Un detto Persiano recita: “è male rapir donne, ma è stupido, avvenuto il ratto, correre alla vendetta, ed è da savi non curarsene”. In epoca arcaica questo era, a grandi linee, il pensiero dei popoli che si affacciavano sull’Egeo; ma si sa, i tempi cambiano, e quando a essere rapita fu la donna più bella del mondo, il marito non poté tollerare un simile affronto. Una grande campagna militare fu organizzata. Una moltitudine di navi attraversò il mare e attraccò in una spiaggia dell’Anatolia. Era appena scoppiata la guerra più famosa della storia antica, una guerra che segnerà, a quanto si dice, l’inizio dell’ostilità tra Elleni e Asiatici:

La Guerra di Troia

Diverse varianti della storia si sono succedute nel tempo. Ancor oggi per gli studiosi è difficile dire se questo assedio sia realmente accaduto, e, soprattutto, come si svolse.  Secondo la tradizione Elena, durante il conflitto si trovava a Ilio, ma le Storie di Erodoto ci raccontano un’altra versione. Secondo alcuni sacerdoti interrogati dall’autore, Elena, al tempo della guerra, si trovava a Menfi, in Egitto.

Sotto, Panorama con il rapimento di Elena tra le meraviglie del mondo antico, dipinto del 1535 di Maarten van Heemskerck. Immagine di pubblico dominio via Wikipedia:

Paride, mentre navigava verso la sua patria, ritornando dalla missione diplomatica a Sparta insieme all’Elena rapita, fu colto da venti impetuosi che lo trasportarono fino in Egitto, nella regione del ramo più occidentale del Nilo, quella di Canopo. Sulla spiaggia Paride fu tradito dai suoi servitori, che denunciarono il rapimento e il torto fatto al sovrano dei Lacedemoni ai sacerdoti, che riferirono subito al faraone.

La delibera di Proteo, l’allora sovrano d’Egitto, non si fece attendere: diede ordine al guardiano di quell’area di non lasciarli salpare, e condurli alla sua presenza, insieme al tesoro di Menelao, rubato prima della fuga da Sparta. Giunti a Menfi, il principe troiano fu interrogato dal re. Dopo aver inizialmente cercato, inutilmente, di mentire, fu convinto dai suoi compagni a raccontare la verità, che scosse molto Proteo, rimasto decisamente indignato e amareggiato da ciò che aveva appena ascoltato.

Le sue parole, secondo ciò che ci è stato tramandato, furono: “Se non mi fossi imposto di non uccidere nessuno degli ospiti che i venti hanno spinto alle mie spiagge, vendicherei su di te, o malvagissimo, l’Elleno da cui tu fosti accolto e contro il quale hai compiuto un’orribile empietà. Hai avvicinato la moglie dell’ospite. E non ti è bastato: l’hai indotta a fuggire, l’hai rapita e te ne sei andato con lei. Ma era troppo poco, non ti è bastato; arrivi qui dopo avere saccheggiato le case dell’ospite!”.

Decise, dunque, di tenere con sé Elena e i tesori rubati da Sparta, in attesa che Menelao tornasse a riprenderli, e ordinò a Paride di lasciare il regno: “E impongo a te e ai tuoi compagni di cambiare approdo. Entro tre giorni dovete lasciare il mio paese per un altro. O sarete trattati da nemici!”.

Sotto, il Rapimento di Elena dipinto da Tintoretto nel 1580:

Questa storia, ipotizza Erodoto, doveva esser nota anche a Omero, il quale, nonostante avesse scelto un’altra versione, accennò comunque, in alcuni passi, al viaggio di Paride in Egitto.

Menelao, nel frattempo, sopraggiunse sulla spiaggia di Troia, accompagnato dal fratello Agamennone e dall’esercito Acheo. Lo spartano entrò nella città, pretendendo la restituzione di Elena, dei tesori rubati e la riparazione dei torti subiti. Il consiglio di corte, dopo un breve consulto, si scusò per l’accaduto, ma né Elena né Paride erano mai arrivati a Troia. Si trovavano, infatti, in Egitto. Il consiglio aggiunse che i Troiani non avrebbero mai pagato per ciò che era detenuto da Proteo.

Gli Elleni, credendo di essere stati presi in giro, posero l’assedio. Alla caduta della città, Menelao poté solo constatare l’effettiva assenza di Elena e del tesoro. Una grande città era stata spazzata via, centinaia di vite stroncate, intere famiglie distrutte per qualcosa che, come constatarono i greci, non si trovava nemmeno lì.

Sotto, l’indendio di troia dipinto da Johann Georg Trautmann (1713–1769):

Il sovrano di Sparta tentò, allora, in Egitto. Risalì il grande fiume fino a Menfi. Qui fu accolto con molti doni e gran cortesia dal faraone, che gli restituì sia la moglie Elena sia i tesori. Nonostante fosse deciso a lasciare l’Africa il prima possibile, il maltempo glielo impedì. Stanco e inquieto per l’attesa, rapì e sacrificò due bambini, forse sperando nell’aiuto degli dèi. La voce si sparse e l’indignazione popolare non mancò di farsi sentire. Non importava chi fosse, nessuno straniero aveva il diritto di uccidere un egiziano in questo modo, a prescindere dalla classe sociale. Menelao e i suoi furono inseguiti fino alla costa, dalla quale, per loro fortuna, riuscirono a salpare e a far rotta verso ovest. Da qui in poi gli Egiziani non sanno dire quale fu il destino dei coniugi, dopo tanto tempo riuniti, forse semplicemente tornati in patria.

Questa è, dunque, la versione della storia data dai sacerdoti egiziani, e anche quella, secondo Erodoto, più veritiera. Egli espone, difatti, che né Ettore, Priamo o i Troiani stessi fossero così folli da rischiare una guerra per un misero capriccio di Paride, e che, se anche lo fossero stati, vedendo il numero delle vittime tranciate dalla furia Achea, avrebbero rinunciato senza dubbio alla donna. Tuttavia la restituzione non poté mai essere attuata, in quanto ella non giunse mai nella città protagonista della più mitica fra tutte le guerre.

Fonti: Storie, Erodoto

Categorie: Storia

Alessandro Licheri

Alessandro Licheri

Studente di Storia, natio dell'isola più bella del mondo viaggio da un libro all'altro, traversando cronache e romanzi, dedicandomi particolarmente alla storia delle esplorazioni e spaziando sugli innumerevoli campi che questa lambisce, cercando di ripercorrere attraverso racconti d'ogni epoca quei sentieri avventurosi tracciati dall'audacia degli uomini.