Questa volta raccontiamo almeno quattro storie in una: quella di un artista idealista e della sua ossessione; quella dell’opera che rappresenta il suo capolavoro; quella dell’uomo che la ispirò; quella dei problemi che ebbe in una nazione che, per alcuni anni, visse in preda a una paranoia collettiva senza precedenti.

Dalton Trumbo

L’artista si chiama Dalton Trumbo, è uno scrittore e sceneggiatore americano, vissuto dal 1905 al 1976. Nel 2015, Hollywood lo ha celebrato, forse anche per compensare i sensi di colpa nei suoi riguardi, con un biopic, “L’ultima parola – la vera storia di Dalton Trumbo”. Trumbo è stato uno sceneggiatore di enorme successo, capace di firmare copioni premiatissimi… ma non a suo nome, perché l’industria cinematografica, negli anni di maggiore attività, lo aveva messo al bando.

Dalton Trumbo:

Trumbo nasce come giornalista, poi diventa scrittore, poi viene scoperto dal cinema, questo tra gli anni ’20 e gli anni ’30. Un giorno legge una strana notizia su un giornale, gli resta impressa, non può smettere di pensarci, alla fine si mette a scrivere un romanzo, “E Johnny prese il fucile”, che esce nel 1939 e gli fa vincere uno dei più prestigiosi premi letterari, quello che all’epoca si chiamava “American Book Sellers Award” e oggi si chiama “National Book Award”. Per uno che lavora nel cinema, è inevitabile pensare di farne un film. Alla fine lo farà, ma ci vorranno oltre 30 anni per riuscirci.

Trumbo è, fin dagli anni ’30, un membro del Partito Comunista Americano. Non può essere altrimenti, per uno come lui che viene dalla classe operaia e ha potuto fare esperienza diretta dello sfruttamento dei lavoratori da parte del capitalismo di quel tempo. Non essendo ancora noti in Occidente gli aspetti totalitari del regime sovietico di Stalin (tutta la verità comincerà a essere rivelata solo a partire dal 1956), l’utopia comunista fa facilmente presa sui giovani intellettuali che vogliono cambiare il mondo. Quanto poi lo stalinismo si rivelerà una delusione amarissima, lo racconteranno alcuni di loro, in una serie di saggi intitolata “Il dio che è fallito” (1957): tra essi, insieme al nostro Ignazio Silone, un altro importante scrittore americano, Richard Wright, che aveva già trattato il tema in un durissimo romanzo del 1953, “Ho bruciato la notte”. Nessuno di essi però approderà mai su posizioni di espresso anticomunismo, perché a quel punto è già chiaro che l’anticomunismo è ancora peggio del comunismo.

Sì, perché, quando sale la tensione tra gli ex alleati Usa e Urss con lo scoppio della guerra di Corea (1950) e il caso dei coniugi Rosenberg condannati a morte per spionaggio con l’accusa di aver passato ai russi documenti decisivi per la realizzazione degli ordigni atomici (1950-53), gli americani perdono la testa e cominciano a vedere pericolosi comunisti dappertutto.

Joseph McCarthy e il Maccartismo

È in questa fase che la scena politica statunitense si ritrova dominata dalla figura del senatore repubblicano Joseph McCarthy, un demagogo della peggiore specie, capace di aizzare la folla contro qualunque capro espiatorio gli venga in mente pur di accrescere il suo consenso. In realtà, dietro McCarthy c’è solo una minoranza della popolazione (i sondaggi mostrano sempre che la maggior parte degli americani non approva né i suoi metodi né i suoi eccessi) ma è una minoranza fortissima, perché ne fanno parte i vertici militari e i maggiori esponenti dell’amministrazione giudiziaria.

Joseph McCarty:

McCarthy piace anche ai fanatici religiosi (una categoria che in USA ha sempre avuto molti adepti) perché infierisce soprattutto sugli omosessuali, da lui considerati un pericolo nazionale perché “facilmente ricattabili”. Sarà proprio l’ossessione per gli omosessuali a causare la sua rovina. Il 18 giugno 1954, il senatore democratico Lester C. Hunt, uomo dalla specchiata integrità e con alle spalle un enorme consenso popolare, si uccide per denunciare con un gesto clamoroso le terrificanti pressioni subite dalla cricca di McCarthy per fargli abbandonare la politica, dopo la scoperta dell’omosessualità di suo figlio Buddy. Alla rivelazione dalla notizia, nonostante il goffo tentativo dei giornali pro-McCarthy di attribuire il suicidio a motivi di salute, l’opinione pubblica accusa duramente McCarthy come responsabile del gesto. Le “Elezioni di Midterm” di quell’anno sono prossime e i senatori repubblicani non hanno nessuna intenzione di pagare il conto degli spropositi di McCarthy, così approvano anche loro una pesante mozione di censura verso di lui: con la quale, di fatto, la sua carriera politica si interrompe.

Già dedito all’abuso di alcol, McCarthy morirà nel 1957 a soli 48 anni

Il periodo in cui dominò la scena politica americana, ricordato come “maccarthismo”, è sicuramente il più buio della democrazia americana. Artisti come Arthur Miller e Ray Bradbury ricorderanno successivamente di aver scritto capolavori come “Il crogiolo” (un dramma ispirato all’isteria collettiva della “caccia alle streghe” di Salem nel 1692) e “Fahrenheit 451” (un romanzo distopico ambientato in una società in cui i libri sono messi al bando e distrutti), proprio per raccontare a modo loro l’impatto del maccarthismo sull’America del tempo.

Uno degli aspetti più conosciuti del maccartismo è il suo accanimento contro chi, nell’industria cinematografia, non si allinea alle direttive più “patriottiche” che arrivano dal fronte anticomunista. McCarthy spedisce a Hollywood il suo braccio armato, il deputato John Parnell Thomas, presidente della Commissione contro le Attività Antiamericane (HUAC), lasciandogli carta bianca e Parnell Thomas ne approfitta per rovinare parecchie carriere, spedendo a processo e spesso in galera gente che semplicemente si rifiuta di collaborare con lui. Per ironia della sorte, nel 1950, Parnell Thomas finisce arrestato per corruzione e, condannato a 18 mesi di galera, ne sconterà 9 nella prigione di Danbury, Connecticut, ritrovando come compagni di cella alcuni intellettuali, come Lester Cole o Ring Lardner Jr., che lui stesso aveva mandato sotto processo.

Anche Dalton Trumbo è uno di quelli che finiscono in galera: sconterà, infatti, 11 mesi ad Ashland, Kentucky, tra il 1950 e il 1951. Ma la sua odissea non finirà qui: perché, appena libero, scoprirà di essere finito sulla “lista nera”, quella degli artisti che tutte le majors cinematografiche non possono assumere.

Foto segnaletica di Dalton Trumbo:

La vicenda della “lista nera” è uno dei punti più bassi del già abominevole maccartismo: in pratica, chi accetta di collaborare con Parnell Thomas e i suoi scagnozzi, fornendo nomi di chiunque sia sospetto di simpatie comuniste, può stare tranquillo; mentre, chi si rifiuta di farlo, anche se non ha avuto nulla a che fare con il Partito Comunista e, in pratica, è colpevole solo di non denunciare i comunisti che conosce, viene bandito dall’industria cinematografica e dall’industria culturale in generale. Uno dei più ostinati a resistere alle pressioni di Parnell Thomas, lo scrittore Dashiell Hammett, oltre a essere sbattuto in galera nonostante le pessime condizioni di salute e il passato fin troppo patriottico quale reduce di due guerre, sarà “punito” con il ritiro di tutti i suoi libri dalle biblioteche e dalle librerie e il divieto della loro ristampa. Alcuni artisti dal valore oggettivo, come il regista Elia Kazan, cedono alle pressioni e diventano delatori, sporcando la loro fama con una macchia indelebile: quando, nel 1999, a quasi mezzo secolo dai fatti, l’Academy Award premierà Kazan con l’Oscar alla carriera, molti dei presenti si rifiuteranno di applaudirlo.

Tra i divi ascoltati dalla Commissione contro le Attività Antiamericane, che rimane attiva anche dopo l’uscita di scena di McCarthy, ci sarà, nel 1956, anche Marilyn Monroe, coinvolta in quanto moglie di Arthur Miller, sospetto comunista. Marilyn, che è una convinta “liberal”, terrà coraggiosamente testa alle pressioni della commissione, come raccontato in un articolo di Gore Vidal, che assiste all’audizione da giornalista accreditato. Se questo fosse successo durante il maccartismo, la sua carriera sarebbe finita lì.

Ma torniamo a Trumbo

Ormai non può più lavorare, ma questo significa essenzialmente che non può firmare i lavori che gli vengono ancora commissionati, nonostante si sia trasferito in Messico. Nel 1953 il suo soggetto per “Vacanze romane” vince l’Oscar, ma ufficialmente è stato scritto da un suo collega che gli fa da prestanome, Ian McLellan Hunter: solo nel 2011, l’Academy Award riconoscerà il premio a Trumbo. Nel 1957 ne vince un altro per il soggetto di un film di ambientazione messicana, “La più grande corrida” ma, poiché stavolta ha firmato con uno pseudonimo, Robert Rich, a ritirare il premio deve presentarsi, tra l’imbarazzo generale, il produttore Frank King.

Per sua fortuna, gode della stima di attori talmente famosi da potersi permettere di imporre chi vogliono alle produzioni: Paul Newman lo pretende come sceneggiatore di “Exodus” e Kirk Douglas come sceneggiatore di “Spartacus”. Douglas farà molto di più: sfida apertamente la Commissione contro le Attività Antiamericane imponendo anche che Trumbo firmi il lavoro con il suo nome. Entrambi i film, due kolossal ad altissimo budget usciti nel 1960, saranno enormi successi. Da quel momento, Trumbo può riprendere a lavorare.

E Johnny prese il fucile

E, ovviamente, il suo primo pensiero è di nuovo per “E Johnny prese il fucile”. Ma il suo progetto non incontra un grande favore presso i produttori. Ci vorranno 10 anni, prima di poterlo realizzare. Né si troverà un regista disposto a dirigerlo: alla fine, sarà Trumbo stesso a doversi inventare regista.

Immagine dal film:

“E Johnny prese il fucile” è un titolo che ironizza amaramente sulla frase riportata nei manifesti con cui lo “zio Sam” esortava i giovani ad arruolarsi volontari nelle forze armate: “Johnny, prendi il fucile!”.

Joe Bonham è un ragazzo di campagna, addolorato dalla recente e prematura scomparsa dell’amato padre. Nonostante l’amore di Kareen, si lascia sedurre dal sogno di diventare un eroe della Grande Guerra, si arruola e finisce sul fronte francese. In uno degli ultimi giorni di combattimenti, viene colpito dall’esplosione di una granata. Le sue ferite sono così gravi che sembra destinato a morte sicura, invece la sua forte fibra riesce a resistere e sopravvive.

Solo che la sua è una sopravvivenza per modo di dire. Joe ha perso tutti e quattro gli arti e tutti i suoi organi di senso. È ridotto a un tronco che non può sentire né comunicare nulla, al quale sono rimasti solo i ricordi struggenti dei suoi 20 anni volati troppo rapidamente e i suoi sogni che non si realizzeranno mai. In altri sogni, mentre dorme, gli appaiono Kareen, che lo crede morto, Gesù Cristo, che va a morire insieme alle reclute al fronte, e suo padre, che gli suggerisce di provare a comunicare con il mondo usando il codice Morse, che lui stesso gli ha insegnato.

Un’infermiera capisce ciò che Joe sta cercando di comunicare battendo la testa sul cuscino. Sembra un miracolo. Joe comunica con i medici e chiede di vedere dei generali. Quando questi arrivano, il giovane chiede di essere portato fuori ed esibito in pubblico per dissuadere ogni altro ragazzo dal fare la guerra. Ovviamente i generali gli rispondono di no. Allora Joe chiede di subire l’eutanasia. Ma il suo caso viene considerato troppo interessante dal punto di vista medico ed è già stato deciso che sarà mantenuto in vita per essere studiato.

L’infermiera che aveva scoperto la sua comunicazione cerca allora di accontentarlo soffocandolo, ma viene scoperta e allontanata. Joe finisce chiuso in una stanza dove non può vedere nessuno tranne i medici, e passa il tempo battendo sul cuscino il segnale S.O.S. in una inutile richiesta di aiuto.

Il film, nonostante le critiche per la supposta “ingenuità” di alcune sue sequenze, è un classico irrinunciabile del cinema pacifista ed è stato spesso citato da altri artisti, ad esempio la band dei Metallica, che ne ha utilizzato alcune scene per il videoclip di “One”, nel 1989.

Resta una questione da risolvere: quale fu la notizia che ispirò il romanzo e poi il film di Trumbo?

Trumbo stesso, a distanza di molti anni, dichiarò di aver letto su un giornale che nel 1936 il Principe di Galles (il futuro Edorado VII), mentre era in visita ufficiale in Canada, si trovò in un ospedale militare e fu colpito da una porta sulla quale era scritto “Vietato entrare”. Incuriosito, insistette per entrarvi ugualmente e vi trovò un ufficiale inglese, creduto morto dalla famiglia, che sopravviveva nonostante la menomazione di tutti e quattro gli arti e di tutti gli organi di senso.

A quanto pare, non è andata esattamente così. O Trumbo, nel tempo, aveva fatto un po’ di confusione, o la notizia era stata già riportata in modo inesatto dal giornale su cui la lesse.

Nessuno è mai riuscito a identificare quell’ufficiale, mentre gli indizi disponibili portano in un’altra direzione. A una storia reale, ma un po’ differente, quella di Curley Christian.

La storia di Curley Christian

Ethelbert Christian, detto Curly, è un giovane di colore, alto e robusto, nato in Pennsylvania nel 1882. Dopo una sufficiente istruzione, per qualche anno viaggia tra gli USA e il Canada lavorando come falegname, cuoco, muratore e marinaio. Alla fine si stabilisce in Canada e prende quella cittadinanza. Nel 1915, a 33 anni, si arruola nella fanteria canadese, viene inquadrato nei granatieri e va a fare la guerra in Francia (il Canada, come membro del Commonwealth, ha partecipato a tutta la Grande Guerra). Nell’aprile del 1917 partecipa alla vittoriosa battaglia del crinale di Vimy, vicino Arras, durante la quale però viene gravemente ferito: una bomba gli esplode vicino e si ritrova coperto da pesanti detriti. Dopo due giorni, alcuni soldati si accorgono di lui e, faticosamente, riescono a liberarlo dalle macerie: le sue braccia e le sue gambe sono gravemente schiacciate, sembra che non sopravviverà. Due portaferiti lo trasportano nelle retrovie. Un’altra bomba cade nelle loro vicinanze: i due portaferiti restano uccisi dalle schegge, ma Christian non viene colpito. Altri due portaferiti riescono a recuperarlo e finalmente lo portano al primo ospedale da campo disponibile. Qui, i medici diagnosticano la cancrena a tutti e quattro gli arti e glieli amputano, tutti al di sotto del gomito e del ginocchio.

Curley Christian:

Curly Christian è l’unico soldato della Grande Guerra a sopravvivere a una quadrupla amputazione. Nel settembre del 1917 si è ripreso abbastanza da essere rispedito in patria sulla nave ospedale “Landovery Castle” e, anche questa volta, viene assistito dalla sorte: nel viaggio successivo, la nave sarà affondata da un sottomarino e il bilancio del naufragio sarà di 234 morti (quasi tutti medici e infermieri) e 24 superstiti.

Durante la sua riabilitazione, a Toronto, Christian viene assistito da una volontaria, un’immigrata giamaicana, Cleo McPherson, nata nel 1896. I due si mettono insieme e si sposano nel 1920. Avranno un figlio, Douglas Christian, che parteciperà alla Seconda Guerra Mondiale arruolandosi nella Marina Militare Canadese e, fortunatamente, ritornerà illeso.

Christian è destinato a diventare una figura importante dell’attivismo pro reduci successivo alla guerra. In precedenza, si usava che i reduci invalidi rimanessero a vita negli ospizi a carico dell’esercito. Christian chiede di essere mandato a casa per essere assistito dalla moglie e, a forza di insistere, ottiene per la prima volta una pensione di invalidità dal governo, che poi sarà estesa a tutti gli altri reduci che ne fanno richiesta.

Attivissimo e pieno di idee, oltre a progettare personalmente le protesi che si farà montare, si tiene in contatto con molti altri invalidi di guerra. Sostiene insieme a loro la mozione della Convenzione di Ginevra che, nel 1925 mette al bando l’uso dei gas tossici nei conflitti.

Insieme a 6.200 altri veterani, torna in Francia nel 1936 per partecipare alle celebrazioni della vittoria di Vimy, durante le quali viene inaugurato un monumento in memoria dei caduti. Qui avviene quello che sicuramente è l’episodio cui fa riferimento l’articolo letto da Trumbo. Tra le autorità presenti all’evento c’è anche il Principe di Galles. Christian, che lo ha conosciuto quando Edoardo è andato a visitarlo in ospedale, molto tempo prima, guida verso il Principe un gruppo di veterani ciechi che vogliono conoscerlo. La scorta del Principe, poiché il gruppo non è autorizzato ufficialmente, vorrebbe bloccarli, ma Edoardo riconosce Christian e ordina di farli passare. Anzi, secondo la versione di Christian, Edoardo lo avrebbe addirittura riconosciuto per primo e invitato espressamente a raggiungerlo.

Curly Christian è morto a Toronto il 15 marzo 1954, poco prima di compiere 72 anni. È seppellito, in mezzo ad altri veterani, al Prospect Cemetery, una sezione del Mount Pleasant Cemetery di Toronto.

Sotto, un passaggio del film “E Johnny prese il fucile”:

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.