coinvolte nella regione. Saigon era sotto attacco da parte delle forze Nord-Vietnamite, e l’accesso all’aeroporto di Tan Son Nhat aveva ormai le ore contate.

I Viet-Cong alle porte della città costrinsero gli statunitensi ad un’evacuazione d’emergenza denominata Operation Frequent Wind, la più grande evacuazione mai effettuata tramite elicotteri, di cui l’Operation Babylift fu solo il preludio. Furono 130.000 le persone che diventarono rifugiate di guerra nello stato di Guam, e che furono successivamente trasferite negli Stati Uniti e in altre località con l’altrettanto famosa Operation New Life. Sembra assurdo pensare agli abitanti del Vietnam costretti a scappare dalla propria terra, ma quando il paese venne unificato, centinaia di migliaia di persone persero la vita accusate di fedeltà agli americani, fra esecuzioni sommarie e morti in prigione.

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L’incidente Aereo

L’operazione Babylift iniziò con un tragico incidente: il 4 Aprile del 1975 il Lockheed C-5 Galaxy che trasportava i primi rifugiati si schiantò a terra, causando la morte di 153 persone, fra cui 78 bambini.

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A seguito dell’incidente e a causa della mancanza di aeroplani da parte delle forze armate statunitensi, il magnate e benefattore Robert Macauley noleggiò un Boeing 747 della Pan-Am, con il quale finalmente furono espatriati circa 3.300 orfani.

Le polemiche

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Nonostante si sia trattato di un’operazione umanitaria, svoltasi soltanto a seguito delle richieste delle associazioni umanitarie che operavano in loco, non mancarono le polemiche all’episodio.

I bambini infatti non erano tutti orfani, e la soluzione dell’espatrio fu ipotizzata come estrema e non necessaria per tutti

Vero è che le ripercussioni contro i cittadini sud-vietnamiti che avevano appoggiato gli americani furono di una violenza inaudita, e che probabilmente quei bambini non avrebbero avuto un destino migliore se fossero rimasti a Saigon.

Le conseguenze

Oggi quegli orfani, che hanno dai 40 ai 50 anni, sono ormai adulti, cresciuti insieme a persone che li adottarono in tutto il mondo. Arrivati negli Stati Uniti in “una scatola da scarpe”, come apostrofarono i giornali dell’epoca, trovarono un’esistenza lontano dalla guerra e dalle avversità di quel periodo nel Vietnam. Molti di loro hanno iniziato a cercare le proprie radici grazie alle analisi del DNA, per ricongiungersi, a distanza di tanto tempo, con i propri parenti nello stato natale. Grazie ad internet e alla facilità di condivisione delle informazioni è stato attivato un sito chiamato Operation Reunite, che ha dato la possibilità ai bambini evacuati di cercare i propri familiari in patria.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...