Commodo: l’Imperatore Gladiatore

Se chiedessimo per strada chi sia stato l’Imperatore Commodo in tantissimi risponderebbero Joaquin Phoenix, che prima ammazza Marco Aurelio, poi regna per qualche mese e ne fa di cotte e di crude, fra cui sventare una congiura, provarci con sua sorella e ammazzare un sacco di gente, e poi finisce ammazzato da un gladiatore di nome Massimo Decimo Meridio, ex generale romano. Ma è stata davvero questa la storia del successore e figlio del grande Marco Aurelio?

Naturalmente le vicende de “Il Gladiatore” sono del tutto inventate da Hollywood, che però ha avuto il pregio di dare una grandezza visiva al mondo romano come prima non c’era mai stata. Ora noi però vogliamo sapere quale sia stata la vera storia di Commodo, prima di tutto perché un Imperatore che governa per 12 anni non dev’esser stato poi tanto terribile. Per capire il periodo: i due che lo seguono dopo la morte, Pertinace e Didio Giuliano, durano esattamente 3 mesi l’uno poi finiscono ammazzati. Insomma non era un momento semplice per governare.

Partiamo da una considerazione imprescindibile: conosciamo le gesta di Commodo soprattutto grazie a Cassio Dione, che sì è uno storico romano ma soprattutto è un senatore, ed è uno fra i congiurati che poi lo fanno ammazzare. E’ come se per leggere la storia di Giulio Cesare potessimo leggere quasi solo le memorie di Bruto, o se Putin lo descrivesse Zelensky o Israele fosse narrata dai gerarchi di Hamas. Sarebbe una visione un po’ parziale. 

Di fonti coeve a Commodo c’è anche lo scrittore Tertulliano, che però è un teologo e non uno storico, mentre gli altri storici si rifanno sempre alle notizie di Cassio Dione. Insomma su Commodo è stato gettato tanto fango, capire quale sia la realtà storica è estremamente complesso.

Partiamo dai fatti sicuri. Nasce il 31 agosto del 161 a Roma, figlio del grande imperatore Marco Aurelio e gemello di un altro bambino che però muore a circa 4 anni. E’ un ragazzo bello e prestante, l’ideale della bellezza romana. Ha folti ricci, una barba folta e un fisico imponente. L’unico difetto sono gli occhi un po’ sporgenti, che peraltro si vedono anche nelle sue statue. Nel 166 viene nominato Cesare insieme all’altro fratello, Tito Aurelio Fulvio Antonino, ma questi muore nel 169. A Marco Aurelio rimane solo un figlio maschio adulto, e lo tratta coi guanti.

Commodo è un princeps tipico del suo periodo, ma Marco Aurelio fa qualcosa che aveva fatto solo Vespasiano prima di lui con il figlio Tito: associa al potere Commodo per lasciargli in eredità l’Impero. Dopo i secoli del medioevo e dell’età moderna, ma anche di recente con la monarchia inglese e tante altre, a noi questa cosa può risultare scontata, ma all’epoca non lo è. Di solito l’imperatore sceglieva un proprio successore fra le persone degne e adatte a tale carica, mentre Marco Aurelio spezza la tradizione degli imperatori adottivi e nomina Commodo imperator, quindi comandante militare, nel 176, e Augusto, quindi sovrano, nel 177, e poi addirittura console, sempre nel 177, a soli 15 anni. Marco Aurelio spezza la tradizione, ma non sapremo mai perché lo abbia fatto.

All’inizio del 180 sia Marco Aurelio sia Commodo sono sulle rive del Danubio, forse a Vindobona, oggi si chiama Vienna, o forse in una città della Serbia, gli storici non sono concordi, ma siamo sicuri che l’esercito romano stia affrontando Quadi e Marcomanni.

Marco Aurelio lì si ammala, probabilmente di peste Antonina che flagella l’impero da una quindicina d’anni, e chiama al suo capezzale Commodo per dargli istruzioni. Il ragazzo si avvicina, Marco Aurelio gli dice di continuare la guerra contro i barbari, ma il ragazzo gli chiede: “va bene, ma come stai di salute?”. Insomma, con buona pace di Ridley Scott, secondo le fonti tutto fa meno che ammazzarlo con le mani al collo.

Marco Aurelio muore di malattia il 17 marzo del 180, e il nuovo imperatore diventa Commodo, che però ha solo 18 anni. Il nuovo imperatore fa quello che avevano spesso fatto altri imperatori prima di lui: inizia a dare elargizioni e denaro all’esercito e al popolo. Ed esercito e popolo lo ricompensano con una fiducia incondizionata, Commodo godrà sempre del loro sostegno.

Chi gli è contro è il Senato, fra le cui fila si trova proprio quel Cassio Dione che ci racconta la storia dell’imperatore. Per capire in che termini voglia raccontarcelo lascio parlare lui direttamente, il soggetto è Marco Aurelio:

Solo una cosa gli impedì di essere completamente felice, dopo avere dato l’educazione migliore possibile al figlio, rimase enormemente deluso da lui. Questa materia deve essere il nostro prossimo argomento, per cui la nostra storia ormai discende da un regno d’oro a uno di ferro e ruggine, come fu per i Romani quel giorno”.

Per Cassio Dione si passa dall’oro alla ruggine, un’allegoria che spiega la considerazione che doveva esserci di Commodo a quell’epoca da parte dei patrizi romani.

Il regno di Commodo inizia nel 180. Per prima cosa fa divinizzare il padre, fa erigere in sua memoria la Colonna Aureliana e forse gli fa anche realizzare la magnifica statua equestre in bronzo, quella che si trova nel palazzo dei Conservatori la cui copia campeggia in Campidoglio.

La glorificazione del padre naturalmente è funzionale anche a lui perché è porfirogenito, nato nella porpora, quindi erede diretto di un grande Imperatore.

Ma Commodo non ha nessuna intenzione di seguire le orme del padre, sia in politica estera sia in quella interna. Marco Aurelio gli aveva chiesto di concludere la guerra contro le tribù germaniche, ma Commodo affronta aspetti logicistici ed economici di quell’impresa con una maturità importante. Poco gli interessa spingersi oltre il confine del Danubio, e mantenere quei territori sotto l’Impero Romano sarebbe stato costoso e forse anche controproducente. Commodo stringe trattati di alleanza con Quadi e Marcomanni, li assoggetta ad essere tribù clientelari di Roma, e lascia ai suoi generali pieno potere per la gestione del territorio di confine con le tribù germaniche. Non si imbarca in battaglie campali, in quei territori le tribù sono tante, agguerrite e forti, non si può rischiare di perdere tanti uomini nelle battaglie con il rischio di lasciare esposte altre zone, e così consolida i confini dell’impero. Cassio Dione definisce questi accordi sfavorevoli, ma un altro imperatore aveva deciso di fermarsi e consolidare i confini dopo una terrificante batosta militare, si chiamava Ottaviano Augusto ed era il 9 d.C. Era la battaglia di Teutoburgo, e si può dire che Augusto abbia fatto benissimo a fermarsi. 

Alla fine del 180, Commodo torna a Roma, dove viene accolto come un trionfatore. All’inizio prosegue con la politica di avversione al cristianesimo del padre, ma poi cambia radicalmente registro. La sua concubina preferita, Marcia, è una fervente cristiana, e convince Commodo a cessare qualsiasi tipo di persecuzione. L’imperatore arriva anche a salvare dall’esecuzione papa Vittore I, e in genere opera una politica di completa tolleranza religiosa.

Nel 182 affronta il primo complotto, ed è la sorella Lucilla che vuole portarlo a termine. Non c’è nessun gladiatore da salvare e il popolo romano non sta né peggio né meglio rispetto a Marco Aurelio, ma è Lucilla stessa a voler tornare sul trono visto che era già stata imperatrice col primo marito Lucio, co-imperatore con Marco Aurelio. Lucilla è gelosa del fratello, lei è tornata una cittadina qualunque mentre lui si tributa gloria onori e ricchezze, e riesce ad ordire una congiura insieme ad altri. Coinvolge suo nipote, Marco Numidio Quadrato, che progetta di assassinare Commodo con un pugnale. Questi esce dal suo nascondiglio, va per affondare il colpo ma prima dice “questo te lo manda il senato”, e viene fermato dalle guardie, che lo acciuffano senza che possa neanche toccare la vittima.

I congiurati finiscono tutti condannati a morte, a parte Lucilla che viene esiliata a Capri. Dopo un anno Commodo decide che ne ha abbastanza e fa uccidere lei, la figlia e la sorella dell’attentatore Marco Quadrato. Ma Commodo non ha avuto solo parenti serpenti: un accenno lo merita anche Fadilla, altra sorella di Commodo, che gli sarà vicina per tutta la vita insieme al marito, Marco Peduceo Plauzio Quintillo, e che nel 189 sventerà una congiura volta ad uccidere l’imperatore.

Nel 182 Commodo ha 21 anni, è a capo dell’Impero più potente dell’antichità e ha già sventato un complotto ordito dalla sorella che lo voleva morto. Difficile pensare che non diventi sospettoso. Vede congiure ovunque. Inizia a pagare i delatori, persone che gli riferiscono di potenziali complotti volti ad ammazzarlo, e compila liste di proscrizione, elenchi di persone che possono finire assassinate da un centurione per una frase sbagliata, per un atteggiamento sbagliato e anche per un pensiero sbagliato.

Non governa direttamente l’impero, non ne ha tempo né voglia, forse neanche le capacità, e la gestione degli affari correnti passa a Tigidio Perenne, che nel 185 ordisce una congiura, anche questa sventata, e finisce condannato a morte. Perenne viene sostituito da Cleandro, un liberto che passa dall’essere l’addetto alla camera da letto a prefetto del Pretorio Romano. Anche Cleandro fa una brutta fine: si mette a vendere cariche, gestisce malissimo la res publica e quando nel 190 arriva una carestia fa massacrare parte della popolazione in rivolta. Finisce male anche Cleandro, sacrificato da Commodo per non tirare troppo la corda con i romani, giustiziato insieme ad altri liberti.

Ma di questi dettagli al popolo o nelle province non arriva praticamente nulla. Commodo è il sovrano che istituisce giochi in continuazione, è un eroe dell’arena perché combatte con i gladiatori e vince, perché ammazza schiere di bestie feroci provenienti dall’Africa (dimentichiamoci pensieri animalisti perché all’epoca non esistevano quasi per nulla). Non muove guerre se non per tenere i confini con le tribù germaniche e ha fatto grandi elargizioni. Per qualche anno funziona tutto alla perfezione. L’Imperatore partecipa a 735 combattimenti nell’arena, che vince perché agli avversari fa smussare le armi.

Grazia un’infinità di gladiatori sconfitti, uccide elefanti, giraffe e struzzi, questi in particolare in gran numero perché si diverte a vederli correre anche dopo la decapitazione. Per la gente comune è tutto tranne che un despota.

I suoi denarii con il volto laureato girano ovunque nell’impero, le sue statue in veste da Ercole sono commissionate dai patrizi romani che vivono in tantissime province. Commodo per la gente comune è un eroe greco-romano più che un despota sadico e senza cuore, ma la storiografia ci consegna di lui soltanto la versione più terribile, la versione dell’Imperatore che veniva percepita da quel senato che Commodo stesso voleva cambiare del tutto.

E Cassio Dione segna. Segna quando nel 190 un incendio devasta parte di Roma e Commodo la rifonda con il nome di “colonia Commodiana” perché ne ha finanziato la ricostruzione. Segna quando cambia il nome al Senato: Senato della fortuna commodiana. Registra il nome del nuovo esercito, che ovviamente è commodiano, e anche la flotta, Classis Commodiana. Cambia anche i nomi ai mesi dell’anno che nomina come Amazonius, Invictus, Felix, Pius, Lucius, Aelius, Aurelius, Commodus, Augustus, Herculeus, Romanus ed Exsuperatorius.

Registra che l’imperatore ha creato un harem di 300 ragazzi e 300 ragazze con cui Commodo si impegna in avventure intime che oggi ci farebbero sembrare Pornhub un sito di educande. (Immagine divertente di Pornhub).

Cassio Dione segna tutte le megalomanie di Commodo, tante devono esser state senz’altro reali, e ci consegna il ritratto di un mostro, inviso al senato, impazzito per il troppo potere, che trascorre le giornate fra giochi gladiatori truccati, sesso con ragazzi e ragazze nella sua reggia e che condanna a morte chiunque per ogni capriccio. Altro che Mos Maiorum e modestia tanto apprezzata dalle classi ricche romane. Quanto di quel che ci tramanda quel senatore sia vero non potremo mai saperlo. Mi limito a notare che gli imperatori che erano invisi sia al popolo sia al senato non duravano certamente 12 anni, ma qui mi fermo perché altrimenti anch’io faccio illazioni fuori luogo.

Sia come sia, la vita di Commodo a un certo punto giunge davvero al termine, e finisce in modo violento. Siamo nel 192. Lui divorzia da Bruzia Crispina, esiliata con l’accusa di adulterio. Il prefetto del Pretorio Quinto Emilio Leto ed Ecletto, il Cubicolario di Commodo, cospirano per ucciderlo dopo che si sono opposti a qualche sua stravaganza e sono finiti in una delle liste di proscrizione.

A loro si uniscono Marcia, la concubina cristiana che Commodo aveva accontentato ma che era finita a sua volta nelle liste e, ovviamente, il nostro storico Cassio Dione.

Il 31 Dicembre del 192 c’è un banchetto, non è capodanno per i romani  ma comunque si fa festa che altro che lenticchie e cotechino, e uno dei congiurati riesce ad avvelenargli il vino. Commodo si sente male, raggiunge i bagni e vomita, liberandosi della maggior parte del veleno. E’ rintronato ma sta bene, e in quei minuti tenta di capire che cosa sia successo. I congiurati non sanno che fare, è chiaro l’imperatore sospetterà qualcosa e finiranno tutti male. Così chiedono a Narcisso, un fortissimo gladiatore che fa da maestro d’armi a Commodo, di ucciderlo con un pugnale. Narcisso all’inizio forse dice di no, ma i patrizi mettono sul piatto una grossa ricompensa e il gladiatore si convince. Raggiunge Commodo e lo ammazza, forse lo trafigge con il pugnale o forse lo strangola, non lo sappiamo, ma la storia di quel “mostro” descritto da Cassio Dione non finisce qui.

Il suo corpo viene portato sul Palatino e Pertinace accetta la proposta della porpora imperiale solo dopo averne riconosciute le spoglie. Il cadavere di Commodo viene disonorato buttandolo con un gancio nel Tevere.

Il senato ordina la Damnatio Memoriae del nome Commodo. Via le statue, le monete, le iscrizioni, ogni ricordo di quel pazzo. Ma dopo neanche 6 mesi si torna indietro.

Il primo successore Pertinace è stato ucciso il 28 marzo del 193, il suo successore Didio Giuliano è stato ucciso il 1° Giugno e sale al potere Settimio Severo, che vuole legittimare la sua forza con l’ascendenza dinastica. Nel 195 riabilita Commodo e ne decreta l’apoteosi, la divinizzazione, e il nome ”Commodo” passa dall’essere quello di un nemico pubblico a uno degli Dei dell’antica Roma.

Succedeva anche questo in quell’epoca, in quell’impero che tanto ci affascina e di cui tanto poco sappiamo. Vediamo le tracce più evidenti che i romani ci hanno lasciato: gli anfiteatri, i fori, le basiliche; e speriamo di comprendere quegli uomini di 2000 anni fa che avevano valori, credenze ed emozioni che pochissimo c’entrano con le nostre.

Ad esempio gli Imperatori raccontavano le proprie gesta con monumenti trionfali, ma non hanno lasciato una grande letteratura di elenco delle proprie imprese a parte qualche caso come Giulio Cesare, Ottaviano Augusto e qualcun altro, una cosa che oggi ci sembra strana perché chiunque, anche noi gente comune, raccontiamo tantissimo di noi stessi a partire dai social, figuriamoci i governanti.

Erano persone come noi ma diverse, e di loro non sapremo mai molto, per quanto, in realtà, ci piacerebbe conoscerli. Accontentiamoci di immaginare quel che è stato al di là delle loro parole, al di là di quegli aggettivi trionfali che ci hanno lasciato scritti ma che potrebbero fuorviare la nostra comprensione della loro epoca. Al di là dell’oro, del ferro e della ruggine.


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