L’Iliade e l’Odissea sono i poemi omerici che da millenni, con le loro storie di eroi e dei, nutrono la fantasia di scrittori (come Virgilio e la sua Eneide), pittori e scultori, e in epoca più recente, anche di registi e sceneggiatori. L’episodio che tutti ricordano, anche gli studenti più svogliati, è indubbiamente quello del Cavallo di Troia (narrato nell’Odissea e poi ampliato da Virgilio nell’Eneide), la svolta finale nella lunghissima guerra di Troia, assediata da ben dieci anni dall’esercito degli Achei.

Modello del Cavallo di Troia, utilizzato nel film Troy

Fonte immagine: Wikipedia

L’assedio dei Greci alla splendida città di Ilio è il fulcro di tante storie, mentre il finale è quello ben conosciuto: un gigantesco cavallo di legno ed un gruppo di ingenui troiani che lo introducono in città e che si fanno ingannare facilmente.

Forse troppo facilmente

Troia era indubbiamente un luogo reale, una città che sorgeva nell’odierna Turchia, più volta distrutta e ricostruita. Sul Cavallo di Troia esistono invece seri dubbi: per alcuni sarebbe solo un mito, per altri una macchina da guerra, ovvero un ariete con la testa di cavallo. Nell’ultimo anno però, un ricercatore italiano, Francesco Tiboni, ha avanzato un’altra ipotesi, che renderebbe peraltro giustizia all’intelligenza dei Troiani: il Cavallo di Troia era in realtà una nave, un tipo di imbarcazione fenicia chiamata proprio Hippos, termine che in greco significa cavallo.

Probabilmente, chi già anticamente tradusse i poemi omerici, non riuscì a cogliere la distinzione tra un ipotetico “cavallo” di legno e una nave che veniva chiamata “cavallo”, dal nome del suo primo costruttore (un fenicio chiamato Hippus).

Ma i Troiani, che da ben dieci anni tenevano a bada i più valorosi eroi di tutta la Grecia, come si fecero ingannare?

Per uscire da quella situazione di stallo, che durava da troppo tempo, l’eroe più astuto di tutti, Ulisse, ideò un inganno: i greci dovevano fingere di partire sulle loro navi, lasciando un gigantesco cavallo di legno proprio fuori dalla mura della città, come offerta alla dea Atena, che irata per un sacrilegio compiuto proprio da Ulisse, non proteggeva più i greci. In realtà, nella pancia del cavallo si nascondevano i migliori guerrieri, tra cui lo stesso Ulisse. Occorreva però un personaggio subdolo, Sinone, che convincesse i Troiani ad aprire una breccia nelle mura della città, per far entrare il Cavallo. Se, al contrario, lo avessero distrutto, l’ira della dea si sarebbe abbattuta sulla città. Gli abitanti di Ilio si fecero convincere, tutti tranne Laocoonte – indovino e gran sacerdote di Poseidone – che per questo fece una brutta fine, insieme ai suoi due figli: fu stritolato da due enormi serpenti marini, inviati da Atena.

Laocoonte e i due figli – Scultura greca del I secolo

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Non c’erano più dubbi, il cavallo doveva essere portato all’interno della città, dalle mura fino ad allora inespugnabili. Durante la notte i soldati greci uscirono dalla pancia del cavallo, raggiunti dai compagni che avevano finto di partire, e misero a ferro e fuoco la bella “Ilio dalle solide mura”.

La processione del Cavallo di Troia, in un dipinto del Tiepolo

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Il resto è storia. Perché la guerra di Troia e la sua distruzione sono episodi storici, avvenuti attorno al 1250/1200 a.C.

Mura di Troia al Settimo Livello, quella omerica

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Secondo Tiboni, che è archeologo navale, il linguaggio estremamente tecnico usato da Omero quando parla di navi mostra la sua approfondita conoscenza dell’argomento, probabilmente non compresa perfettamente da coloro che tramandarono e poi tradussero le sue opere. Omero, se con il termine “hippos” intendeva descrivere la caratteristica nave fenicia con una polena a forma di testa di cavallo, venne male interpretato: la nave “divenne un cavallo vero e proprio”.

Alla luce di questa nuova ipotesi, l’inganno perpetrato da Ulisse diviene più credibile: le imbarcazioni di quel tipo servivano principalmente al trasporto di merce preziosa, come i tributi o le offerte agli dei. Questo sì che era un buon motivo per convincere i Troiani a portare la nave dentro la città, confermando al tempo stesso la sua funzione di dono lasciato dai Greci in onore di Atena. D’altronde, costruire una nave di quel tipo, era sicuramente un lavoro molto più semplice per gli esperti maestri d’ascia del tempo, piuttosto che cimentarsi nella realizzazione di un’opera così complicata come poteva essere un gigantesco cavallo, in grado di contenere 40 guerrieri al suo interno.

Ricostruzione della città di Troia

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La sostanza dell’episodio non cambia: cavallo o nave che fosse, solo un inganno riuscì a vincere la resistenza di Troia, andato a buon fine solo grazie all’aiuto della dea Atena. Poi Enea, eroe sopravvissuto alla distruzione della sua città, intraprese un lungo viaggio, per approdare infine in Italia, ma questa è un’altra storia…

Sotto, il video tratto dal film “Troy”, del 2004:

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.