“Certe Medaglie si attaccano all’Anima, non alla Giacca”

Nel 2016 Günther Eder ricevette un invito dal Comune di Mombaroccio, per onorare la memoria di suo padre Erich, morto nel 1998. Per 70 anni aveva saputo solo che suo padre era stato lì durante la guerra, nel 1944, e ogni anno a Natale si chiudeva in studio e chiamava il Convento Francescano del Beato Sante per parlare con Padre Raffaelli.

Erich Eder

Lo stesso invito lo avevano ricevuto in Israele Matilde, Vittoria e Miriam Sarano, che ne sapevano molto di più grazie al diario del loro padre Alfredo. Loro tre, Erich Eder lo avevano anche conosciuto da piccole, ma non avevano più saputo nulla di lui.

Dopo 72 anni le due famiglie si incontravano.

Alfredo Sarano era un ebreo sefardita nato in Turchia nel 1906. La sua famiglia venne esiliata nel 1911 durante la guerra italiana contro l’Impero Ottomano in Libia. Vissero prima a Napoli e poi a Rodi, fino a che, nel 1926, Alfredo si trasferì a Milano per studiare all’Università Bocconi, dove si laureò nel 1931. Poi si impiegò presso la Comunità Ebraica, dove registrava tutti i dati dei membri della Comunità residenti a Milano.

Si sposò nel 1938, proprio l’anno della promulgazione delle leggi razziali.

Gli ebrei dovevano essere tutti censiti e le informazioni passate all’anagrafe del Comune, così Alfredo, intuendo il pericolo, cominciò a boicottare la trasmissione dei dati, usando i mezzi che aveva a disposizione: lentezza, imprecisioni, omissioni dei nomi degli ebrei che si erano stabiliti a Milano dopo il 1938, mentre i registri aggiornati della Comunità, su circa 14.000 ebrei, vennero tenuti nascosti.

Gli elenchi forniti ai tedeschi nel 1943 erano quindi in gran parte errati e incompleti.

Nell’estate del 1943 Sarano mandò la famiglia a Pesaro mentre lui restò a Milano, ma quando il 12 settembre arrivarono i tedeschi si rese conto che era ora di chiudere l’ufficio e andarsene. Non c’era tempo per bruciare tutti i registri e dovette quindi limitarsi a nasconderli in cantina, dove non vennero mai trovati.

Lasciò Milano insieme al fratello Arturo per raggiungere la famiglia, ma anche Pesaro era stata occupata dai tedeschi e la permanenza era pericolosa. La famiglia quindi si trasferì in campagna, nel paese di Mombaroccio, e prese in affitto dal contadino Gino Ciaffoni una casa vicina al convento del Beato Sante. Ciaffoni prestò scoprì che erano ebrei ma non disse nulla, così come fecero Padre Sante Raffaelli e un altro contadino, Dante Perazzini.

Il paese di Mombaroccio

Immagine di Toni Pecoraro via Wikipedia – pubblico dominio

Padre Raffaelli aiutò tutti gli sfollati, ebrei, disertori, partigiani, nascondendoli in convento o sistemandoli in case della zona. Mombaroccio sembrava un posto tranquillo e sicuro ma nel 1944 arrivarono i tedeschi in ritirata, che si fermarono lungo la Linea Gotica.
150 paracadutisti, guidati dall’allievo ufficiale Erich Eder, si acquartierarono in paese. Eder con alcuni sottufficiali si stabilì proprio nella casa dei Sarano, che non poterono ovviamente rifiutare.

Facciata del Convento del Beato Sante

Immagine di Barba85 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Erich Eder, nato in Baviera nel 1924, non aveva ancora 21 anni.

Nei dintorni ci furono rastrellamenti di ebrei e partigiani e i Sarano erano terrorizzati, mentre a casa loro i tedeschi giocavano e scherzavano con le bambine. I genitori vivevano con il terrore che alle piccole potesse scappare qualche parola di troppo che avrebbe potuto condannarli.

Gli angloamericani erano vicinissimi e nella notte fra il 25 e il 26 di agosto iniziarono a cannoneggiare proprio Mombaroccio. L’attacco durò per tutto il giorno 26.

La gente corse a rifugiarsi nelle cantine del convento, scavate nella pietra, e insieme a loro anche molti soldati tedeschi. Furono ore di terrore per i Sarano: non solo per le bombe ma anche per la stretta vicinanza con i tedeschi che avrebbero potuto capire o sospettare, sempre con la paura che le bambine dicessero qualcosa.

La famiglia Sarano

I tedeschi dovevano lasciare in fretta il paese e ritirarsi più a nord, perché stavano arrivando i canadesi. Eder confidò a Padre Raffaelli che sapevano già da tempo che i Sarano erano ebrei, come forse anche altri fra gli sfollati, ma non li avrebbero denunciati, anzi, prima di lasciare Mombaroccio chiese al Padre una benedizione, da fervente cattolico qual era, perché non sapeva se sarebbe uscito vivo dalla guerra.

Il 27 agosto arrivarono i canadesi: i Sarano erano salvi. Alla fine della guerra tornarono a Milano e nel 1969 decisero di trasferirsi in Israele.

Alfredo Sarano aveva tenuto un diario, che consegnò alle figlie anni dopo, e restò sempre in contatto con Padre Raffaelli, che era andato anche a trovarlo in Israele in forma privata.

Padre Raffaelli morì nel 1980 e Sarano nel 1990.

Eder sopravvisse alla guerra e tornò più volte in Italia per incontrare Padre Raffaelli, ma non raccontò mai nulla a nessuno di quei giorni a Mombaroccio. Morì nel 1998.

Anche le figlie di Sarano tornarono a Mombaroccio per incontrare le famiglie Ciaffoni e Perazzini. Il giornalista Roberto Mazzoli aveva letto un libretto scritto da Padre Raffaelli, dove il francescano raccontava di Erich Eder, un giovane della Wehrmacht che aveva salvato i Sarano.

Mazzoli rintracciò le figlie di Alfredo e quando le incontrò nel 2011, queste gli consegnarono il diario del padre pregandolo di cercare di ritrovare Erich Eder, al quale dovevano la vita. Mazzoli ci riuscì e raccontò tutta la storia nel libro ”Siamo qui, siamo vivi”.

Nel 2016 il Comune di Mombaroccio organizzò l’incontro fra il figlio di Eder e le figlie di Sarano, poi l’incontro si ripetè nel 2018, anniversario della promulgazione delle leggi razziali, quando a Günther Eder venne consegnata la Civica Benemerenza in onore del padre. Nel 2021 Erich Eder è stato inserito nel Giardino dei Giusti di Monte Stella.

Eder avrebbe certamente condiviso la frase di Gino Bartali che durante la guerra, fingendo di allenarsi, trasportava documenti falsi nel telaio della bicicletta e salvò centinaia di persone, ma non volle mai parlarne:

Certe medaglie si attaccano all’anima, non alla giacca


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