Aprile 1488: quando si mostrò sui merli della Rocca di Ravaldino, Caterina Sforza (1463-1509) non aveva nulla della nobildonna milanese che aveva incantato tutta l’aristocrazia romana con la sua bellezza e amabilità. Certo, la situazione era drammatica: suo marito, il Conte Girolamo Riario, era stato assassinato soltanto qualche giorno prima, e Caterina era costretta nel castello dai congiurati che volevano impossessarsi delle Signorie di Imola e Forlì.

La Dama dei Gelsomini – Presunto ritratto di Caterina Sforza

Grazie alla scusa di voler convincere alla resa il suo fedelissimo Tommaso Feo, Comandante della Rocca di Ravaldino, Caterina ottenne il permesso per entrare nella cittadella fortificata, ovviamente da sola. Che timore potevano avere i fratelli Orsi (e gli altri congiurati), visto che avevano in mano i sei figli ancora piccoli della Contessa, oltre alla madre e alla sorella?

La Rocca di Ravaldino – Forlì

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Evidentemente non conoscevano bene Caterina, una giovane donna di 25 anni che aveva già dimostrato di essere la degna discendente di una stirpe di condottieri, malgrado il suo essere donna in un’epoca nella quale la guerra era un affare per soli uomini.

Caterina non aveva nessuna intenzione di riconsegnarsi ai suoi nemici, anzi. Appena entrata nella Rocca, cominciò a organizzare la resistenza verso gli usurpatori, che dopo qualche ora iniziarono a richiamarla, minacciando di impiccare sotto i suoi occhi tutti i suoi figli, dal maggiore, di nove anni, fino all’ultimo nato, di soli otto mesi. Fu a quel punto che Caterina comparve sulle mura della Rocca, come una furia vendicatrice, scarmigliata e sporca, e pronunciò le parole che nessuno dei suoi nemici avrebbe mai immaginato di poter sentire:

Fatelo se volete, impiccateli pure davanti a me

poi, alzando le gonne e indicando il pube con le mani, concluse

qui ho quanto basta per farne altri

O almeno, questo racconta la leggenda.

La Rocca di Ravaldino ai tempi di Caterina Sforza

Caterina Sforza contava sul fatto che nessuno avrebbe osato macchiarsi di un crimine così orrendo, e infatti ebbe ragione. Riconquistò la città e vendicò la morte del marito, con una crudeltà che oggi sembrerebbe efferata, ma che era di normale amministrazione per l’epoca.

Aveva dimostrato il suo coraggio e la sua intraprendenza già qualche anno prima, quando, appena ventenne, aveva occupato la fortezza di Castel Sant’Angelo a Roma, facendo le veci del marito, governatore della rocca. Da lì arrivò a minacciare il Vaticano e i Cardinali che dovevano eleggere il nuovo papa. Anche il marito Girolamo Riario, nipote  del defunto pontefice, aveva ormai accettato le proposte del Sacro Collegio, che gli garantiva il mantenimento delle signorie di Imola e Forlì. Caterina oppose resistenza, ma dopo 12 giorni dovette cedere, e se tornò in Romagna con il marito.

Alla morte del Conte accadde un fatto che probabilmente nemmeno Caterina (reggente di Imola e Forlì in nome del figlio Ottaviano) avrebbe mai immaginato possibile: si innamorò follemente, e non di un uomo del suo lignaggio, ma di un garzone di stalla, Giacomo Feo (fratello di Tommaso Feo), di qualche anno più giovane di lei. Era un amore impossibile che, se reso pubblico, avrebbe condotto alla rovina la Contessa. Eppure, Caterina sposò in segreto Giacomo e lo ricoprì di incarichi importanti, tanto che qualcuno iniziò a supporre che avrebbe estromesso dalla Signoria il legittimo erede Ottaviano. L’arroganza e la prepotenza, che col tempo divennero i tratti preponderanti, di Giacomo non gli tolsero, a quanto pare, l’amore della “madonna di Forlì”.

Era il 1495: che Caterina fosse succube di un uomo, oltretutto di una classe sociale così inferiore, sembrava una cosa talmente inverosimile che in molti, tra i congiurati che parteciparono all’omicidio, pensarono di farle un favore uccidendo Giacomo, addirittura ipotizzando che l’ordine fosse partito da lei stessa.

Mal gliene incolse, perché la vendetta della Contessa, questa volta, superò ogni più terribile immaginazione

Giovanni de’ Medici, detto il Popolano

L’anno seguente Caterina sposò Giovanni de’ Medici, ma già nel 1498 si trovò vedova per la terza volta. Anche se di nuovo sola, la Contessa riuscì a resistere all’attacco dell’esercito di Venezia: Caterina difese così strenuamente le sue terre, che si guadagno l’appellativo di Tygre di Forlì.

Cesare Borgia, il duca Valentino

Dovette invece arrendersi ai francesi di Luigi XII: le strapparono le sue Signorie per conto di papa Alessandro VI, che le voleva per il figlio Cesare, il duca Valentino. Cedette Caterina, solo quando la Rocca di Ravaldino fu completamente distrutta da un fuoco incessante, sia notturno sia diurno, che impediva la riorganizzazione delle difese.

Mappa dell’Italia nel 1494

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Caterina Sforza fu l’unica, in tutta l’Italia frazionata in litigiose signorie, ad opporsi ai francesi, conquistando l’ammirazione di un uomo non certo facile agli entusiasmi, Niccolò Machiavelli (1469-1527).

Caterina Sforza ritratta da Giorgio Vasari

Caterina venne imprigionata dai Borgia a Roma, proprio a Castel Sant’Angelo, e qui sopportò ogni genere di abusi, ma sopravvisse. Liberata dopo sei mesi dall’intervento dei francesi, ma senza più nessun territorio da governare, Caterina si ritirò a Firenze, nel convento delle Murate. La cosa più preziosa che gli aveva lasciato il suo terzo marito era Ludovico di Giovanni de’ Medici, l’ultimo e il più amato dei figli, l’unico che ereditò il carattere indomito e battagliero della madre:

Passò alla storia come Giovanni dalle Bande Nere, l’ultimo capitano di ventura

Caterina Sforza morì a Firenze il 28 maggio 1509. Aveva 46 anni, un’età considerevole all’epoca, ma la sua fama leggendaria sarebbe sopravvissuta in eterno.

Per conoscere meglio Caterina Sforza suggerisco “I giorni dell’amore e della guerra” – di Carla Maria Russo“:

La vita di Caterina Sforza ha ispirato diverse opere cinematografiche, di cui sotto vediamo un estratto dalla serie Borgia:

Fonti: Wikipedia Italia, I giorni dell’Amore e della Guerra.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.