Nel 1526, durante una spedizione di conquista in Messico, Hernán Cortés scrisse al re Carlo V di aver avuto informazioni affidabili su una città magnifica, più ricca della Tenochtitlán di Montezuma, e sull’esistenza di province estese e molto ricche e dei potenti capi che le governavano. Per la prima volta si sentì parlare della leggendaria Ciudad Blanca, la Città del Dio Scimmia.

Secondo le antiche leggende, la Città Bianca sarebbe il luogo di nascita di Quetzalcoatl, il dio serpente piumato – tra le divinità più importanti per le civiltà del Messico e del Centro-America – e si troverebbe in Honduras, nella regione della Mosquitia, nascosta nella fitta vegetazione della vasta foresta pluviale a nord dell’Amazzonia.

Gli sforzi di Cortés per trovare la città perduta si rivelarono inconcludenti così come quelli di molti altri esploratori e avventurieri che si spinsero nel cuore della foresta con la stessa speranza. Ogni tentativo fallì e la Città Bianca finì per essere considerata semplicemente un mito, niente più di un’affascinante leggenda.

Nel 1927 però il famoso aviatore statunitense Charles Lindbergh affermò che mentre sorvolava l’Honduras orientale aveva visto sotto di sé grandi monumenti in pietra bianca tra la vegetazione.

Subito si pensò alla mitica Ciudad Blanca e le spedizioni ripresero con rinnovato entusiasmo.

La più famosa, della durata di cinque mesi, fu probabilmente quella intrapresa dall’esploratore Theodore Morde, terminata la quale egli raccontò di aver scoperto accanto a un fiume grandiosi resti di edifici su cui erano scolpiti scimmie, ragni e serpenti. Morde si rifiutò di riferire l’esatta posizione del sito e mentre era alla ricerca di fondi per finanziare una seconda spedizione morì in circostanze poco chiare.

Qualcuno vide nel mistero della sua scomparsa una maledizione degli antichi dei che riposano nella Città Bianca, qualcun altro la attribuì a un tentativo finito male di estorcere indicazioni sul luogo in cui sorgeva la città perduta.

La questione sembrava destinata sempre più a rimanere avvolta nel mistero ma nel 2012, durante una ricognizione aerea, venne notata nell’area della Mosquitia una vasta zona a forma di cratere che incuriosì gli studiosi e nel 2015 un team di ricerca della Colorado State University, guidata da Chris Fisher, ha avviato indagini sul territorio utilizzando rilevazioni tramite tecnologia LIDAR (Laser Imaging Detection And Rangig), la stessa usata anche da Google Street View.

In questo modo i ricercatori hanno scoperto un sito archeologico dal quale sono stati recuperati 52 reperti in perfetto stato di conservazione tra cui sculture di età precolombiana e maschere di pietra, che probabilmente, secondo gli studiosi, vennero sotterrate insieme ai defunti come offerte agli dei. Il reperto di maggiore interesse finora recuperato è quello del cosiddetto “Giaguaro mannaro”, una statua di una figura umana che indossa una sorta di copricapo dalle sembianze ferine, la quale si pensa rappresenti uno sciamano in stato di trance a contatto con il regno degli spiriti.

L’esatta posizione del sito è rimasta comunque top secret, sotto la protezione del governo dell’Honduras, per evitare saccheggi. Quello che sappiamo per certo è che si trova in uno dei punti più inaccessibili e incontaminati del Centro America.

Secondo gli esperti, all’epoca delle spedizioni di conquista da parte degli spagnoli, l’antica civiltà che popolava il sito lo aveva già abbandonato da tempo per motivi che restano al momento sconosciuti.

Dall’abbandono dell’insediamento da parte dei suoi abitanti l’uomo non mise mai più piede nella zona, fatto che sarebbe dimostrato soprattutto dalla straordinaria biodiversità che oggi si rileva nell’area.

Nel 2017 un gruppo di biologi del Conservation International’s Rapid Assessment Program ha trascorso diverse settimane nella zona, catalogando le numerose specie specie di flora e fauna presenti, molte delle quali rare e alcune addirittura credute estinte. Nello specifico i biologi hanno trovato 180 specie di piante, 200 di insetti, 200 di uccelli, decine di mammiferi, rettili e anfibi e ben 246 specie di farfalle e falene di cui 15 sconosciute alla scienza fino a quel momento.

Dunque il riserbo sull’ubicazione di questo affascinante e misterioso luogo è necessario sia per preservare il patrimonio storico sia quello naturale.

Attualmente gli scavi archeologici si stanno effettuando sotto sorveglianza militare poiché la zona è interessata dai traffici dei cartelli della droga.

Sotto, un video mostra l’estrazione di alcuni reperti alla Ciudad Blanca:

Gli studiosi ritengono che se quella che è stata trovata è davvero la leggendaria Ciudad Blanca, un rinvenimento che potrebbe essere solo l’inizio di una scoperta di importanza ancora maggiore. Si potrebbe trattare infatti solo del primo insediamento di una rete di molti altri ad oggi sconosciuti che testimonierebbero l’esistenza di una grande civiltà nei territori a est dei Maya di cui finora abbiamo completamente ignorato l’esistenza.

Barbara Giannini
Barbara Giannini

Ho studiato Archeologia medievale a La Sapienza di Roma, dopodiché ho intrapreso la strada dell’editoria lavorando per una casa editrice romana come editor e correttrice di bozze. Sono stata co-fondatrice nel 2013 di un’agenzia letteraria per la quale ho continuato a lavorare come editor e talent scout, rappresentando autori emergenti in Italia e all’estero. Attualmente sono iscritta al secondo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università Roma Tre e nel frattempo mi occupo di politiche ambientali. Sono appassionata di letteratura, arte, storia, musica e culture straniere.