Certi amori. Due parole che insieme non fanno neanche una frase completa, ma lo stesso contengono talmente tanta suggestione che nessuno può fare a meno di andare avanti con la lettura, quando se le trova davanti. Certi amori danno un senso a una vita che altrimenti sarebbe grigia e piatta. Certi amori ti rovinano la vita. Certi amori si aspettano inutilmente per una vita intera. Certi amori ti piombano addosso proprio quando meno te lo aspetti. Certi amori reggono ogni prova del tempo. Certi amori finiscono spazzati via dalla prima tempesta del destino. Comunque finisci il periodo, non ne ottieni una semplice frase, ma un romanzo intero condensato in una sola frase. Certi amori, dunque.

Certi amori finiscono ricordati su un bel po’ di libri e fanno scorrere fiumi di inchiostro senza sapere nemmeno se si siano davvero consumati o no. Sembra quasi paradossale, ma quello che dovrebbe essere l’unico elemento essenziale a distinguere un amore da un qualunque altro tipo di rapporto finisce spesso per diventare il meno importante tra tutti. Sarà forse una forma di pudore, davanti a certe rivelazioni, per cui ci sentiamo a disagio come se stessimo spiando le vite altrui dal buco della serratura; o forse il fatto che, a quel punto, il resto lo diamo per scontato. Ciò che ci appassiona davvero è il prima, la lunga e impervia strada che porta alla vetta, quella strada in cui nella maggior parte dei casi si cade o ci si ferma prima di arrivare in cima.

Per questo, probabilmente, ci fanno sognare gli amori di qualche signorina talmente perbene che nella sua vita li ha solo sognati (ma con quanta passione li ha sognati!) come la Jane Austen di “Orgoglio e pregiudizio” o la Emily Bronte di “Cime tempestose”, e non la contabilità sessuale di certi personaggi che mettono in fila conquiste fatte in serie e pressoché indistinguibili l’una dall’altra. Non è solo una questione di saper scrivere o no, tutti diamo giustamente per scontato che non possa esserci partita tra Emily Bronte e Melissa P. Anche chi sa scrivere davvero, come Henry Miller, quando ci parla delle sue conquiste, lo leggiamo perché ci piace come scrive, non perché ci racconta di quello. Anzi, a volte, nel leggerlo, ci vengono in mente le stesse feroci battute con cui Gore Vidal stroncava i suoi libri, che non riporteremo in questo pezzo per non far arrossire le signore che lo leggeranno.

Dunque, il fascino degli amori mai compiuti nella realtà, solo immaginati. Giunti a noi solo perché chi vi era coinvolto ne ha lasciato ampia, variegata ed espressiva testimonianza scritta. Degli amori degli analfabeti, per quanto possano essere passionali e avventurosi, non potremo mai sapere nulla. Di quelli degli intellettuali, invece, sappiamo tutto. A volte perfino troppo.

E qui, adesso, racconteremo la storia di uno di questi amori.

Nella Torino di inizio ‘900, città che non è più una capitale da diversi decenni ma sta finalmente modernizzandosi, vanno di moda molti intellettuali, che animano la vivacissima vita culturale. Molti fanno capo al movimento culturale ispirato al realismo dei narratori francesi (in Piemonte, molte persone istruite conoscono meglio il Francese dell’Italiano) e al verismo di Verga, ma con forti connotazioni localistiche; alcuni rappresentano l’ultima stagione di un movimento tutto italiano, pieno di romanticismo e di passioni estreme, la Scapigliatura.

Questi due movimenti risalgono al secolo precedente e si stanno estinguendo, mentre stanno prendendo piede altri modelli: gli autori alla moda e di maggiore successo, vengono chiamati dannunziani perché il loro modello è quello che viene chiamato Il Sommo Vate, e come lui non si fanno mancare nessun genere di eccesso, sono tipi in confronto ai quali le rockstar di adesso fanno una figura da timidi chierichetti; poi, ci sono quelli che si sono schierati apertamente dalla parte opposta di D’Annunzio e dei dannunziani, che non nascondono di considerare dei pagliacci esibizionisti: e questi vengono chiamati crepuscolari, perché sono sempre minimalisti e malinconici.

Tutte queste correnti non sono divise così rigidamente come si può pensare. Gli autori che campano abbastanza per poterselo permettere a volte passano da una all’altra. I nomi non sono figure di primo piano della letteratura nazionale, ma nemmeno mezze calzette. Chi non ha studiato letteratura italiana potrebbe non averli mai sentiti nominare, ma hanno scritto buoni romanzi, buoni racconti, ottime opere teatrali, eccellenti poesie, qualcuno anche dei memorabili libretti d’opera: Giovanni Camerana, Giovanni Faldella, Vittorio Bersezio, Giuseppe Giacosa, Sandro Camasio, Nino Oxilia, Achille Giovanni Cagna, per citare i primi nomi che vengono in mente. Non è frequente vedere ristampate le loro opere in edizioni moderne, ma meriterebbero più attenzione. Sicuramente, nelle antologie scolastiche, è raro incontrarli.

L’unico destinato a ottenere nel tempo un meritato posto di riguardo in tutte le antologie scolastiche di ogni ordine e grado è un ragazzo che a prima vista sembra una figura un po’ scialba, malaticcio e piuttosto mammone, eterno studente in Legge, di famiglia alto-borghese, figlio di un importante ingegnere ferroviario e nipote di un importante medico militare. Si chiama Guido Gozzano e, nato sul finire del 1883, esordisce in poesia con una smilza raccolta dio componimenti, La via del rifugio, nel 1907. È un crepuscolare: o, per meglio dire, è il crepuscolare per antonomasia. Dotato di un’ironia raffinata che non stempera ma accentua il suo pessimismo, non perde occasione per sbeffeggiare D’Annunzio e i dannunziani e, piuttosto che la vita spericolata alla Steve McQueen, canta “le buone cose di pessimo gusto” della vita quotidiana, il “ciarpame reietto, così caro alla mia musa” che ormai si ricopre lentamente di polvere dopo essersi accumulato per decenni nella casa dei suoi genitori.

Gozzano è un grande poeta che, dissacrando i manierati eccessi dei suoi contemporanei, usa la lingua con un virtuosismo da maestro, e tocca temi cari al cuore delle persone comuni, senza alcun compiacimento, lontano anni luce da qualsiasi banalità benché affronti le cose di tutti i giorni. Ed è anche un ragazzo molto romantico, che sogna grandi amori, magari non quelli esotici ed estremi dei dannunziani, ma comunque capaci di fargli battere il cuore a mille. Ma, mentre li sogna, ne ha anche paura, perché si vede fragile e ipersensibile e teme di non reggerne l’impatto. Allora vorrebbe sposare una signorina Felicita di campagna, che è “quasi brutta, priva di lusinga” però se non altro ha “gli occhi di un azzurro di stoviglia”, non ha letto Nietzsche (l’ossessione dei dannunziani, nelle edizioni pesantemente manomesse che circolavano all’inizio) perché troppo occupata a stirare camicie, ha fatto la seconda elementare ma, sicuramente, lo farebbe molto più felice di “un’intellettuale gemebonda”.

Gozzano con gli amici Garrone e De Paoli nel 1912:

Alt. E da dove salta fuori questa “intellettuale gemebonda”, questa caricatura così feroce di una donna che ha studiato e scrive?

Si tratta di una cosa sorprendente, tanto più che Gozzano tutto è tranne che un maschilista e un retrogrado, come attestano le dichiarazioni al riguardo nella sua corrispondenza.

Il poemetto “La signorina Felicita ovvero la felicità” appartiene alla sua seconda raccolta di poesie, “I colloqui”, che esce nel 1911. Tra l’uscita della prima e questa c’è stato di mezzo uno di quegli amori di cui si diceva all’inizio, quei certi amori, un po’ strani e difficilmente classificabili. Da una parte lui, dall’altra una ragazza intellettuale e piuttosto spregiudicata, nata nel 1881 e appassionata seguace di quella letteratura protofemminista che in Italia comincia a muovere i primi passi dopo la pubblicazione di “Una donna” di Sibilla Aleramo, nel 1906.

Si chiama Amalia Guglielminetti e, dopo una prima raccolta di liriche passata inosservata nel 1903, nello stesso 1907 ne ha pubblicata una seconda, dal titolo che è tutto un programma, Le vergini folli. La critica si è divisa, ma si è parlato molto di lei. Per combinazione, lei ha letto il libro di Gozzano e lo ha apprezzato, lui ha letto il suo libro e lo ha apprezzato. Insomma, sembra che la storia parta con le migliori premesse.

Tanto più che Guido è il tipo che, come scriverà in un dolente e bellissimo poemetto autobiografico sempre appartenente a “I colloqui”, intitolato Totò Merumeni (riferimento a una commedia classica scritta inizialmente dal greco Menandro e poi rielaborata per il pubblico romano da Terenzio, intitolata Heautontimorumenos, ossia Il punitore di se stesso), “sognò per anni l’Amore che non venne, sognò pel suo martirio attrici e principesse”: e Amalia è una che, al cospetto delle principali attrici del suo tempo, come la sua amica Francesca Bertini, non sfigura per niente. Anzi, piace più per il suo sex appeal che per la qualità, peraltro non disprezzabile, dei suoi scritti.

Oggi, il trucco e le acconciature che quelle ragazze esibivano (un look ispirato in qualche modo dall’arte classica appresa tramite le scoperte archeologiche, che troverà la sua massima espressione nella maschera dell’attrice hollywoodiana Theda Bara, e non lascia indifferente Guido, che troverà il modo di citare la moda di trarre ispirazione dai look classici con la figura della “marchesa dal profilo greco, altocinta” ritratta nel quadro del salone in cui incontra la signorina Felicita) fanno, oggettivamente, un po’ ridere. Ma, al tempo, erano davvero l’ultimo grido della moda, il modo più spiccio di farsi notare da qualsiasi giovanotto, perfino dal più distratto.

Gozzano con alcuni amici al circolo della Marinetta a San Francesco d’Albaro:

Ma la situazione è molto più complessa di quello che può sembrare. Nello stesso 1907, a Guido è stata diagnosticata una lesione tubercolare a un polmone. Già prima non è che scoppiasse di salute, adesso però la situazione comincia a farsi seria. Oltretutto, come scrive sempre in Totò Merumeni, lui “non può sentire” perché “un lento male indomo inaridì le fonti prime del sentimento” e “l’analisi e il sofisma fecero a quest’uomo ciò che le fiamme fanno a un edificio al vento”; perciò, alla fine, si è ridotto a trastullarsi con un amore ancillare per “la cuoca diciottenne”, che pure non sembra affatto male (“la giovinetta scalza, fresca come una prugna al gelo mattutino” che va a trovarlo di notte, mentre la casa dorme), anche se nessun dannunziano perderebbe il tempo in un amorazzo tanto miserello.

In realtà, non sappiamo nemmeno se la cuoca diciottenne sia esistita davvero, o se Guido frequentasse da cliente i postriboli alla moda per i borghesi del tempo. A parte ciò che traspare dalle sue poesie, non sappiamo quasi niente della sua vita intima.

Mentre, della sua storia con Amalia, ci restano un bel po’ di lettere scritte da entrambi. Lettere in cui parlano un po’ di tutto (lui, è significativo, soprattutto dei suoi problemi di salute) ma anche di come vorrebbero vivere il loro rapporto che, nel giro di qualche mese, si fa sempre più profondo. Ne parla soprattutto Amalia, perché lui, fin dall’inizio, non sembra brillare per entusiasmo. Ma lei chissà che cosa ci ha trovato, in quel ragazzo così diverso da tutti gli altri intellettuali suoi coetanei, uno più eccessivo dell’altro; e continua a insistere, a un certo punto attacca addirittura a braccarlo, a pretendere continui appuntamenti e incontri; e lui sembra accettare, sia pure di malavoglia; salvo poi darle buca e appenderla nelle occasioni più importanti, episodi che lei gli rimprovererà in termini melodrammatici, senza per questo smuoverlo più di tanto.

Sotto, lettura di una lettera di Amalia Guglielmetti a Guido Gozzano:

Non si sa se il carteggio ci sia pervenuto completo, probabilmente no, né se i due scrivessero davvero tutto. Resta la possibilità che qualcosa di più sia successo senza lasciare traccia. Critici e biografi lasciano aperte tutte le possibilità.

Molti, oggi, pensano che la diagnosi della malattia avesse precipitato Guido in uno stato di pessimismo tale da essere costantemente dominato dall’idea della morte e che, oppresso da questa, desiderasse soprattutto fuggire, sia fisicamente da Torino, sia metaforicamente dalla sua vita abituale. In questo senso, la prospettiva della vita a due con Amalia gli fa orrore; soprattutto dopo che lei, a un certo punto, smessi i panni della donna emancipata (in una delle lettere a Guido, dopo aver partecipato a un congresso femminista a Roma, esprime grande fastidio per quella che giudica la mediocrità e l’insulsaggine delle oratrici che ha ascoltato), apre addirittura alla possibilità di fargli quasi da infermiera se sarà necessario per continuare a vivere insieme. Passare dalle gonnelle di mammà a quelle di un surrogato di figura materna è esattamente il contrario di quello che vorrebbe. Perciò sfugge la relazione con Amalia e rinvia all’infinito il momento in cui “si sistemerà”.

Amalia gli è comunque molto affezionata e lo stima enormemente come artista, per cui i due resteranno amici anche dopo che lei avrà compreso che non ci sono speranze:

Si scriveranno, sia pure più sporadicamente, fino alla scomparsa di Guido

Guido riesce finalmente a fuggire, nel 1912: fa un lungo viaggio in Asia e si reca a vistare l’India. Da questo viaggio ricaverà una serie di brevi e interessantissimi saggi, che usciranno postumi nel volume “Verso la cuna del mondo” (1917), ma non otterrà nessun beneficio per la salute. Nemmeno i tanti soggiorni nella villa di famiglia di Agliè, nel Canavese, porteranno a un minimo giovamento, e il poeta morirà a soli 32 anni nell’estate del 1916.

Amalia gli sopravviverà per 25 anni. Avrà il tempo di vivere altre relazioni molto più burrascose, la più significativa delle quali con un romanziere molto più giovane, Dino Segre, più noto con lo pseudonimo di Pitigrilli (1881-1975), durata dal 1918 al 1926 e finita con una imbarazzante causa giudiziaria, dopo che lei lo denunciò per diffamazione (cosa ancora più grave se si pensa che lei si era fatta in quattro per aiutarlo a imporsi nel panorama letterario).

Pitigrilli, ironia della sorte, è un dannunziano sfegatato, che strega il pubblico avido di facili emozioni con romanzi pieni di sesso e droga (manca il rock and roll per ovvie ragioni anagrafiche), che si possono leggere ancora con gusto grazie al loro caustico umorismo. Amalia avrà anche, sembra, relazioni con altre donne. Infine, muore nel 1941, in seguito alle conseguenze di un incidente occorsole mentre cercava di raggiungere un rifugio sotterraneo durante un allarme antiaereo. L’ultima sua civetteria sarà scoperta confrontando il suo testamento con l’atto di nascita e verificando che era abituata a dichiarare sette anni in meno della sua effettiva età.

Benché Amalia sia stata molto letta da viva, molto più di Guido, oggi è ricordata unicamente per la sua relazione con lui e per le lettere che si sono scambiati, delle quali esistono diverse edizioni anche recenti.

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Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.