Sono ancora lì sulla piana di Giza, dopo millenni, a testimoniare la grandezza della civiltà egizia, le tre piramidi dei Faraoni Cheope, Chefren e Micerino. Silenti e misteriose hanno conservato per secoli i loro segreti: come poteva un popolo così antico avere le conoscenze tecniche necessarie per costruire edifici così complessi e imponenti, come venivano spostati gli enormi blocchi di pietra e in che modo riuscivano a portarli tanto in alto? Quante persone lavoravano a quei monumenti funebri, eretti per la gloria dei loro sovrani?

Le Piramidi di Giza

Immagine di Ricardo Liberato via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.0

Tutte queste domande hanno trovato risposte plausibili negli ultimi decenni grazie alla ricerca di molti esperti di vari settori.

Quello che invece non è ancora del tutto certo, è il “perché”: per quale motivo fu scelta proprio la forma a piramide per le tombe di alcuni faraoni?

Una spiegazione forse troppo scontata suggerisce che si tratti di una “imitazione” della mitologica collina Benben, sulla quale iniziò la creazione, ad opera del dio Atum.

Una Pietra di Benben – Parte superiore della tomba del sacerdote Rer – VII secolo a.C.

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C’è poi il credo religioso, certo di fondamentale importanza, che da un certo periodo in poi, probabilmente alla fine della II dinastia, indica una destinazione ultraterrena diversa dai comuni mortali per il sovrano divinizzato: non l’oltretomba sotterraneo di Osiride ma un aldilà celeste, nel regno del dio Ra (il Sole). La piramide – per-em-us, termine che significa “ciò che va in alto” – sarebbe quindi l’espressione architettonica del “luogo in cui si sale”, una scala che conduce al cielo. Si tratta di ipotesi, giustificate da alcune formule presenti nei Testi delle Piramidi:

“Viene eretta per lui una rampa fino al cielo ed egli sale su quella fino al cielo”.

Sulle tecniche di costruzione delle piramidi si possono invece dare risposte più certe, cominciando dalle strutture più conosciute, quelle della piana di Giza, che non sono le più antiche.

Planimetria dell’area di Giza: i numeri 1, 2, 3 corrispondono alle tre piramidi

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La piramide di Cheope è, delle tre, la più antica e la più grande (138 metri di altezza), costruita per ospitare le spoglie mortali del faraone Cheope (nome ellenizzato di Khufu), che regnò intorno al 2560 a.C, dopo la morte di Snefru, suo (presunto) padre.

Il faraone Chefren, salito al trono intorno al 2520 a.C (dopo il fratellastro Djedefra), si fece erigere una piramide di poco più piccola rispetto a quella del padre Cheope. Probabilmente la famosa Sfinge, guardiana dei monumenti funebri, fu costruita per volontà di Chefren.

Micerino fu il terzo faraone a scegliere la piana di Giza per la sua piramide, la più piccola, con i suoi 65 metri di altezza.

Per arrivare a erigere i tre celebri monumenti funerari, così perfetti nella loro realizzazione, sono occorsi secoli, durante i quali cambiarono e progredirono i sistemi di costruzione.

Màstaba della principessa Idut a Saqqara

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Prima delle piramidi venivano costruite, più di 5000 anni fa, delle semplici tombe rettangolari, chiamate “mastaba”, ma con il faraone Djoser (intorno al 2630), quel tipo di struttura si sviluppa in una piramide a gradoni, a sei strati.

La piramide a Gradoni di Djoser a Saqqara

Immagine di Olaf Tausch via Wikipedia – licenza CC BY 3.0

Al faraone Snefru (intorno al 2575 a.C.) si deve la costruzione di tre piramidi, due delle quali non più a gradoni ma dalle pareti lisce. Il primo tentativo non riesce bene: è la “piramide piegata” di Dahshur, dove un angolo che cambia direzione conferisce alla struttura una doppia pendenza.

La Piramide “Piegata” di Snefru a Dashuhr

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Non soddisfatto, Snefru ordina la costruzione di un’altra piramide, sempre a Dahshur, nota come “piramide rossa”. Proprio lo studio delle piramidi “mal riuscite” (se così si può dire) e poi crollate, che punteggiano il suolo egiziano, ha consentito agli archeologi di scoprire come le tecniche di costruzione siano cambiate, evolvendosi, nel corso dei secoli.

La Piramide Rossa di Snefru a Dahshur

Immagine di Jon Bodsworth via Wikimedia Commons – Uso libero

Cheope – faraone del quale si sa pochissimo e passato alla storia con la fama di “cattivo” per la descrizione che ne fa lo storico greco Erodoto (che ne scrive a distanza di 2000 anni dalla sua esistenza) – fa tesoro delle precedenti esperienze e riesce a far costruire la sua “Grande Piramide”, considerata dagli antichi una delle sette meraviglie del mondo.

Piccola statuetta di Cheope, unica raffigurazione del Faraone – Museo del Cairo

Immagine di pubblico dominio

A sovrintendere alla costruzione delle piramide doveva esserci un funzionario di fiducia dei faraoni, incaricato di organizzare tutto quanto occorreva a progetti così imponenti: i trasporti, le barche necessarie agli spostamenti, le riserve di cibo per gli operai e le abitazioni necessarie, fino ai cimiteri collocati nei pressi dei cantieri.

Ricerche archeologiche degli ultimi anni hanno dimostrato che a Giza c’era un porto, usato proprio per far arrivare i materiali necessari, le derrate alimentari e gli addetti ai lavori. Ma non solo: i grandi blocchi di pietra calcarea, usati per le facciate esterne delle piramidi, venivano trasportate su barche, arrivando via fiume dalle cave dove venivano estratti, distanti forse quattro giorni di navigazione.

Per muovere i blocchi di pietra via terra gli Egizi usavano delle “slitte”, spinte e trainate da gruppi di operai. Per facilitare il lavoro veniva probabilmente bagnata la sabbia davanti alla slitta, per ridurre l’attrito. Per tirare su i massi venivano invece usate, quasi certamente, delle rampe, delle quali però non si sa nulla, insieme a un sistema di leve. La mancanza di fonti storiche e di reperti archeologici non può che lasciare spazio a varie ipotesi sui tipi di rampe (dritte, a zig zag, a spirale, interne alla piramide).

Particolare dei blocchi, da 1,5 tonnellate, che compongono la grande piramide di Cheope

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Vicino alla piramide di Micerino sono state ritrovate le tracce di grandi abitazioni destinate alle persone di alto rango, di caserme per i militari e di uffici dove probabilmente venivano tenuti i registri.

Mentre venivano erette le piramidi c’era dunque un gran via vai di gente: l’archeologo Richard Redding stima che circa 10.000 persone, complessivamente, abbiano lavorato alla costruzione delle tre piramidi (altri parlano di un numero variabile tra le 20.000 e le 36.000 persone).

Redding ha basato i suoi calcoli sui resti degli animali rinvenuti in loco, quelli allevati in recinti per nutrire gli operai: “bovini, pecore e capre venivano macellati ogni giorno per produrre in media 1800 chili di carne al giorno”. Una quantità che, calcolando il “fabbisogno nutrizionale di una persona che fa lavori pesanti”, porta a un numero approssimativo di 10.000 persone.

Notte sulla piana di Giza

Immagine di Nina Aldin Thune via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

E’ sicuramente più affascinante il mistero del preciso allineamento della piramide di Cheope con il Polo Nord, con uno scarto di un decimo di grado. Non è ancora chiaro come potessero gli antichi egizi calcolare questo allineamento, ma l’ingegnere Glen Dash dà una spiegazione che si basa sulla loro conoscenza di una stella circumpolare e l’uso di corde orientate verso di essa. Lo studio toglie un po’ di poesia a uno dei tanti misteri della civiltà egizia, comunque ancora capace di stupirci e affascinarci dopo millenni.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.