Catalina Lercaro: la leggenda del fantasma del Museo di Tenerife

Nel dicembre 1993, San Cristóbal de La Laguna, antica capitale delle Isole Canarie, ha visto l’inaugurazione del Museo di storia e antropologia di Tenerife. Lo scopo del museo è di divulgare la storia dell’Isola di Tenerife, ed è composto da due sedi, la più famosa delle quali è Casa Lercaro.

San Cristóbal de La Laguna nel 1880

Immagine di pubblico dominio

Il Museo di Tenerife, tuttavia, non è noto solo per i suoi scopi di ricerca, conservazione ed esposizione, ma anche perché la sede di Casa Lercaro è considerata una delle più famose case infestate della Spagna.

La storia più triste e lo spettro più conosciuto del Museo appartengono alla vicenda di Catalina Lercaro.

Prima di diventare la sede del Museo di storia e antropologia di Tenerife, Casa Lercaro fu per molti anni un palazzo privato, appartenente alla famiglia dei Lercaro, di origine genovese, stirpe di navigatori e ricchi mercanti che a partire dal XIII secolo ricoprirono cariche di spicco non solo nella Repubblica di Genova, ma anche in ambito politico ed economico in Italia e all’estero.

Casa Lercaro

Immagine di Koppchen via Wikipedia – licenza CC BY 3.0

Nel XVI secolo, all’epoca della conquista delle Isole Canarie da parte del Regno di Castiglia, un ramo della famiglia Lercaro si trasferì sull’Isola di Tenerife, dove continuò la sua attività commerciale e dove costruì il palazzo che prese appunto il nome di Casa Lercaro.

Il palazzo venne portato a termine nel 1593 per ordine del generale Francisco Lercaro de León, ed è composto da undici sale con soffitto a cassettoni e pannelli in legno. Una scala di pietra interna conduce a un grande patio, dove ancora oggi si trova un profondo pozzo: proprio in questo luogo si consumò la tragedia di Catalina Lercaro.

Il matrimonio

Catalina Lercaro era stata battezzata con il nome della madre, Catalina Justiniani, ed era l’unica figlia nata dal suo matrimonio con il mercante Antonio Lercaro. La famiglia viveva nel palazzo di famiglia da poco ultimato, insieme ai domestici che vi lavoravano.

Catalina era molto giovane, ma rientrava in quella che per l’epoca era considerata l’età da marito; per questo i genitori cominciarono a mettersi alla ricerca di un futuro consorte per la ragazza. Come era d’uso a quel tempo, i sentimenti dei due sposi erano tenuti in relativa considerazione al momento di contrarre un matrimonio, e i Lercaro erano alla ricerca di un partito che avrebbe potuto accrescere il nome e le sostanze della famiglia.

La scelta ricadde sul Capitano dell’Isola di Tenerife, un uomo ricco e facoltoso, e il suo fidanzamento con Catalina venne ufficializzato in poche settimane.

La famiglia Lercaro e i domestici iniziarono ad affaccendarsi per i preparativi delle nozze, la cui notizia si diffuse rapidamente in tutta San Cristóbal de La Laguna e a Tenerife. Il matrimonio si prometteva come un’unione che avrebbe portato notevoli vantaggi a entrambe le parti, e la cerimonia sarebbe stata delle più sfarzose: tutti in Casa Lercaro, dalla madre della sposa ai domestici, erano indaffarati con la preparazione del corredo e dell’abito da sposa, della festa di nozze, e doni, gioielli e fiori giungevano a ogni ora del giorno e della sera al palazzo.

L’ingresso di Casa Lercaro

Immagine di Melanie Huguet via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

L’atmosfera era allegra e festosa, ma ben presto un’ombra di tristezza e nervosismo calò su Casa Lercaro, rendendo i preparativi più sbrigativi e meno gioiosi: quell’ombra era stata gettata da Catalina stessa.

In quanto futura sposa, Catalina era al centro delle attenzioni di tutti e avrebbe dovuto vivere con spensieratezza quel momento, invece non era felice. La pratica dei matrimoni combinati all’epoca era la norma, specialmente nelle famiglie altolocate, e poiché l’affetto fra marito e moglie non era indispensabile, nessuno aveva pensato di chiedere il parere di Catalina sullo sposo che era stato scelto per lei. Ma se la maggior parte delle ragazze si sottometteva alla volontà dei genitori, Catalina non riusciva a rassegnarsi all’idea di quel matrimonio.

Il capitano di Tenerife, suo futuro marito, era sì ricco, ma molto più vecchio di lei. Catalina provava un’assoluta indifferenza nei suoi confronti, che venne però macchiata di disprezzo quando scoprì che l’uomo era anche un commerciante di schiavi. Disgustata da quel fidanzato vecchio e senza cuore, Catalina provò a ribellarsi al matrimonio dapprima esprimendo il suo disappunto ai genitori poi, di fronte alla loro irremovibilità, piangendo, supplicando e arrivando anche a minacciare di farsi del male, se non avessero sciolto il fidanzamento.

Antonio Lercaro e sua moglie non diedero ascolto alla ragazza, etichettando quegli sfoghi dapprima come paura per l’importante passo che stava per compiere, e poi come meri capricci a cui non avevano intenzione di cedere. Infine, quando capì che i genitori non avrebbero mandato a monte un matrimonio così conveniente, a Catalina non restò altro da fare se non chiudersi nella sua stanza e piangere in solitudine.

I preparativi proseguirono, e Catalina si sentiva sempre più disperata, con i giorni che si avvicinavano alla data della cerimonia. Alla viglia delle nozze, la madre di Catalina e le domestiche la convinsero a uscire dalla sua camera per provare un’ultima volta il suo abito da sposa.

Di fronte al riflesso nello specchio che la mostrava in abito bianco, Catalina ebbe l’ennesima crisi di pianto: senza togliersi il vestito si liberò dalla madre e dalle domestiche e corse a chiudersi nuovamente in camera sua, rifiutandosi di uscire o di aprire la porta.

I genitori provarono a calmarla e a farla ragionare, ma alla fine decisero di lasciarla nella sua stanza: Antonio e sua moglie erano ancora convinti che quello della figlia fosse solo un capriccio, e il giorno dopo erano intenzionati a condurla in chiesa perché si sposasse.

Il pozzo

Catalina si era gettata sul suo letto e si era abbandonata a un pianto isterico e disperato, fino a che, completamente esausta, non si era addormentata. Al suo risveglio, con ancora addosso l’abito da sposa, si rese conto che era notte fonda, e che tutti in Casa Lercaro stavano dormendo.

Fu in quel momento che le venne l’idea di scappare. Guidata solo dall’istinto e in preda all’isteria, Catalina uscì dalla sua stanza senza cambiarsi e senza prendere nulla con sé, correndo lungo il corridoio e raggiungendo la porta d’ingresso, dove solitamente si trovavano anche le chiavi. Tuttavia Catalina scoprì che, quella notte, le chiavi erano sparite: forse i genitori, intuendo che la figlia avrebbe potuto tentare la fuga, avevano provveduto a nasconderle.

A quel punto la ragazza, sempre più in preda alla disperazione e all’isteria, si rese conto che le restava un’unica e ultima via di fuga.

Nell’oscurità e nel silenzio del palazzo addormentato, Catalina scese le scale di pietra che conducevano al patio. La ragazza si affacciò oltre il bordo del pozzo, chiuse gli occhi e si gettò dentro.

Il rumore attutito dell’acqua non svegliò nessuno in Casa Lercaro, e i genitori di Catalina e i domestici continuarono a dormire fino alle prime luci dell’alba. Fu solo al mattino che la cuoca, recatasi nel patio per prendere un po’ d’acqua dal pozzo, una volta gettato il secchio oltre il parapetto di pietra si rese conto che un ostacolo bloccava il passaggio e le impediva di recuperare il contenitore.

La donna si sporse per guardare all’interno del pozzo, e inorridì quando vide ciò che galleggiava sulla superficie dell’acqua: il corpo senza vita di Catalina Lercaro, con gli occhi rivolti verso il cielo.

Lo spettro

La notizia della morte di Catalina si diffuse rapidamente a Tenerife, e ben presto tutta l’isola venne a sapere che si era trattato con ogni probabilità di un suicidio. I genitori della ragazza cercarono di convincere il vescovo a seppellire la figlia nel cimitero cattolico con un appropriato rito funebre; il vescovo, tuttavia, rifiutò di concedere a Catalina delle esequie, poiché il suicidio era considerato un peccato mortale dalla dottrina cattolica.

Nell’impossibilità di seppellire la figlia in un cimitero, Antonio Lercaro e sua moglie furono costretti a comporre la salma di Catalina in casa, e a consegnarla all’eterno riposo tumulando la bara in una tomba anonima e sconsacrata, in un angolo del cortile di Casa Lercaro.

Non trascorsero molti giorni dalla morte di Catalina, che i genitori della ragazza e i domestici del palazzo iniziarono a essere svegliati nel cuore della notte da rumori mai uditi prima: i passi di qualcuno che correva lungo il corridoio, pianti e singhiozzi in diverse stanze della casa, il rumore dei flutti dell’acqua, come se qualcosa fosse caduto all’interno del pozzo. Poco dopo la famiglia, spaventata, decise di lasciare Casa Lercaro e di trasferirsi in un’altra zona dell’isola, nella Valle di Orotava.

Casa Lercaro a Orotava

Immagine di Diego Delso via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Fenomeni strani e inspiegabili iniziarono a verificarsi nel Museo dopo la sua apertura nel 1993. Numerosi ospiti hanno riportato episodi inspiegabili, come porte che si aprono e si chiudono in assenza di correnti d’aria o interventi umani, rumori di oggetti che cadono e di passi in corsa lungo le scale e nelle stanze. Tre guardiani notturni, ex dipendenti del Museo, hanno testimoniato che durante i giri di ronda spesso la temperatura si abbassava sensibilmente, tanto da procurar loro brividi di freddo e da creare nuvolette di vapore quando respiravano; essi hanno anche dichiarato di aver visto una figura vestita con un abito da sposa aggirarsi nell’ex cucina di Casa Lercaro.

L’apparizione più inquietante sembra essere avvenuta una notte, quando uno dei guardiani, durante il suo turno di lavoro, ha visto una sagoma umana in piedi nel buio, con lo sguardo rivolto al crocifisso.

La leggenda narra che questi fenomeni siano da attribuire allo spettro di Catalina Lercaro, rimasto intrappolato nella casa dove la ragazza era nata e cresciuta, e dalla quale cerca ancora, invano, di fuggire.


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