I profumi spruzzati sui commensali, la musica ad ogni intervallo di portata, il cibo-scultura dotato di un’architettura tale da sembrare di mangiare un’opera d’arte, l’invenzione di cibi saporiti, “la cui armonia di forma e colore nutre gli occhi ed eccita la fantasia prima di tentare le labbra”. Tutti escamotage serviti al tavolo del banchetto futurista di Filippo Tommaso Marinetti nel 1930. Il poeta, padre spirituale del futurismo, si scagliò con forza contro la vecchia cucina aprendone a Torino una sperimentale futurista intitolata “La taverna del Santopalato” che volle proporsi come la culla del nuovo risorgimento gastronomico. Quest’ultimo inteso come una vera e propria rivoluzione “cucinaria” che attrezzata di armi succulente come la piacevolezza e la delizia, fece da apripista alla Novelle Cuisine.

Ciò nonostante in campo gastronomico ad anticipare i tempi, non saranno le “perle” futuriste di Marinetti – seppur d’accordo con il voler scardinare il vecchio cliché puritano “i sensi ingannano”, quel grande luogo comune nato nel Medioevo che riteneva il piacere dei sensi peccato proprio per la goduria che suscita – ma greci, romani ed etruschi. Erano fermamente convinti che l’appeal del gusto è un richiamo al quale non si può dire no quando si costruiscono esperienze per la gola. Ma sarebbe lecito dire anche per il sesso. Tant’è vero che per la società ellenica e romana, tavola e letto vanno a braccetto. Il patto d’acciaio tra cibo e sesso è un connubio perfetto anche per la gastrosofia, la letteratura che studia i cibi e la cucina afrodisiaca che non è di certo un’invenzione moderna.

Quando si affronta un argomento con un’importanza storico-culturale di tale portata sono diverse le domande che stimolano la curiosità dei più. Il cibo è davvero afrodisiaco? Quant’è reale il rapporto che esiste tra cibo e sesso? A dare risposta a questi interessati interrogativi è in parte Michele Cogni, scrittore appassionato di cucina e racconti erotici. Nel suo ultimo libro intitolato “Sessanta sfumature di gola”, un carnet di ricette afrodisiache edite dalla famosa collana “I quaderni del Loggione”, Cogni replica sempre in modo procace e mai sottointeso. Lo scrittore, esplicito come i due provocatori peperoncini rossi ritratti sulla copertina del suo libro, piccanti, diabolici ed allegorici al punto giusto, oltre a narrare delle antiche e moderne virtù “seducenti” dei cibi, peperoncino compreso ovviamente, (vasodilatatore soprattutto nell’area genitale grazie alla capsicina, sostanza capace di accendere l’eros), illustra il vincolo sentimentale che esiste tra erotismo e pietanze.

sessanta-sfumature-di-golaSecondo la scienza medica, esiste soltanto un rapporto indiretto fra il cibo e il desiderio sessuale – spiega l’autore – Per esempio io credo che ciò che possa rendere davvero eccitante, afrodisiaca una cena sta nell’osservarsi reciprocamente gli occhi, le labbra, la bocca che si riempie e si svuota progressivamente, e la lingua, che a volte appare lieve a solleticare e ripulire le labbra”.

Quindi a detta di Cogni il vero “alimento” capace di accendere l’eros è la fantasia, che se usata in modo intelligente “attizza” tutti i sensi: vista, udito, odorato, tatto e gusto facendo godere mente e cervello: “Così insieme al piacere della gola, la stessa Afrodite balza protagonista, perché le sensazioni gustative inconsciamente rievocano le molte altre piacevoli sensazioni corporee, fino a unire indissolubilmente cibo e sesso”.

cibo-sesso-greci-romani-1Cogni è fornito di tante altre risposte bellissime, quindi la più legittima della domanda delle domande è: quali sono i cibi afrodisiaci? Perché è solo conoscendo il valore e il significato del cibo in età antica che si possono capire i retaggi culinari della società moderna.

I romani, per esempio, amavano alludere, tant’è che il loro repertorio gastronomico rimanda inequivocabilmente e prepotentemente al sesso maschile. A confermarlo è pure Cogni: “Basti pensare all’asparago, al cetriolo, alla polvere di corno di rinoceronte. Oppure al fico, all’ostrica, o ai molluschi in genere, che sottintendono l’organo genitale femminile”. Lo scrittore spiega come imperatori e nobili romani amassero le ostriche e per questo erano disposti ad inviare in Bretagna flotte di schiavi per fare provvista dell’aristocratica conchiglia, pagata a peso d’oro, perché avrebbe reso felici amanti e sovrani di tutto il mondo, Giacomo Casanova compreso. Il Don Giovanni per antonomasia che, grazie (o a causa) del suo inarrestabile dongiovannismo, prima delle sue performance amorose ne consumava a dozzine. Abitudine che lo scrittore giustifica puntualizzando come qualsiasi cibo nato dalla spuma di mare, proprio come Afrodite, dea dell’amore e della bellezza, predisponga all’amore.

Ostriche a parte, a rubare la scena ora sono gamberi, scampi, granchi e aragoste, di cui gli annosi veglioni romani, medioevali e rinascimentali non potevano di certo fare a meno. “Seppure granchio e gambero identificassero discontinuità per la loro peculiare deambulazione fatta di avanzate e arretramenti” puntualizza Cogni il quale mette in evidenza quanto questi crostacei in antichità simboleggiassero il peccato e il demonio che si pensava camminasse all’indietro.

Se non è carne è pesce, e viceversa: “Sempre abitudine dei romani era mangiare testicoli di vari animali o bere lo sperma di cervo o asino” continua lo scrittore.

cibo-sesso-greci-romani-3Infine, ciliegina sulla torta, che senso avrebbe una cena romantica senza un buon dessert afrodisiaco: “Impossibile non parlare del cioccolato, quello che veniva chiamato dai Maya “cibo degli Dei”, il cui consumo era riservato solo a sovrani, nobili e guerrieri. Il cioccolato è veramente un afrodisiaco. Contiene tre sostanze che lo giustificano: caffeina, teobromina e feniletilamina. La combinazione di queste tre sostanze fornisce energia, accelera il battito cardiaco e rende la persona più eccitata e frivola” prosegue l’autore, il quale sottolinea come addirittura per D’Annunzio fosse consuetudine mangiare cioccolato fondente prima di ogni appuntamento amoroso. Mozart, Goethe e madame de Pompadour non fanno eccezione. Sembra che anche loro non nutrissero né dubbi né perplessità in merito a cotanta afrodisicità.

E se i puritani non fossero d’accordo? A loro il poeta polacco, Stanislaw Jerzy Lec, risponde ironicamente: “I puritani dovrebbero portare due foglie di fico sugli occhi!”.

Sara Cariglia
Sara Cariglia

Scrivo perché mi da gioia. In fondo il mondo è ricco di storie, di momenti, di episodi, di contingenze che aspettano solo di essere scoperte e raccontate. Mi piace raccontare tra le righe, mi piace flirtare con la scrittura, mi piace leggere la gente. Quando la sfoglio con gli occhi prima di abbozzarla a parole è come se avessi l’impressione di dipingere su tela le loro emozioni. Talvolta le parole rimpiccioliscono i fatti e una delle mie principali responsabilità e far si che questo non accada. Ad oggi le mie ali sono la scrittura. Dico ad oggi, perché non è da molto tempo che ho scoperto e sviluppato questa mia attitudine. Una volta svelata, vi posso assicurare, è stato il volo più bello della mia vita, me ne sono “letteralmente” innamorata. Ormai è ufficiale ed ufficioso, l’arte scrittoria unitamente alla mia grande vocazione per studio e cultura sono i miei tre unici amanti.