Prima che Kamala Harris riuscisse nel 2020 nell’intento di candidarsi e diventare Vice presidente degli States, ci aveva provato nel 1952 Charlotta Bass, la prima donna afroamericana a tentare la scalata a una delle più alte cariche dello stato in un’epoca in cui ancora vigevano le leggi Jim Crow che, emanate tra fine ‘800 e prima metà del ‘900, servivano a mantenere la segregazione razziale in tutti gli ambiti sociali.

Charlotta Bass fu una delle prime donne a possedere e gestire un giornale di una città grande come Los Angeles. Attivista politica e per i diritti civili rischiò più volte la sua stessa vita diventando un target del Ku Klux Klan, e fu messa sotto sorveglianza dall’FBI per sospetto di comunismo durante il periodo del Maccartismo, che non risparmiava nessuno, figurarsi una donna afroamericana.

L’FBI la controllò fino a due anni prima della sua morte, quando ormai era novantenne. La tenacia da lei dimostrata durante tutta la sua vita e fino a tarda età fanno di questa figura una delle più importanti storicamente e un esempio, non solo per il suo paese, ma anche a livello internazionale e di cui, almeno in Italia, si sa ancora troppo poco o nulla.

Chi era Charlotta Bass

Nata tra il 1874 e il 1880 (sulla data esatta ci sono discordanze) era la sesta degli 11 figli di Hiram e Kate Spears. Crebbe nel South Carolina e come molte famiglie Afroamericane subì la forte discriminazione razziale del tempo che aveva nella segregazione, nei pregiudizi e nelle violenze le proprie armi più affilate.

Purtroppo era ancora il periodo delle succitate leggi Jim Crow che di fatto negavano agli afroamericani diverse libertà e diritti, dalla libera circolazione fino all’esclusione dalle votazioni attraverso l’applicazione di tasse, test di alfabetizzazione ed elezioni primarie di soli bianchi. La loro abrogazione avverrà solo nel 1964 con il Civil Right Act e il Voting Right Act, più di 10 anni dopo della candidatura di Charlotta alla vicepresidenza. Fu in questo contesto che la  donna riuscì ad avere una vita straordinaria e costellata di primati, che hanno fatto della sua strada il cammino di una vera e propria pioniera. Dopo la scuola si trasferì a Rhode Island dal fratello, dove frequentò il Pembroke college e dove iniziò a lavorare per un giornale afroamericano vendendo abbonamenti. Sarà questo l’inizio di una brillante carriera come giornalista.

La carriera al The California Eagle

Dopo gli studi si trasferì a Los Angeles e iniziò a lavorare per il The California Eagle, uno dei giornali afroamericani più importanti della West Coast. Qui, nel 1912, quando John J. Neimore gestore e capo del giornale morì, lasciò a Charlotta la proprietà del giornale. Fu così che si ritrovo ad essere non solo una delle prime donne a possedere un giornale, ma una delle prime donne afroamericane in una città importante come Los Angeles; il tutto in un periodo in cui essere a capo di un giornale era una cosa non da poco per chiunque, uomini o donne indistintamente. Gestì la testata per quasi 40 anni, durante i quali divenne Charlotta Bass sposando Joseph Bass, uno degli editori che lei stessa aveva assunto al The California Eagle

Durante questi anni fece del The California Eagle un caposaldo e un vero e proprio fronte per la battaglia dei diritti civili. Dalle prime pagine del quotidiano denunciò senza sosta la brutalità della polizia, le restrizioni degli alloggi che determinavano precise demarcazioni su dove gli afroamericani potessero o meno vivere; la discriminazione sui luoghi di lavoro per cui lanciò la campagna “Don’t buy where you can’t work” (Non comprare dove non puoi lavorare) volta a denunciare le pratiche scorrette di compagnie come la Southern Telephone Company e la Los Angeles General Hospital Institute. Si batté inoltre contro il segregazionismo nelle scuole e per i diritti delle donne fondando il National Sojourner for Truth and Justice Club che intendeva migliorare le condizioni di lavoro delle donne di colore. Tutto ciò la rese bersaglio di più di una “attenzione”.

Il KKK, L’FBI e il sospetto di comunismo

Nel 1915 proprio dalle pagine del suo giornale denunciò il film hollywoodiano “Nascita di una nazione” per la visione revisionista che dava della guerra civile descrivendo gli afroamericani come selvaggi criminali e glorificando gli appartenenti al Ku Klux Klan come eroici cavalieri difensori della purezza della razza.

E fu proprio il KKK a prenderla come bersaglio delle sue “lotte”; il clan infatti in California era molto forte e aveva un giro di affiliati ampio, che si infiltrava fino ad arrivare agli apparati politico amministrativi più alti.

Negli anni ’20 aveva un’espansione generale negli USA che contava milioni di membri al suo seguito, e chi ne entrava nel mirino correva pericoli non indifferenti. Proprio quegli anni furono spesi da Charlotta in maggioranza nei continui tentativi di sventare i loro attacchi, dei quali uno di questi la vide vittima proprio nella sede del suo giornale durante una sera del 1925.

Mentre lavorava da sola, in ufficio, 8 membri del KKK si presentarono lì da lei; Charlotta, che aveva una pistola nel cassetto della sua scrivania la prese e la puntò verso di loro, e questa sarà la sua testimonianza dell’avvenimento riportata più tardi:

Non avevo mai preso una pistola in mano prima e non sapevo bene quale estremità puntare contro gli intrusi; ma loro evidentemente pensarono che sapessi sparare e tutti e 8 si ritirarono frettolosamente

Oltre al clan dovette fronteggiare anche un’assidua sorveglianza da parte dell’FBI che la controllò fino alla veneranda età di 90 anni passati. Il suo dossier, come gli storici che hanno studiato la sua vita hanno poi riportato, constava di una documentazione di circa 500 pagine spalmate lungo 5 decadi e parlava di tutta la sua intera vita, dalle denunce circa il KKK, al fatto che fosse una delle prime donna afroamericane ad avere un suo giornale; le battaglie per i diritti civili; le agitazioni politiche e soprattutto la sua corsa alla vice presidenza del 1952.

Insomma, tutte battaglie da lei portate avanti, le quali negli anni in cui gestì il giornale la portarono ad essere considerata “sediziosa e sovversiva” oltre che “sostenitrice del comunismo”, accusa per cui durante gli anni del maccartismo (in cui la paura di un’infiltrazione comunista aleggiava come uno spettro nella mente degli statunitensi) significava rischiare di essere condannati ed imprigionati sulla base di prove anche molto deboli.

La candidatura alla vicepresidenza

Questo comunque non la fermò mai, anzi, dopo la morte del marito, nel 1934, Charlotta aveva continuato a gestire il giornale, ma sopratutto si era cominciata a interessare sempre di più alla politica. Entrò a far parte sia del NAACP ( National Association for the Advancement of Colored People) sia del UNIA (Universal Negro Improvement Associations). Già nel 1945 si era candidata per il Los Angeles City Council e nel 1950 aveva corso per un seggio al Congresso; fu però solo dopo aver venduto il giornale nel 1951 e durante la pensione che si buttò a capofitto in politica.

Charlotta Bass e Paul Robeson, Los Angeles, 1949:

Charlotta era stata repubblicana per buona parte della sua vita ma, ormai disillusa da questi ultimi e non trovando riscontro alle sue lotte fra le schiere dei democratici diede il suo sostegno al Partito Progressista.

Entrambe le volte che aveva corso per una carica aveva perso, e fu così che nel 1952 fu nominata come candidata alla vicepresidenza per il Partito Progressista insieme con Vincent Hallinan, avvocato di San Francisco, candidato presidente. Era la prima donna afromericana in assoluto, candidatura che avvenne 10 anni prima che venisse varato il Voting Rights Act che garantirà finalmente il diritto di voto alle persone di tutti gli Stati Uniti.

Vincent Hallinan

Il manifesto del suo partito venne considerato fortemente radicale e includeva promesse come l’assistenza sanitaria universale, la fine della discriminazione razziale, la riduzione degli armamenti e altre cose di questo genere. Al giorno d’oggi ciò per cui Charlotta si batteva sarebbe considerato democratico o socialista, ma a quei tempi era considerato radicale se non addirittura sovversivo.

Ormai anziana Charlotta non vinse le elezioni ma tutti, lei inclusa, sapevano bene già prima di iniziare che non avrebbero avuto chance di vittoria. Lei e Hallinan si assicurarono solo 135.007 voti contro gli oltre 33 milioni del vincitore repubblicano Dwight Eisenhower. Quello che voleva non era tanto vincere, quanto portare alla luce del sole i problemi che affliggevano la società e per cui si era battuta tutta la vita; e ne è testimone anche lo slogan da lei utilizzato in campagna elettorale: “Win or lose, We win by raising the issues” ( letteralmente “Vinciamo o perdiamo, Vinciamo portando alla luce i problemi).

L’importante quindi era far si che quante più persone possibile venissero a conoscenza delle enormi quantità di disparità sociali che vigevano nella società dell’epoca. Non si fermò mai, nemmeno quando nel corso della sua vita venne minacciata dal KKK o quando venne chiamata a comparire davanti la Commissione per le attività antiamericane della California per sospetto di comunismo.

Continuò a lavorare per l’equità sociale fino alla sua morte, avvenuta nel 1969, quando si era ormai ritirata a vivere a Lake Elsinorre, una comunità nel sud est di Los Angeles, dove organizzò nel suo garage una sala di lettura per la comunità e un Voter registration site ( un sito di registrazione per gli elettori), il tutto con gli agenti dell’FBI che ancora la tenevano sotto controllo.

Queste furono alcune delle parole del suo discorso di candidata alla vicepresidenza pronunciante nel 1952: “Per la prima volta nella storia di questa nazione un partito politico ha scelto una donna nera per la seconda carica più alta del paese.

[…]Per 40 anni, sono stata su una torre di guardia, a guardare l’ondata di odio razziale e di bigottismo che si levava contro il mio popolo e contro tutte le persone che credono che la Costituzione sia qualcosa di più di un pezzo di carta ingiallita da chiudere in un vetrina a caso negli archivi, ma un documento vivo, uno strumento di lavoro per la libertà.

[…]Faccio questa promessa alla mia gente, ai morti e ai vivi – a tutti gli americani, bianchi e neri. Non mi ritirerò, né mi indietreggerò, nemmeno di un centimetro, finché Dio mi darà una visione per vedere ciò che accade e la forza di combattere per le cose che so essere giuste. Perché so che il mio regno, la mia gente di tutto il mondo, non è oltre i cieli, la luna e le stelle, ma proprio qui ai nostri piedi – acri di diamanti – libertà – pace e giustizia – per tutti i popoli se solo ci chiniamo e li prendiamo”.