Carlo II di Navarra “Il Malvagio” morì Bruciato Vivo in garze intrise di Brandy

Il soprannome che gli venne affibbiato, “Carlo il Malvagio”, già dice molto della personalità di Carlo II di Navarra (1332-1387).

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

La definizione di ‘buono’ o ‘cattivo’, specialmente se riferita a un uomo di potere, è indubbiamente poco significativa, perché chiunque abbia in mano le sorti di un intero popolo è obbligato a farsi dei nemici.

Nel caso di Carlo il Malvagio tuttavia, il soprannome può essere giustificato, e non solo per le sue scelte politiche

Per inquadrare meglio Carlo II di Navarra, occorre tornare a qualche anno prima della sua nascita: la madre, Giovanna di Francia, era l’unica figlia superstite di Luigi X, re di Francia e Navarra. Grazie alla legge salica, e anche alla ferma contrarietà dei nobili, Giovanna non ereditò la corona del padre, che fu ‘usurpata’ dallo zio paterno, Filippo V, cui succedette poi il fratello Carlo IV, che non fu riconosciuto dai nobili navarresi. Quando anche lui morì, nel 1328, Giovanna fu proclamata la legittima monarca della Navarra, su cui regnò insieme al marito Filippo d’Evreux.

Giovanna II di Navarra

Carlo II era appena diciassettenne quando la regina abdicò in suo favore ed egli subentrò finalmente al trono. L’ingiustizia subita dalla madre, morta poco dopo l’abdicazione, rimase per lui un torto da vendicare a ogni costo, malgrado il suo matrimonio con Giovanna di Valois, figlia del re di Francia Giovanni II, che volle quella unione proprio per evitare conflitti con il regno di Navarra. Il genero invece, fece e disfece diverse alleanze con gli inglesi, e fu infine imprigionato, nel 1356.

Giovanni II ordina l’arresto di Carlo il Malvagio

Quando, nello stesso anno, Giovanni II fu catturato dai nemici britannici, Carlo ne approfittò per acquisire peso politico in Francia. Nel 1358, represse nel sangue una rivolta contadina, durante la quale morirono oltre 20.000 persone. Successivamente partecipò ad almeno due complotti contro Carlo V (figlio di Giovanni II).

Carlo II assiste all’esecuzione di uno dei capi della rivolta contadina

Non raggiunse comunque mai il suo vero obiettivo, il trono di Francia, ma non subì nemmeno le conseguenze dei suoi atti efferati: semplicemente, dopo essere stato costretto a rinunciare a tutte le sue mire politiche, si accontentò di tornare a regnare solo sulla Navarra.

Per molti però, a punirlo della sua malvagità arrivò la giustizia divina

Carlo morì cinquantaquattrenne il 1° gennaio 1387 a Pamplona, e la storia della sua morte orribile passò di bocca in bocca per tutta Europa, soprattutto perché a molti sembrò la giusta punizione per i suoi misfatti.

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In quei giorni il re non stava bene, così i suoi medici consigliarono, per ridargli tono, di avvolgerlo con panni impregnati di alcol (brandy o acquavite). Quando il suo servitore finì di bendarlo, anziché tagliare l’ultimo lembo di stoffa con le forbici usò la fiamma di una candela.

Il Re divenne immediatamente una torcia umana, finendo i suoi giorni bruciato vivo, fra atroci e indicibili sofferenze

Sotto, una miniatura allegorica mostra la morte del Re, dove l’uomo che soffia da sotto le coperte può essere interpretato come il fato o la provvidenza divina:

Che sia stata una punizione divina è difficile da credere, ma sicuramente il Re Carlo trapassò soffrendo le pene dell’inferno…

Eppure, una storiografia più recente, attribuisce a Carlo V di Francia la nascita della leggenda nera di Carlo di Navarra, creata non solo allo scopo di diffamarlo, ma anche per evitare una possibile rivendicazione al trono francese da parte del figlio di Carlo il Malvagio, Carlo III di Navarra, tenuto praticamente in ostaggio a Parigi fino al 1381.

La terribile reputazione del Malvagio, costruita già nei discorsi dell’epoca e nelle cronache successive, si basa su due capisaldi: la sua perfidia e la smodata ambizione, corredate dall’imbarazzante abitudine di usare il veleno per eliminare i suoi nemici.

Il pessimo ritratto di Carlo II di Navarra nasce quindi per una questione politica, per interessi del sovrano francese in quel difficile periodo di contrasto con i parenti/rivali britannici: Edoardo III d’Inghilterra (figlio di Isabella di Francia e nipote di Filippo il Bello) avrebbe potuto avanzare pretese alla corona di Francia.

La cattiva reputazione di Carlo il Malvagio resiste nel tempo, amplificata successivamente anche in opere letterarie. Nel XVI secolo un cronista che aveva motivi di risentimento personali con i re di Navarra, riprende e calca la mano sulla leggenda nera del Malvagio, propagata poi da storiografi del XVII e XVIII secolo, che trovano la sua figura adattissima a fare da monito a nobili troppo ambiziosi loro contemporanei, in cerca d’indipendenza.

Nel 1876 il medievista Siméon Luce scrive:

“Si cercherebbe invano nella storia un personaggio più ripugnante di Carlo II, re di Navarra. Se il crimine è atroce, la perfidia è allo stesso tempo atroce e spregevole; tuttavia, Carlo il Cattivo era la perfidia fatta persona”, e prosegue “C’erano il serpente e la tigre in questo omino dall’aspetto felino, gli occhi luminosi, lo sguardo luccicante, un’inesauribile loquacità, che prima usava mano di velluto con le stesse persone che poi voleva uccidere”.

In realtà Carlo II intraprende azioni giustificabili, in Francia e in Navarra, se si considera la sua ascendenza: rivendica territori (Champagne, Brie e altri) sottratti alla madre, mentre vuole la Borgogna perché è nipote di Margherita di Borgogna. Si dovrà accontentare della Navarra, un regno che conta appena 100.000 abitanti, ma con una strategica posizione tra Francia e Spagna. Carlo cerca anche, un po’ maldestramente, di espandersi in Spagna, senza risultati.

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Alla fine, è proprio in Navarra che Carlo II da il meglio di sé, modernizzando l’apparato dello stato senza però contrastare la nobiltà.

Quell’appellativo “malvagio” glielo affibbia Diego Ramírez Dávalos de la Piscina, cronista del XVI secolo che ce l’ha con lui perché, a suo dire, avrebbe rovinato i suoi antenati. Quel nomignolo viene poi trasmesso attraverso i secoli.

Ma le origini della leggenda nera sono ben rintracciabili nel contesto storico del 1378, quando Carlo V di Francia si prende i possedimenti in Normandia di Carlo II e diffonde voci vere o presunte su tutti i suoi intrighi, proprio nel momento in cui potrebbe svilupparsi una nuova alleanza con l’Inghilterra. Screditarlo agli occhi del mondo significa in qualche modo isolarlo e allo stesso tempo impedire al figlio qualsiasi pretesa al trono di Francia.

Bisogna dire che l’opera di denigrazione va ben oltre le necessità del sovrano francese, visto che la reputazione del Malvagio resta pessima, nonostante gli sporadici tentativi di qualche storiografo moderno: Carlo II rimane nella storia come un traditore, un usurpatore e un avvelenatore, come se questi connotati non fossero comuni a molti personaggi dell’epoca, Carlo V compreso.

Anche le modalità del suo decesso vanno ad alimentare la leggenda nera: quasi certamente Carlo rimane ustionato nel suo letto per un incidente, ovvero per la caduta di carbone o ceneri incandescenti dal braciere di bronzo usato per scaldare lenzuola e coperte. Pare che sia morto dopo 15 giorni di un’atroce agonia, ma per dare maggior credito alla storia della punizione divina, l’incidente prende un’altra forma, assai più agghiacciante e perciò adatta alla malvagità del soggetto.

Alla fin fine, tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui sono passati alla storia con aggettivi benevoli, Giovanni II “il Buono”, Carlo V “il Saggio”, Carlo VI “l’Amato” e il suo stesso figlio, Carlo III “il Nobile”, attribuiti non certo per le loro specifiche qualità ma solo se messi a confronto con “il Malvagio” Carlo. Un “personaggio enigmatico” certo, esperto nel doppio gioco, sicuramente colpevole di molto, ma non proprio di tutto quello che poi gli ha valso quel marchio d’infamia.

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.