Commodo: l’Imperatore che trasformò Roma in un “Regno di Ferro e Ruggine”

Gli ottant’anni di età dell’oro, i Felicia Tempora dell’impero romano, tra il 98 e il 180 d.C, si conclusero con l’ascesa al trono di Commodo.

Il giovane Commodo, figlio di Marco Aurelio “il filosofo”, arrivò a governare Roma dopo cinque “buoni imperatori”, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio. Difficile raccogliere un’eredità di quel genere, andare a confrontarsi con chi, governando non per diritto di nascita ma grazie alle proprie qualità, aveva portato l’impero alla “età dell’equilibrio” (come è stata definita in una mostra di qualche anno fa).

Marco Aurelio, dopo la felice parentesi degli “imperatori adottivi”, decise di lasciare le redini dell’impero all’unico dei suoi figli maschi ancora in vita, Lucio Elio Aurelio Commodo, che a nemmeno 16 anni era già stato nominato console e formalmente associato al trono. C’è da dire che, mentre il padre era in vita, Commodo non aveva mostrato quei lati del carattere che poi lo consegnarono alla storia come un imperatore instabile mentalmente al pari di Nerone e Caligola, oltre che dispotico e crudele quanto Domiziano e Tiberio.

E’ pur vero che la principale fonte di notizie su Commodo è lo storico (e senatore) romano Dione Cassio, uno dei congiurati che alla fine riuscì a far assassinare l’imperatore, dopo dodici anni di regno e, probabilmente, di terrore. Dione Cassio era un grande ammiratore di Marco Aurelio, e immediatamente dopo la sua morte ne scrisse un elogio dove, al solo pensiero dell’impero in mano a Commodo, fece una fosca previsione:

“…la nostra storia ormai discende da un regno d’oro a uno di ferro e ruggine…”

Marco Aurelio morì nel 180 d.C. (non per mano del figlio, come si vede nel famosissimo film “Il Gladiatore”), probabilmente di peste, mentre combatteva le guerre marcomanniche, forse nei pressi dell’odierna Vienna. Commodo, che aveva promesso al padre di portare a termine con onore il conflitto con le tribù germaniche, concluse una pace frettolosa, forse smanioso di tornare a Roma. Certo, sulle rive del Danubio non poteva trovare quei piaceri che amava condividere con quegli amici dissoluti che il padre aveva fatto allontanare dalla capitale. Pare che Commodo, sempre secondo Dione Cassio, fosse un tipo piuttosto influenzabile: “non era per natura malvagio”, ma

“la sua codardia lo rendeva schiavo dei suoi compagni”

In realtà, appena rientrato a Roma, il giovane imperatore si preoccupò di far divinizzare il padre e di far erigere la Colonna di Marco Aurelio, per celebrarne le vittorie nelle guerre marcomanniche.

Nei primi tre anni di regno Commodo si limitò a comportamenti eccessivi e dissoluti, tipici dei ragazzi ricchi e viziati, l’imperatore sanguinario avrebbe fatto capolino in seguito. Troppo pesante da portare quel fardello, il governo di un gigantesco impero era un impegno non sostenibile per un ragazzo di vent’anni. Persino il padre Marco Aurelio aveva accettato a malincuore, anche se con la rassegnazione del filosofo stoico, quell’onore troppo carico di oneri.

Purtroppo, a differenza del padre, che durante i vent’anni di regno aveva governato come “primo tra i senatori”, senza esercitare un potere assoluto, il giovane Commodo, probabilmente attorniato da consiglieri avidi e infidi, preferì tornare a un’età dello squilibrio, in perenne contrasto con i senatori.

D’altronde, come potevano i nobili romani accettare un imperatore che ai campi di battaglia preferiva l’arena del circo, dove combatteva nelle vesti di un Ercole romano, mescolandosi ai gladiatori? (che pur essendo le star dell’epoca appartenevano a uno strato sociale molto basso). E per di più voleva anche essere pagato come un gladiatore, ma gli piaceva vincere senza sforzarsi troppo, visto che i suoi antagonisti gareggiavano con armi opportunamente smussate e scudi manomessi.

Per non parlare di quando, nel 190, dopo che un incendio aveva distrutto una parte della città, i romani si trovarono a vivere non più a Roma ma nella “rifondata” Colonia Commodiana, dove i nomi dei mesi si ispiravano all’imperatore, che aveva osato perfino cambiare il nome del Senato, divenuto “Senato della Fortuna Commodiana”.

Cosa fece trasformare Commodo da giovane dissoluto a imperatore sanguinario?

Dopo appena tre anni di regno, nel 182, la sorella Lucilla ordì una congiura insieme ad altri appartenenti alla famiglia reale, che fallì. Da quel momento in avanti l’imperatore vedeva intrighi e complotti ovunque (non a torto per la verità), tanto da stilare quotidianamente una lista di proscrizione, dove annotava i nomi delle persone sospettate di volerlo tradire. Far parte di quelle liste significava essere già morti, o nell’immediato o dopo un breve periodo di esilio: la sorella Lucilla (quella che nel film Il Gladiatore sembra essere la sua amante incestuosa) sembrò prima aver salva la vita, esiliata a Capri, ma fu poi assassinata, dopo circa un anno di confino, ovviamente su ordine dell’imperatore.

Quelli in cui regnò Commodo furono anni di terrore: tutti potevano essere inseriti nelle liste di proscrizione, dai gladiatori che scoprivano i trucchi dell’imperatore per vincere ai suoi più stretti collaboratori, che vedevano il principe precipitare ogni giorno di più in un baratro di paranoia. Nel 192, dopo aver scoperto di avere i giorni contati, il prefetto del Pretorio e uno dei liberti più vicini a Commodo ordirono l’ennesima congiura, insieme alla concubina favorita, Marcia, e al senatore Dione Cassio. La morte doveva arrivare non in modo eclatante, per avvelenamento, così da evitare troppo clamore.

Commodo bevve il vino corretto con una dose letale di calmante (forse elleboro) la sera del 31 dicembre del 192, durante un banchetto. E’ facile immaginare lo sgomento dei congiurati quando, ai primi segni di malessere, l’imperatore si fece indurre il vomito dai suoi servi. A quel punto occorreva giocare il tutto per tutto: fu coinvolto l’ex istruttore di Commodo, il gladiatore Narcisso, anche lui inserito nelle liste di proscrizione. Forse lo strangolò, o forse lo trafisse con la spada, ma comunque pose fine alla vita e agli eccessi di un imperatore passato alla storia con una pessima fama. Il Senato decretò la damnatio memoriae dell’odiato Commodo:

Che il ricordo dell’assassino e del gladiatore sia cancellato del tutto

Tuttavia tre anni dopo, quando Marcia e Narcisso erano già stati uccisi (tra i congiurati sopravvisse solo Dione Cassio), il nuovo imperatore Settimio Severo volle riabilitare la memoria di Commodo, e lo fece addirittura divinizzare.

Ultimo della stirpe degli Antonini, il giovane Commodo rimane nella storia come l’imperatore che pose fine all’epoca d’oro dell’impero romano, lasciandolo nel caos e, una volta di più nella sua storia, in preda alla guerra civile. Nel corso dei secoli è stato considerato pazzo, squilibrato o sociopatico, ma come fosse in realtà Commodo non lo sapremo mai, né leggendo Dione Cassio, né tantomeno guardando il film colossal “Il Gladiatore”.


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