Così CROLLA un ponte: il disastro di Baltimora

“Una tragedia indicibile”, la definisce il sindaco di Baltimora Brandon Scott. Una tragedia che ha colpito la città di Baltimora, nel Maryland, le cui cause sono tutte da appurare. Al momento, c’è solo quello scheletro di metallo che emerge dalle acque del fiume Patapsco, tra le ormai inutili rampe di accesso che si protendono verso il vuoto. Alle ore 1.30 locali – circa le 6.30 in Italia – di martedì 26 marzo, il ponte Francis Scott Key è crollato, dopo essere stato urtato dalla nave portacontainer Dali, battente bandiera di Singapore. Si poteva evitare il disastro? Chi ha progettato il ponte poteva prevedere che una nave si sarebbe potuta schiantare contro un pilone? E ancora: altri ponti hanno subito “attacchi” involontari simili?

In questo video vedremo un po’ di risposte e ipotesi a queste domande, vediamo non solo le cause che hanno portato il ponte di Baltimora a crollare ma anche la sua storia e perché è tanto famoso fra gli americani. Prima però vi ricordo che è l’ultimo giorno per comprare in prevendita il mio libro “l’ultima ora la storia dell’uomo attraverso la pena di morte”, quindi avete pochissimo tempo per accedere al contenuto riservato su Romilda, la duchessa longobarda che finì impalata dal proprio marito. Poi altra comunicazione: presenterò il libro a Milano il 2 Aprile, alla libreria Rizzoli in galleria Vittorio Emanuele, dove darò un regalo personalizzato a quanti si sono prenotati tramite la piattaforma Eventbrite. Il mio omaggio è gratis e non è necessario acquistare il libro, quindi se siete a Milano non perdetelo, vi lascio il link in descrizione per registrarvi! Finito il momento libri e appuntamenti cominciamo.

Si è consumato tutto nel giro di pochissimi minuti: secondo i dati forniti da Marine Traffic, la nave portacontainer Dali lascia il porto 28 minuti dopo la mezzanotte; alla 1.24 si vedono tremolare le luci della portaconteiner, che due minuti dopo cambia rotta e vira verso uno dei pilastri del ponte. Poi, si vedono le luci della nave accendersi e spegnersi e un grande sbuffo di fumo nero si staglia nel cielo notturno. All’1.27, la Dali colpisce il Key Bridge, che collassa in pochi secondi, come fosse “tenuto su con degli stuzzicadenti”. A dirlo è un uomo che vive in una casa nelle vicinanze del ponte, che ha tremato come per un terremoto al momento del tremendo impatto. L’incidente sembra dovuto a una perdita di potenza della nave che, come da procedura d’emergenza, ha gettato l’ancora prima della collisione.

Una nave che pesa centinaia di migliaia di tonnellate non può fermarsi in poche decine di metri, perché necessita di uno spazio pari a 5 o 6 campi da calcio, quindi dai 500 ai 600 metri, e quindi l’impatto è stato inevitabile. Lo ha spiegato il presidente dell’agenzia dei piloti di bordo (Board of Pilot Commissioners) di New York. In quei concitati minuti, dalla Dali parte un avviso di pericolo, un mayday, per segnalare il possibile urto.

La chiamata ha consentito l’intervento immediato degli agenti di polizia che hanno fermato l’accesso veicolare al ponte, salvando  chissà quante vite umane, ma non sono riusciti ad avvisare tutti gli operai che erano al lavoro per ripristinare il manto stradale. I dispersi in acqua all’inizio erano almeno 8, e ad oggi, siamo al 27 Marzo, risultano irrintracciabili ancora 6 persone, con i soccorritori che confermano il fatto che, con ogni probabilità, questi siano ormai deceduti.

Un video a infrarossi mostra la presenza di veicoli sott’acqua, ma ancora non è ben chiaro se ci fossero persone a bordo. Sia le autorità dello stato del Maryland, sia quelle federali, escludono con relativa certezza una possibile matrice terroristica del tragico evento, imputabile a un guasto della Dali. D’altro canto, nessun ponte può essere progettato per resistere a un’eventuale collisione con una nave di quella stazza, secondo il parere del professor Benjamin Schafer, che insegna alla facoltà di ingegneria civile della vicina università Johns Hopkins. Tra l’altro la Dali, varata nel 2015, aveva avuto, nel 2016, un altro incidente nel porto di Anversa, dove si era schiantata contro una banchina. C’è da precisare però, che l’ultima ispezione alla nave, effettuata il 9 settembre 2023 dalla Guardia Costiera degli Stati Uniti, non aveva evidenziato nessuna carenza. Tra i membri dell’equipaggio, composto da 22 persone, non ci sono vittime.

Il professor Schafer ha confermato che il ponte non poteva resistere, ma è da specificare che in altre situazioni simili altri ponti non crollano perché di fronte ai piloni vengono posizionati dei sistemi di protezione in grado di bloccare le navi che potrebbero sbattervi contro. I dispositivi di blocco si chiamano “fender”, e possono essere di diversi tipi come ad esempio le classiche piramidi in calcestruzzo ammucchiate contro i piloni oppure degli anelli di cemento imbottiti con doghe in legno. Questo tipo di sistema nel 2013 ha salvato il San Francisco-Oakland Bay Bridge dallo scontro catastrofico con una petroliera, che si è schiantata contro i sistemi di protezione ma non ha fatto danni al ponte, che è rimasto intonso.

Il ponte di Baltimora non era totalmente privo di protezioni, ma gli ingegneri che hanno analizzato le immagini hanno detto che non erano visibili quei tipi di protezione che sarebbero state in grado di fermare una nave di dimensioni gigantesche come appunto la Dali. Non è difficile ipotizzare che, quando sarà ricostruito, tali tipi di fender saranno certamente implementati alla base dei piloni.

Il Francis Scott Key, inaugurato il 23 marzo 1977, era un ponte reticolare in acciaio lungo 2.632 metri, che sovrastava il fiume Potapsco. Si trattava di un’infrastruttura di fondamentale importanza per la città di Baltimora, che ha il nono porto più grande degli Stati Uniti per il traffico di merci internazionali. Il crollo del ponte implica la chiusura del porto, dove lavorano oltre 15.000 persone, con un indotto che comprende circa 140.000 posti di lavoro, mentre le 35.000 persone che giornalmente attraversano il ponte saranno costrette a percorrere tragitti alternativi, con notevoli disagi riguardo ai tempi di spostamento. Questi sono i dati strettamente economici, ma c’è un altro aspetto di più difficile definizione.

Il Key Bridge è, per gli abitanti di Baltimora, un punto di riferimento, il simbolo della città, e non solo per motivi di ordine pratico legati alla sua funzione di collegamento stradale. C’è, in aggiunta, un aspetto che si potrebbe definire patriottico, dovuto al personaggio a cui è intitolato il ponte. Francis Scott Key è l’autore dell’inno nazionale degli Stati Uniti, ma non solo. E’ importante anche la circostanza in cui lui, avvocato e poeta dilettante, compone il testo di quella canzone, che solo nel 1931 sarà adottata come inno ufficiale.

Key, nato in Maryland nel 1779, assiste a una battaglia che avviene proprio nel porto di Baltimora tra il 13 e 14 settembre del 1814, durante una guerra che vede contrapposti Regno Unito e Stati Uniti, per questioni di dominio coloniale nei territori del Nord-Ovest. Quel conflitto, scoppiato nel 1812, è una sorta di prosecuzione della Guerra d’Indipendenza americana, con le nazioni native che si schierano sia da una parte sia dall’altra.

Quando i britannici riescono a conquistare Washington, nell’agosto del 1814, la guerra sembra persa. Ma a Baltimora succede qualcosa di inaspettato, un’eroica resistenza che poi contribuirà alla vittoria finale degli Stati Uniti. Con sgomento, l’avvocato-poeta vede le navi della Royal Navy che bombardano per 25 ore il Forte McHenry, e non crede ai suoi occhi quando, all’alba del 14, vede che la piccola “storm flag”, la bandiera da battaglia, è stata sostituita dalla bandiera grande, con le sue quindici stelle e quindici strisce.

Subito inizia a scrivere una poesia, inizialmente chiamata “Defence of Fort McHenry”, che completerà un paio di giorni dopo. Le rime sono perfette per la melodia di una canzone popolare, già usata dallo stesso Key per un altro componimento. Il testo diventa famoso, prima nell’orgogliosa Baltimora e poi in tutto il paese.  Cambia nome in “The Star-Spangled Banner”, Lo stendardo stellato. Per quanto di difficile esecuzione, perché richiede un’ampia estensione vocale, diventa prima l’inno della Marina Militare e poi degli Stati Uniti. Oggi viene cantato in tantissime occasioni ufficiali ma noi italiani lo conosciamo soprattutto legato alle partite di baseball o football, in cui viene eseguito in mezzo al campo da una star o un personaggio famoso. E’ proprio il simbolo dell’unità americana, un simbolo che era tanto legato a quel ponte da aver spezzato il cuore patriottico degli statunitensi.

Il portavoce dell’Ufficio della Casa Bianca per gli Affari intergovernativi, Tom Perez, ha affermato che “E’ troppo presto per dire quando sarà ricostruito il ponte. Vogliamo farlo il prima possibile, ci sarà molto lavoro da fare e non sarà una cosa immediata”, dopo che il presidente Joe Biden aveva annunciato che sarà il governo federale a farsi carico della ricostruzione. Il portavoce poi ha lanciato una sfida prima di tutto legale: verranno tentate le vie legali per ottenere un risarcimento e affrontare i costi necessari per la ricostruzione.

D’altronde come abbiamo detto prima Baltimora è uno snodo importantissimo per il traffico marittimo statunitense della costa est. E’ il primo per volume di autovetture trasportate e ha un ruolo cruciale per il transito di materie prime come legname e carbone. Insomma l’economia degli Stati Uniti non è a rischio, ma certamente potrebbe sentire il peso di un duro colpo ai propri traffici internazionali.

Qui in Italia conosciamo bene la tragedia di un ponte crollato. Il crollo del ponte Morandi del 14 Agosto 2018 è un ricordo vivido, anche perché causò ben 43 morti, e in quel caso la ricostruzione fu a tempo di record: il 3 agosto del 2020, quindi neanche 2 anni dopo, è stato inaugurato il nuovo viadotto di Genova San Giorgio, che oggi rende il traffico genovese molto più scorrevole e sostenibile. L’augurio per gli abitanti di Baltimora è che il ponte Francis Scott Key venga ricostruito con la stessa velocità.


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