Charles Joughin lavorava come panettiere. Sul Titanic, per il viaggio inaugurale, fu assunto come caposquadra nel panificio della nave. Nella tragica notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, quando il Titanic affondò, da dipendente della White Star Line diede il suo contributo per fronteggiare l’emergenza e trovò diverse (e geniali) tattiche per affrontare, con calma e sangue freddo, quella lunga e crudele notte. Fu l’ultimo, ancora in vita, a finire in acqua appena il Titanic si inabissò per sempre.

Charles era nato a Birkenhead, una cittadina a pochi chilometri da Liverpool, il 3 agosto 1878. Proveniva da una famiglia che faticava a sbarcare il lunario: il padre, John Edwin, lavorava come locandiere sulle navi in terza classe; la madre, Ellen Campbell, era prima una balia e poi, successivamente, aprì un proprio bar.

Data la non facile condizione economica, Charles fu costretto a lavorare come panettiere sulle navi sin dall’età di undici anni, cimentandosi in un mestiere che lo accompagnerà per il resto della sua vita: crescendo, fu da lì, probabilmente, che imparò ad ingegnarsi in caso di naufragio.

Dopo il matrimonio nel 1906 con Louise Woodward, originaria dell’isola di Man, da cui ebbe due figli e dopo anni di lavoro trascorsi sull’Olympic al servizio della White Star Line, gli si presentò l’occasione, speciale, di inaugurare, in qualità di capo reparto, il laboratorio del Titanic. Firmò il contratto il 4 aprile 1912 per un compenso di dodici sterline al mese, cifra piuttosto alta per l’economia dell’epoca. Salpò con la nave da Belfast, passando anche per il porto di Southampton, città in cui Charles risiedeva.

Nella tragica notte del naufragio, Charles non si trovava al lavoro: aveva terminato il suo turno e dalla cuccetta, alle 23 e 40, sentì il tremolio della collisione con l’iceberg. Come la maggior parte dei passeggeri, non capì subito la reale situazione ed era ignaro della gravità dell’accaduto.

La prima ora di affondamento era piuttosto calma e gli ordini dalla capitaneria si susseguivano senza perdere il controllo: coi suoi tredici dipendenti, a mezzanotte e un quarto Charles prese tutto il pane disponibile perché fosse distribuito sul ponte.

Alle dodici e mezza si trovava in prima classe, sul Ponte A, alla scialuppa dieci: testimoniò, in seguito, che la barca fu calata con solo la metà delle persone a bordo. Un po’ perché non sicuri del peso (nonostante fossero, le scialuppe, già collaudate), un po’ perché le donne e i bambini a cui fu data la precedenza faticavano, comprensibilmente, a staccarsi dai propri mariti. Charles dovette convincere, anche con l’uso della forza e in modo burbero, altre signore lì presenti a salire, pur di riempire quella scialuppa.

Di lì in poi, la situazione, ormai fuori controllo, precipitò inesorabilmente. Senza più alcun ordine, Charles si ritrovò solo, come tutti gli altri, d fronte al proprio destino: corse nella sua cuccetta, già allagata, e iniziò a trangugiare, a piccoli sorsi, dosi di whisky. Lo farà, ad intervalli regolari, in altri momenti ancora. La nave, poi, pian piano cominciò a inclinarsi: andò al Ponte B della seconda classe, dove gettò in acqua tutte le sedie che trovava.

Gli ultimi attimi del Titanic. In quel momento Joughin era nella parte più alta della nave:

In mezzo al panico, riuscì ad evitare la folla che cercava, in tutti i modi, di allungare i tempi di permanenza a bordo. Schivò, inoltre, uno dei fumaioli che si staccarono dall’alto e che schiacciarono numerose persone. Charles, usando le ringhiere della fiancata, salì verso il cassero di poppa, all’estremità della nave, riuscendo a restare aggrappato e in piedi anche quando la nave si spezzò. Fu l’ultimo tra tutti a finire in acqua: riuscì, come da lui raccontato, ad immergersi col salvagente senza bagnarsi i capelli. Nuotò, quasi con disinvoltura, a piccole bracciate e mantenne, il più possibile, le distanze dai numerosi natanti condannati al proprio destino.

E qui arriva la parte più incredibile della sua storia: Charles nuotò ininterrottamente, nelle gelide acque dell’Atlantico, per circa due ore. Trovò, poi, una zattera pieghevole semi-rovesciata, sulla quale una ventina di uomini rimasero attaccati: per timore di un altro, fatale affondamento, fu respinto, ma ebbe la fortuna di trovare un collega, il cuoco di bordo Isaac Maynard, che lo riconobbe e lo tenne per mano. Poco dopo, arrivò a circa cinquanta metri una scialuppa che trasse in salvo Charles: questi ammise di aver patito maggiormente il freddo una volta a bordo rispetto all’acqua. Aveva il piede gonfio, logorato dall’ipotermia: quando arrivò la Carpathia a trarre in salvo i superstiti, Charles salì con grande fatica dalla biscaglina, la scala di salvataggio. Lo fece, stremato, con l’aiuto delle ginocchia, riuscendo nell’ennesima impresa di quella notte.

La pieghevole B trovata dal CS Mackay-Bennett:

Charles visse, in seguito, da vero e proprio predestinato: il 14 settembre 1916 sopravvisse, sempre in servizio a bordo, al disastro della SS Congress, nel viaggio da San Francisco a Seattle.

A circa settanta chilometri dalla costa, un incendio si propagò dalla stiva, ma la nave arenò in tutta sicurezza, senza alcuna vittima: l’unico, a finire in acqua, fu proprio Charles, che cadde nel tentativo di salire su una delle scialuppe usate durante l’emergenza.

Divenuto poi cittadino americano, il 10 dicembre 1941 era a bordo della nave cargo SS Oregon quando si scontrò per sbaglio con un’altra nave, la USS New Mexico, al largo dell’isola di Nantucket, nello stato del Massachusetts: le vittime furono diciassette ma lui, ancora una volta, si salvò.

Dopo una vita in mare, Charles Joughin morì di polmonite il 9 dicembre 1956 a Paterson, nel New Jersey. Aveva settantotto anni. Ammise, dopo il disastro del Titanic, che fu soprattutto il whisky a salvarlo dalla morte.

L’attore irlandese Liam Tuohy fu scritturato da James Cameron per interpretare, nel film Titanic del 1997 Charles Joughin. Il fornaio appare in diverse scene, durante l’affondamento, con la boccetta in mano e nel kolossal lo si trova, soprattutto, accanto ai protagonisti Jack e Rose quando la poppa sta per inabissarsi definitivamente. Nel film non parla e l’unica frase da copione, rivolta a Rose, “hell of a night!” – “nottataccia!” fu ritenuta troppo scherzosa dinanzi all’intenso pathos della scena: James Cameroon, quindi, decise di tagliarla.

Sotto, la parte del film Titanic in cui si osserva Charles Joughin che getta in mare delle sedie e che beve il Whisky:

Nicola Pisetta
Nicola Pisetta

Nicola Pisetta, trentino, appassionato di storia, geografia, sport, viaggi, montagna e mare. Mi basta un libro da leggere in cima alla montagna, nel bosco, steso in spiaggia o davanti al caminetto per sentirmi bene!