Da queste parti lo chiamano semplicemente “il pertüs”, il buco. A prima vista, sembra soltanto una macchia d’ombra sul fianco della montagna di Chiomonte, una piccola breccia scura tra i colori autunnali che tingono i prati e i larici. Poco sopra, sulla destra, si stagliano contro il cielo i quattro torrioni calcarei della cima dei Quattro Denti, chiamata così, si dice, per commemorare la scarsa dentatura di un prevosto locale del 1400, Giovanni di Bigot. Più oltre, il profilo grigio del monte Rocciamelone, acuminato come una zanna. Il fondovalle è cancellato da una coltre di nebbia.

Tutte le fotografie sono state realizzate e sono di proprietà di Anna Di Stefano.

In un paesaggio così maestoso, il traforo che Colombano Romean scavò cinquecento anni fa sembra quasi un dettaglio insignificante, eppure quel “buco” a duemila metri di altitudine è una testimonianza storica di grande valore, una storia da raccontare. La targa di bronzo al suo ingresso la riassume brevemente, non senza un tocco di solennità: “Colombano Romean chiomontese, sul principio del secolo XVI ideò e solo compì in VIII anni questo traforo, pel quale conducendo a Chiomonte e ad Exilles le acque di Touilles, queste balze sterili e deserte in contrada fertile trasformava”.

La storia del “Pertus” è tutta racchiusa in questa scarna lapide:

Un buco nella montagna, fatto da un uomo solo per otto lunghi anni, dal 1526 al 1533

Colombano era nato in Val di Susa, nella frazione Ramats, proprio ai piedi del luogo in cui sorge il traforo, ma trascorse buona parte della sua vita come minatore nelle miniere della vicina Provenza. Tornato nella valle, quando ormai aveva più di cinquant’anni, gli venne offerta la possibilità di compiere un’opera ritenuta all’epoca quasi impossibile:

Perforare la montagna, per portare l’acqua del torrente Touilles dal versante opposto della Val Clarea nei pascoli aridi, esposti a meridione, della Val di Susa

In precedenza, l’impresa era già stata tentata da altri, ma la difficoltà di perforare la dura roccia calcarea aveva fatto sì che venisse ben presto abbandonata. “Lei deve sapere che farmi avanti quando tutti si fanno indietro a me è sempre piaciuto, e mi piace ancora”. Le parole sono tratte da “La chiave a stella” di Primo Levi, ma si adattano bene al personaggio – o almeno a come ci piace immaginarlo.

Di fatto, quello intrapreso e portato a termine da Romean non è il primo traforo alpino mai compiuto. Il primato spetta infatti al cosiddetto “Buco di Viso”, scavato tra il 1479 e il 1480 per mettere in comunicazione la regione francese del Queyras con la confinante Val Po. Le due opere, tuttavia, sono profondamente diverse, sia per la funzione – il buco di Viso serviva a consentire il passaggio di persone e il trasporto di merci, per questo viene anche detto “Galleria del Sale”, mentre quello di Romean è un’opera idraulica – che per la lunghezza: se il primo è lungo “soltanto” 75 metri, quello scavato da Colombano si protrae per quasi mezzo chilometro, 433,20 metri.

I dettagli ci vengono raccontati in quattro atti notarili, rinvenuti presso una famiglia del villaggio sottostante e successivamente pubblicati e tradotti, nel 1879, da Felice Chiapusso. Nel più significativo, intitolato “Conventio facture aqueducti de Tulliis inter habitantes de Celsis et Ramatis cum Columbano Romeani”, si incarica il minatore di scegliere tra due possibilità: riprendere l’opera già iniziata oppure di iniziare un nuovo traforo.

Colombano sceglierà di continuare il primo traforo. Siccome l’opera viene commissionata tanto dagli abitanti della Ramats che da quelli del paese sul versante opposto, Cels, entrambe le parti si impegnano a fornire tanto il vitto per il lavoratore (vino e segale) quanto gli strumenti per compiere l’opera, ovvero martelli, picconi e scalpelli. Oltre a ciò, i committenti erano tenuti a fornire anche una baracca, una botte e l’olio necessario per l’illuminazione della galleria. Nella baracca, costruita all’imbocco della galleria, c’era una botte per il vino e una madia per contenere il pane.

Se Colombano avesse avuto bisogno di un aiutante, le quantità stabilite sarebbero state raddoppiate, ma se avesse deciso di assumerne un terzo, quest’ultimo sarebbe stato a sue spese. In ogni caso, Colombano farà tutto da solo, con il solo aiuto di un mulo, per trasportare le macerie, e di un cane, che – si dice – veniva spedito a valle con una sorta di basto per risparmiare al padrone il tempo di scendere per i rifornimenti.

Nell’atto notarile, redatto dal notaio di Chiomonte Jean Rostollan, si fissa anche il compenso: “cinque fiorini di moneta corrente ciascuno dei quali vale dodici soldi, per ogni tesa (circa due metri) di detto acquedotto”. Ma se l’opera non dovesse venire portata a termine, Colombano dovrà pagare un’ammenda superiore, di otto fiorini per ogni tesa già pagata e di ben venti fiorini per ogni tesa ancora da scavare.

Data l’altitudine – siamo a 2019 metri sul livello del mare – il minatore è costretto a interrompere ogni anno gli scavi durante i rigori dell’inverno, per riprenderli poi la primavera successiva.

È ancora oggetto di dibattito se gli scavi siano iniziati dalla Val Susa o dall’altro versante della montagna. In ogni caso, è difficile immaginare la fatica che ha dovuto affrontare quest’uomo per scavare un cunicolo lungo mezzo chilometro, alto in media due metri e largo ottanta centimetri nel duro calcare. Per comprendere meglio, bisogna camminare in quel cunicolo, in una tenebra profonda, tanto lunga da sembrare quasi infinita, in cui ogni scanalatura nella roccia è il ricordo di un antico colpo di piccone o scalpello: un’impresa davvero titanica, per un uomo solo.

Si stima che avanzasse di circa venti centimetri al giorno, utilizzando come segnali per la direzione dei lumini allineati, dei quali, ancora oggi, si scorgono le nicchie lungo la galleria. Si dice che l’urina del mulo gli servisse per stabilire quale fosse la giusta pendenza del cunicolo per far colare l’acqua. A circa un terzo del cunicolo c’è uno sbalzo di più di mezzo metro, segno probabilmente di un errore di calcolo per far combaciare i due rami della galleria.

In un cunicolo così stretto e profondo, l’aerazione naturale non è sufficiente: Colombano dovette servirsi di un mantice per immettere aria nel buco, probabilmente azionato con la forza idraulica del corso d’acqua.

In otto anni di solitudine e sacrificio, Colombano compì l’opera, con maestria e cura esemplare, tanto da sopravvivere a quasi cinque secoli – fatta eccezione per pochi restauri. “L’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”: le parole sono di nuovo di Primo Levi, ma Colombano doveva certamente conoscerne il significato più profondo.

È proprio a questo punto che la storia sconfina nel mistero: si racconta che, una volta terminato il lavoro, Colombano sia scomparso nel nulla. La leggenda vuole che i valligiani, una volta resisi conto di dover pagare una piccola fortuna al minatore, preferirono assassinarlo. “La canzone di Colombano”, un bel romanzo giallo di Alessandro Perissinotto, sviluppa queste suggestioni dando vita a un intrigo avvincente tra storia e finzione. Secondo altre fonti, invece, Colombano venne infine pagato, e ad ucciderlo sarebbero stati i bagordi e le gran bevute per festeggiare il compimento della sua opera. Non ci è dato sapere con certezza come siano andate davvero le cose, ma ci auguriamo per lui che la seconda versione sia quella veritiera.

Per chi volesse vedere il Pertus e fare esperienza di questo angolo poco noto del Piemonte, il consiglio è di andare nel mese di settembre, quando la portata d’acqua è inferiore ed è più facile addentrarsi nella Galleria. Sono necessari, in ogni caso, stivali di gomma, buone torce e abiti impermeabili e spessi. Il punto di partenza per la camminata è la Ramats, frazione di Chiomonte. Di lì, si arriva al Pertus con una camminata di circa due ore e mezza e quasi mille metri di dislivello – durante i quali potrete comprendere perché il torrente Touilles si chiama anche “Tiraculo”.

Il cunicolo si percorre agevolmente, anche se in alcuni punti – soprattutto all’inizio – è necessario procedere accovacciati. Quando siete dentro, prendetevi il tempo di analizzare le pareti, perché, oltre ai graffi del piccone di Romean, potrete trovare delle altre sorprese: oltre alle nicchie per ospitare le lucerne, ci sono qua e là dei basso-rilievi che riproducono dei volti e delle croci, ma per rilevarli dovrete fare attenzione.

Una volta tornati alla luce del sole, dopo un percorso buio e un po’ claustrofobico che sembra non finire mai, vi aspettano i prati e i cieli da sogno dell’altra vallata, dai quali potrete raggiungere le sagome inconfondibili dei Quattro Denti (che in realtà sono ben di più) e tornare, con un percorso ad anello, all’ingresso della galleria.

Gian Mario Mollar
Gian Mario Mollar

Classe 1982, laureato in filosofia con una tesi sul platonismo magico, Gian Mario Mollar è da sempre un lettore onnivoro e appassionato. Collabora con vari siti e riviste, i suoi interessi principali sono il West americano e il misterioso e l'insolito in generale. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo libro, I misteri del Far West per le Edizioni il Punto d’Incontro. Lavora nell’ambito dei veicoli storici e, quando non legge, va a pesca o arranca su sentieri di montagna.