Come il citazionismo dei social sta distruggendo i grandi classici tra il fascino della superficialità e il bisogno di apparire a tutti i costi

Accattivante, l’Aforisma. Stimola facilmente l’appetito a più palati con un piatto di verità servito in formato nouvelle cuisine. E, continuando con la metafora culinaria, nel gran minestrone dei social network, dove il bisogno di apparire e la continua ricerca di consensi rappresentano il sale e il pepe della vita, ovviamente quella sbandierata sullo schermo dei nostri smartphone, chi non ha nulla da dire lo fa dire ad Aristotele, Orazio, Bukowski, Alda Merini e altri ancora. Tali perle letterarie, compattate in formato post e che spesso subiscono le ferite di “orrori” ortografici da parte di chi, magari, non ha mai sfogliato le pagine di un libro, sono spesso del tutto decontestualizzate, con conseguente snaturalizzazione o banalizzazione del loro reale significato.

A tal proposito Charles Bukowski, uno dei più gettonati nel web, le cui citazioni strappalike sono tra le più inflazionate per incorniciare un’istantanea sui social, con una certa lungimiranza sulla sua stessa sorte affermava: “I lettori prendono da uno scrittore, o da un libro, quel che gli serve e trascurano il resto”. O ancora, “Il guaio di ogni aforisma è che può facilmente diventare una mezza verità, una fregnaccia, una bugia o un appassito luogo comune”. E questa sembra essere la sorte che è toccata a lui, come ad altri suoi illustri colleghi…

La tendenza a ridurre il pensiero di grandi autori a semplici frasi ad effetto riflette un desiderio crescente di gratificazione immediata che sta alla base della nostra cultura attuale tendente a favorire la superficialità a scapito della profondità. Nell’era digitale contemporanea, infatti, la rapidità con cui consumiamo informazioni ci spinge verso un approccio “mordi e fuggi”, che offre gratificazioni rapide, ma superficiali.

Da quando i social network hanno fatto la loro comparsa, la gente si affanna ossessivamente a cercare, per le proprie foto da postare, la “giusta” didascalia, come se un’immagine, anche nel caso di un piatto d’insalata, di un deretano in bella mostra o di un palestrato sudaticcio, debba essere per forza associata a un pensiero profondo.

È vero, il citazionismo esisteva già prima dell’avvento di Internet e, se opportunamente usato, serve a conferire autorità a quanto si afferma e denota un certo livello di cultura che stimola la riflessione, invitando ad approfondire e a esplorare il pensiero complesso da cui tali citazioni sono tratte. Oggi, purtroppo, prevale la tendenza, soprattutto in rete, a usarle per darsi un tono, apparire colti (che è cosa ben diversa dall’esserlo), come addendum a immagini o post che, spesso, non hanno nulla a che vedere con le parole in questione. Semplificazione, banalizzazione e travisamento sono le desolanti conseguenze innescate da questo approccio “mordi e fuggi”.

Ed ecco, dunque, che il celebre “carpe diem” oraziano (Odi I, 11), decontestualizzato e ridotto a un semplice slogan, viene svuotato della profondità del pensiero del suo autore, che offriva una riflessione ben più complessa e sfumata. La notissima sentenza di Giovenale (Sat. X, 356) mens sana in corpore sano viene poi usata a corredo di chi si immortala in pose plastiche da statua greca in cui la tartaruga in bella mostra, talora frutto di una mens tutt’altro che sana, rappresenta il gaudente punto G dell’autoriconoscimento.

La locuzione “una tantum”, che significa “una volta soltanto”, viene poi erroneamente intesa come “ogni tanto”. Galileo Galilei non ha mai pronunciato la frase “Eppur si muove” e che dire del già citato Charles Bukowski, la cui versione percepita sui social è quella edulcorata di poeta dell’amore, di certo utile per l’omologazione da didascalia, ma del tutto distorta se si considera che proprio lui ha intitolato una sua raccolta poetica L’amore è un cane che viene dall’inferno (1977) o che ha scritto “amore è una sigaretta col filtro ficcata in bocca e accesa dalla parte sbagliata”. Insomma un autore tutt’altro che da “ Bacio perugina” quale quello che ci appare sui social.

Ad essere demonizzate, pertanto, non sono tanto le citazioni in sé, ma la loro decontestualizzazione e banalizzazione, aspetti che trovano terreno fertile in piattaforme appositamente pensate (come mostrato anche dal documentario “The Social Dilemma”) per la rapidità, lo scrolling, il one minute reading e all’interno delle quali, snaturalizzate dalle narrazioni social, esse diventano un orpello estetico più che un invito alla riflessione, uno strumento strappalike utile ad appagare quella ricerca di gratificazione immediata che spinge verso un consumo rapido e superficiale delle informazioni, a scapito della riflessione approfondita e sfumata. Una ricerca di consensi, dunque, in cui il proprio ego è appagato in misura direttamente proporzionale al numero di cuoricini ricevuti o di follower raggiunti, e in cui il pubblico riconoscimento sembra ormai passare sui social a furia di scatti accompagnati spesso da improbabili citazioni con cui ci si illude di rendere più lirico il primo piano di un lato b o più poetica la tartaruga di un palestrato.


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