La Shoah indica la deportazione e uccisione sistematica di un numero enorme di cittadini Europei di religione ebraica. Persone innocenti che furono assassinate dal regime nazista soltanto in funzione della loro appartenenza a una razza “inferiore”. In tutte le nazioni occupate dai tedeschi, grazie alle deportazioni nei campi di concentramento, ci furono oltre sei milioni di morti ebrei, vittime dell’odio e della follia umana. A differenza di Polonia,  Francia o Italia, la Danimarca, uno degli stati occupati per primi dal Terzo Reich, riuscì a salvare quasi tutti i suoi cittadini dalla deportazione nei campi di concentramento.

Le ragioni del caso unico della Danimarca vanno ricercate nella sua particolare condizione di “protettorato modello”, assoggettato alla Germania Nazista dal 9 Aprile 1940. Il paese venne infatti invaso in una sola giornata, insieme alla Norvegia, con i danesi che non opposero alcuna resistenza.

Il governo si arrese immediatamente e così si evitarono inutili stragi di civili, di fronte a un nemico invincibile

Grazie a questo atteggiamento collaborazionista, la Germania concesse alla Danimarca un’autonomia di governo quasi totale. Rimasero intatti monarchia e governo, e la vita dei cittadini danesi non subì particolari cambiamenti, soprattutto pensando a quanto accadeva negli altri paesi europei.

La contropartita per la Germania era importantissima

L’industria di allevamento e casearia della Danimarca sfamava un enorme numero di tedeschi (saranno 3,6 milioni nel 1942), e mantenere buoni rapporti con una nazione in fin dei conti piccola nello scacchiere europeo, era nel primario interesse del Terzo Reich. In Danimarca erano presenti 8.000 cittadini ebrei, che entrarono a far parte di un primo accordo di “non belligeranza”, non toccati quindi dalle leggi razziali e dai rastrellamenti che erano già in atto in Polonia e in Germania.

Il Re Cristiano X di Danimarca, pubblicamente sostenitore della causa Ebraica:

Gli Ebrei in Danimarca vissero un inizio guerra sostanzialmente pacifico. Non dovettero indossare la Stella di David, come negli altri paesi, e non erano raggruppati in ghetti come quello di Varsavia. Il governo danese riuscì a proteggere gli accordi presi al momento dell’invasione sino al 1° Ottobre 1943, quando Adolf Hitler in persona diede disposizione per la totale deportazione degli Ebrei danesi.

Il motivo della svolta nell’atteggiamento tedesco va ricercato nella complicata posizione della Germania che, nel 1943, iniziava ad accusare i primi segni della sconfitta di 2 anni più tardi. La resistenza danese Modstandsbevægelsen, tutt’altro che inattiva, aveva da qualche tempo cominciato a sabotare alcuni obiettivi militari e ad alimentare una crescente protesta tra i lavoratori.

In seguito alla mutata condizione del “protettorato ideale”, alla fine di agosto venne imposta nel paese la legge marziale. Per protesta il governo danese si dimise, sancendo de facto la fine dell’autonomia della Danimarca dalla dittatura nazista.

La fuga

Il diplomatico tedesco Georg Ferdinand Duckwitz, di ritorno da Berlino il 29 settembre, informò immediatamente Hans Hedtoft, presidente del partito socialdemocratico, dell’ordine di deportazione, il quale avvisò a propria volta i leader della comunità ebraica. Fra loro c’era Marcus Melchior, il rabbino capo in Danimarca, che esortò i circa 10.000 cittadini di fede ebraica a trovare un rifugio sicuro e a nascondersi dalle grinfie della Gestapo.

Sotto, Georg Ferdinand Duckwitz:

Il motivo per il quale Duckwitz tradì i nazisti e costituì il primo ingranaggio che consentì il salvataggio degli Ebrei Danesi non sarà mai del tutto chiarito

I gruppi di resistenza danesi, così come un numero imprecisato di cittadini comuni, aiutarono la gran parte della popolazione ebraica, principalmente concentrata intorno a Copenaghen, a nascondersi.

Gli ebrei trovarono rifugio nelle case, nelle chiese e nelle scuole per diversi giorni

La situazione era comunque critica, e i nazisti avrebbero sicuramente scovato un gran numero di persone fra tutti i fuggiaschi. Venne quindi organizzata una fuga in massa verso la Svezia neutrale. Le imbarcazioni erano di fortuna: pescherecci e piccole navi da diporto, che attraversarono nottetempo lo stretto canale oggi collegato dal Ponte di Oresund.

Sotto, la mappa con i porti di partenza e le città di ingresso dei profughi:

Una piccola imbarcazione attraversa il canale di Oresund:

Nonostante i diportisti fossero ben pagati il rischio che correvano era enorme

Il trasferimento degli Ebrei in Svezia non fu privo di complicazioni, e fu solo il 2 Ottobre del 1943 che il Re Gustaf V di Svezia accettò ufficialmente i profughi. Alcuni storici (ma non v’è accordo univoco) identificano l’intercessione grazie alla quale si ebbe la concessione di asilo da parte della Svezia nella persona del fisico danese Niels Bohr, premio Nobel nel 1922, che scrisse al Re e coinvolse persino Greta Garbo per rinforzare l’opera di convincimento.

Sotto, un ufficiale Svedese accompagna un Ebreo Danese nell’alloggio:

Sotto, una nave trasporta alcuni ebrei in Svezia:

Quando iniziarono le deportazioni, la Gestapo trovò soltanto circa 500 persone, tutte trasferite nel ghetto di Theresienstadt, satellite dell’omonimo campo di sterminio nella Repubblica Ceca. Le proteste che si levarono in Danimarca consentirono ai deportati di non esser spediti nei campi di sterminio, quali Auschwitz o Birkenau.

Il 15 Aprile 1945 fu consentito il rimpatrio dei 413 ebrei danesi superstiti nel paese d’origine

In totale, furono poche decine gli ebrei danesi vittime della Germania Nazista, un bilancio che, anche se drammatico, non trova paragone con le centinaia di migliaia di morti delle altre nazioni europee.

Sotto, il memoriale in Piazza Danimarca a Gerusalemme:

Il tedesco Georg Ferdinand Duckwitz, autore della “spiata” che consentì l’occultamento degli ebrei e la loro seguente fuga in Svezia, venne insignito della medaglia di “Giusto fra le Nazioni” dallo stato di Israele. Dopo la guerra divenne ambasciatore della Germania Ovest prima in Danimarca e poi in India.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...