Parigi, 14 gennaio 1858: l’imperatore Napoleone III e la moglie Eugenia si dirigono, in carrozza, verso il teatro Opera Le Peletier, dove va in scena l’opera lirica Guglielmo Tell, di Giocchino Rossini che, per una strana ironia della sorte (si vedrà poi il perché), racconta della ribellione degli svizzeri alla dominazione austriaca.

Napoleone III


La serata è fredda, ma ciò non impedisce a una gran folla di assistere al passaggio della carrozza reale. Tra loro, almeno quattro persone non sono sudditi entusiasti dell’imperatore, ma rivoluzionari italiani che lo odiano, perché lo ritengono responsabile (non a torto) del fallimento del breve esperimento della Repubblica Romana, e più in generale del tradimento dei valori della Carboneria, alla quale aveva aderito negli anni giovanili trascorsi a Roma.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Sono Felice Orsini, Giovanni Andrea Pieri, Carlo Di Rudio e Antonio Gomez: una compagnia di rivoluzionari abbastanza velleitari. Orsini, ideatore dell’attentato ed ex mazziniano (la strategia di Mazzini è, secondo lui, perdente), s’inventa delle bombe artigianali, che comunque saranno testate in aperta campagna, e coinvolge gli altri tre, che come lui vivono a Londra, costretti a scappare dall’Italia per la partecipazione ai moti risorgimentali.

Il piano di Orsini è semplice:

Ognuno di loro deve lanciare una bomba contro la carrozza di Napoleone III

Pieri, che viene fermato per un controllo, non partecipa materialmente all’attentato. Il primo a entrare in azione è Gomez, che mira troppo avanti e riesce ad ammazzare uno dei cavalli che tirano la carrozza; poi è la volta di Di Rudio, che invece centra il gruppetto di guardie a cavallo; Orsini invece getta l’ordigno proprio sotto il veicolo, senza immaginare che sia blindato. La coppia reale esce illesa, ma sulla strada rimangono 12 morti e 156 feriti (oltre a un numero imprecisato di cavalli).

La bomba di Orsini che esplode sotto la carrozza

I tre attentatori, nella confusione che si è creata, riescono a scappare e vanno a nascondersi (per modo di dire) nelle loro camere d’albergo, tranne Gomez, che invece si rifugia in un ristorante proprio nei pressi del teatro, dove viene notato per la sua estrema inquietudine, tanto che, interrogato dai gendarmi, confessa la sua responsabilità e fa i nomi dei complici. Nel giro di poche ore sarà arrestato Orsini, che se la dorme tranquillo, e anche Di Rudio, che all’arrivo della polizia sta scrivendo una lettera alla moglie, dopo aver perso per un soffio il treno che doveva portarlo lontano da Parigi.

L’attentato fa ovviamente scalpore in tutta Europa, l’opinione pubblica sostiene l’imperatore, e i congiurati sono condannati a morte, tutti meno Gomez, al quale infliggono la pena dell’ergastolo in virtù della sua confessione.

Felice Orsini di fronte ai giudici nel febbraio 1858. Alle spalle seduti, da sinistra, i complici: Di Rudio, Gomez e Pieri


L’esecuzione è fissata per il 13 marzo, Orsini e Pieri vengono giustiziati, mentre in extremis, quando sta per arrivare il turno di Di Rudio, arriva la sospensione della condanna a morte.

Se quel 13 marzo 1858 fosse stato ghigliottinato, a 26 anni, Di Rudio non avrebbe potuto rammaricarsi di non aver vissuto intensamente la sua vita, che quando si concluderà, nel 1910, sembra più la trama di un romanzo d’avventura degno del miglior Alexandre Dumas (in effetti la vita di Di Rudio ricorda un po’ quella di Edmond Dantes, il Conte di Montecristo), che un racconto reale.

Carlo Di Rudio

Carlo Camillo di Rudio nasce a Belluno in una famiglia della piccola nobiltà, con buone disponibilità economiche. Il conte Ercole, suo padre, si fa contagiare dal fervore indipendentista di quegli anni, ma lo zio materno, colonnello dell’esercito austriaco (il Veneto era allora parte dell’impero degli Asburgo), riesce a iscrivere lui, che ha solo 15 anni, insieme al fratello maggiore Achille, al Collegio Militare di San Luca, a Milano.

Carlo e Achille sono dunque a Milano quando, nel 1848, gran parte dell’Italia si infiamma con i moti rivoluzionari. Vivono in prima persona le Cinque Giornate di Milano, dalla parte austriaca delle barricate: il collegio viene preso di mira dagli insorti, i cadetti sono allo sbando, fino a che si ricongiungono con le truppe del feldmaresciallo Radetzky, dirette a Verona.

Barricata eretta per bloccare una strada e i rivoltosi in armi a suo presidio

I fratelli assistono a due episodi che indirizzano le loro vite su una strada ben diversa da quella tracciata dallo zio colonnello: prima sono testimoni dell’uccisione a sangue freddo, per mano di un soldato croato, di una donna incinta e del figlio di pochi anni che teneva per mano. Poi, lungo la strada verso il Veneto, vedono con orrore un soldato che prima stupra una donna e poi la uccide. Se nel primo caso i due fratelli non intervengono, nella seconda occasione decidono di non farla passare liscia allo stupratore, che durante la notte viene trovato ucciso.

Vignetta antiaustriaca: soldato croato, raffigurato come l’incrocio fra un maiale e un ratto


Achille e Carlo avrebbero dovuto trasferirsi, come gli altri cadetti del collegio militare milanese, nella città di Graz. Ma quello a cui hanno assistito durante le Cinque Giornate cambia completamente la loro visione del mondo: adesso ciò che conta è l’indipendenza della Patria.

Dopo una breve sosta a casa, i due fratelli corrono a Venezia, che è insorta contro gli austriaci. Achille si ammala e muore proprio nella città lagunare, e Carlo, che deve sfuggire alla cattura, parte per Roma, per sostenere la neonata Repubblica. Nella futura capitale conosce patrioti del calibro di Mazzini, Garibaldi, Saffi, Bixio, Mameli, che dopo il breve intermezzo romano finiranno tutti in esilio. Anche Di Rudio scappa in Francia, dove fa in tempo a combattere contro Napoleone III, poi accorre in Cadore, dove i mazziniani hanno organizzato una rivolta, che fallisce. Gli austriaci però arrestano il padre e la sorella maggiore di Carlo, Luigia, che vengono incarcerati a Mantova.

Ha solo 22 anni Di Rudio, e molte avventure da raccontare, quando nel 1854 decide di spostarsi a Genova, dove conta di imbarcarsi per l’America. La nave su cui viaggia però naufraga sulle coste spagnole, e lui deve cercare un nuovo asilo, che trova nel Regno Unito – dove fuggono, perché ben accolti, molti patrioti italiani – dopo aver girovagato tra Francia, Svizzera e Piemonte.

A Londra scocca una scintilla che nulla ha a che fare con il fervore patriottico: si innamora della giovanissima Elisa Booth, che ha solo 15 anni. I due si sposano in tempi brevissimi: il 9 dicembre 1855 convolano a nozze ed Elisa mette presto al mondo il primogenito Ercole, al quale seguiranno altri quattro figli. Per un po’ Di Rudio sembra perdere il suo spirito avventuroso, deve dedicarsi alla famiglia e trovare un modo per mantenerla: dà qualche lezione d’italiano e fa il giardiniere a casa di un connazionale, Luigi Pinciani, buon amico di Mazzini. I problemi economici non mancano, tanto che Di Rudio esce di casa pochissimo, perché si vergogna a indossare sempre il suo unico vestito ormai logoro.

Qualche uscita però la fa, e ha modo di conoscere Felice Orsini, che ormai stanco della strategia mazziniana, si fa infiammare dalle idee di un medico francese, Simon François Bernard che, anche lui espatriato a Londra, è probabilmente l’ispiratore dell’attentato a Napoleone III. L’idea di uccidere l’imperatore francese garba assai a Di Rudio, che però è forse allettato anche da un premio in denaro.

L’attentato dunque fallisce, e il processo a carico degli imputati si conclude con tre condanne a morte e l’ergastolo per Gomez. Elisa, la moglie di Carlo, chiede clemenza per il marito, prima alla regina Vittoria e poi addirittura all’imperatrice Eugenia, scampata alle bombe, ma neppure l’intercessione di quest’ultima pare approdare a qualcosa.

La famiglia imperiale francese nel 1865 circa

L’11 marzo si appronta la ghigliottina, all’esterno della prigione di La Rocquette, ma il giorno successivo, quello che precede l’esecuzione, Napoleone III avanza qualche remora: vorrebbe forse commutare ai tre condannati la pena di morte in ergastolo, per mostrarsi magnanimo, ma i suoi consiglieri lo dissuadono.

Il 13 marzo c’è una grande folla che vuole assistere a quella triplice esecuzione, nonostante la giornata sia fredda e dal cielo scenda addirittura la neve. Il primo a salire al patibolo è Pieri, poi è il turno di Di Rudio, che esprime il desiderio di fumare la pipa per l’ultima volta. E’ lì, davanti alla ghigliottina, e tira una boccata di fumo, e poi un’altra e un’altra ancora, quando arriva di gran carriera un messaggero a cavallo, che consegna un ordine alle autorità:

E’ la salvezza per il giovane Carlo

Napoleone III aveva in extremis accolto la richiesta di grazia, e commutato la pena di morte in ergastolo, da scontare nella colonia penale della Cayenne, nella Guyana francese (insieme a Gomez):

L’inferno sulla Terra

Carlo di Rudio

Il 21 ottobre 1858, Di Rudio, Gomez e altri duecento detenuti partono verso la Guyana francese, dove ci sono tre prigioni sulla terraferma – una a Saint-Laurent-du-Maroni, un’altra a Montagne d’Argent e la terza a Cayenne – e poi le famigerate Isole della Salute (Île Royale, Île Saint-Joseph e Île du Diable), dalle quali era difficile uscire vivi, non solo per il pessimo clima, le malattie e gli insetti, ma soprattutto per le condizioni di detenzione che chiamare disumane è veramente eufemistico.

I detenuti sono picchiati, incatenati, costretti dentro buche nel terreno senza nessun riparo dal sole tropicale; il cibo, oltre che scarso, è quasi sempre rancido. Sono poche le speranze di tornare a casa e per di più, dal 1854, viene applicata la legge del doppione: una volta scontata la pena, il detenuto dove rimanere in Guyana per altrettanti anni, senza però aver avere la possibilità di mantenersi, perché gli è vietato lavorare. Tornano quindi quasi tutti a commettere qualche reato, per poter sopravvivere, e sono nuovamente incarcerati e costretti a rimanere nella colonia per tutta la vita.

Di Rudio e Gomez arrivano in Guyana a dicembre del 1858, destinati a Montagne d’Argent, che si trova sull’estuario del fiume Oyapock, vicino al confine brasiliano. In un territorio umido e paludoso, tra zanzare e altri insetti voraci, devono abbattere alberi giganteschi per far posto, ufficialmente, a una strada che in realtà non verrà mai realizzata.

Di Rudio non ci pensa nemmeno a trascorrere tutta la sua vita – quanto poteva durare? – in quel posto maledetto e inizia subito a progettare la fuga, insieme a nove compagni di sventura. Da uno dei tronchi d’albero abbattuti ricavano di nascosto una grande canoa, con la quale hanno in mente di navigare verso il Brasile. Però ci si mette di mezzo un’epidemia di febbre gialla che uccide praticamente quasi tutti: delle 600 persone presenti nella colonia penale, tra guardie e detenuti, solo 63 scampano alla morte.

Tra loro anche Gomez e Di Rudio, che vengono trasferiti in altre prigioni: il primo, che Carlo non rivedrà mai più, sulla terraferma (sopravviverà e tornerà a Napoli, dove morirà povero e pazzo), e il secondo all’Île Royale, un luogo da dove è praticamente impossibile fuggire. Chi ci ha provato ci ha sempre rimesso la pelle: l.’oceano è troppo burrascoso, pieno di squali, e la vigilanza è serrata anche dal mare.

Uno dei direttori la descrisse così:

Abbiamo 2 Guardiani: la Giungla e il Mare. Se non sarete mangiati dagli Squali o non avrete le ossa spolpate dalle Formiche, presto verrete a mendicare di tornare

Il cimitero di Île Royale

Immagine di G. Mannaerts via Wikimedia Commons – licenza CC BY- SA 4.0

E posto anche che si potesse trovare una barca, come procurarsi le razioni di cibo necessarie ad affrontare un viaggio del genere? Nessuno dei detenuti ha abbastanza soldi per corrompere le guardie.

Eppure Di Rudio non si arrende e coinvolge un ex religioso, condannato per omicidio, che non si sa come, è riuscito a nascondere una bella somma di denaro nella sua Bibbia.
Lui ci mette i soldi, usati per comprare provviste dalle guardie, purché ovviamente ci sia un posto anche per lui sulla barca della fuga. Di Rudio trova, tra gli altri aspiranti alla fuga, anche un prigioniero esperto di navigazione, e un sarto, che confeziona una vela.
E’ il dicembre 1859, è trascorso un anno dall’arrivo in Guyana, quando Di Rudio è pronto alla fuga. All’ultimo minuto il religioso si tira indietro, perché considera quell’avventura troppo rischiosa, e il sarto invece si ammala. Resta solo da procurarsi una barca, che i fuggitivi rubano a un gruppo di pescatori, attirati sulla spiaggia da uno di loro che finge di voler comprare del pesce.

Gli evasi si dirigono in mare aperto, dove affrontano una burrasca e poi una fitta nebbia, e incrociano perfino una nave olandese, che finge di non vederli. Dopo tre giorni, quando si accorgono che tutte le provviste sono immangiabili perché rovinate dall’acqua di mare, puntano verso terra, ma quando sbarcano scoprono di trovarsi nella Guyana olandese: un territorio ostile, perché le autorità locali li avrebbero rispediti alla colonia penale francese. Riprendono quindi il mare, senza nemmeno cercare altre provviste, sperando di arrivare nella Guyana britannica. Dopo due giorni li intercetta una nave inglese. Il comandante fatica a credere che quegli uomini abbiano navigato per quasi mille miglia, senza cibo, su un battello da pesca sgangherato.

Gli evasi sono accolti dal governatore della Guyana britannica che li rassicura sul loro futuro: la colonia inglese accoglie i richiedenti asilo, purché si impegnino a lavorare.
Quando Di Rudio si presenta, il governatore rimane sbalordito: tutti lo pensavano morto di febbre gialla, o forse durante una fuga in Brasile. Avevano riportato la notizia i giornali di mezzo mondo, tanto che anche la moglie Elisa si era ormai rassegnata a non rivedere mai più l’amato Carlo.

Intanto arriva una nave francese, che pretende la restituzione degli evasi, ma il governatore rifiuta di riconsegnare Di Rudio, perché lo considera un prigioniero politico, mentre gli altri, tutti criminali comuni, sono tristemente destinati a tornare all’inferno.

Per garantire il ritorno di Di Rudio nel Regno Unito, il governatore diffonde la falsa notizia della morte dell’italiano, per mano degli indigeni, mentre stava cercando dell’oro. Poi lo fa imbarcare sotto falso nome su una nave mercantile diretta a Londra, dove il nostro arriva a febbraio del 1860.

La vita in Inghilterra non è però facile. Lui inizia una serie di conferenze sul fallito attentato a Napoleone III, ma poi si vede costretto a faticosissimi lavori pochissimo remunerati. La famiglia, che si è allargata con la nascita di un altro bambino (che muore piccolissimo), stenta a campare. Di Rudio però non smette di fare progetti sovversivi: vorrebbe unirsi ai Mille di Garibaldi – ma andare in Italia è troppo rischioso, perché potrebbe essere estradato in Francia – oppure spostarsi in Polonia, dove ci sono sommosse per chiedere la libertà, ma alla fine ascolta il consiglio di Giuseppe Mazzini (l’esule forse lo preferisce lontano, perché è ormai un personaggio scomodo e fin troppo esuberante), che gli consiglia di emigrare negli Stati Uniti, dove infuria la Guerra Civile.  Scrive per lui delle lettere di raccomandazione destinate a personaggi influenti, come Horace Greeley, editore del New York Tribune. Di Rudio arriva a New York il 22 febbraio 1864, e si registra con il nome anglicizzato di Charles C. De Rudio.

Nonostante l’aiuto di Greeley, De Rudio non ottiene un incarico da ufficiale, e deve arruolarsi volontario come soldato semplice. Il suo coraggio gli vale la nomina a sottotenente, alla fine del 1864, in un reggimento composto da afroamericani, che pochi soldati bianchi volevano comandare.


Alla fine della guerra, De Rudio ottiene un incarico amministrativo e la cittadinanza statunitense. Sembra che, nel 1867, arrivi finalmente la possibilità di avere la nomina a sottotenente nell’esercito degli Stati Uniti. Ma incredibilmente, il medico militare che lo esamina, nega l’idoneità, per una “ritrazione del testicolo destro”: insomma, quel veterano di mille battaglie non ha gli attributi giusti per diventare un ufficiale dell’esercito.

De Rudio, abituato a ben altre difficoltà, presenta ricorso e finalmente, nel 1869, ottiene la sospirata nomina: viene assegnato al 7° Cavalleria del tenente colonnello George Armstrong Custer, di stanza in Kansas.

Intanto Elisa dà alla luce un’altra figlia, Italia Carlotta, mentre il marito percorre le praterie del Kansas a protezione dei coloni che stanno occupando i territori dei nativi, poco disposti a cederli senza combattere. De Rudio esegue gli ordini, è una persona affidabile che non si lascia andare ad eccessi, anche se molti lo considerano un po’ troppo “fantasioso”. Nel 1872 nasce la quarta figlia, chiamata America Carlotta, mentre il 7° Cavalleria viene mandato in Dakota, dove la Nazione dei Lakota Sioux si oppone ferocemente alla costruzione della ferrovia e non tollera i cercatori d’oro che si avventurano nelle Black Hills.

Alla fine del 1875, promosso a tenente, De Rudio viene assegnato al battaglione comandato dal maggiore Marcus Reno e non a quello di Custer, che non ha molta simpatia per l’avventuroso italiano (il quale forse può raccontare storie più avvincenti delle sue).

E’ la primavera del 1876. Le Nazioni dei Lakota, Arapaho e Cheyenne si riuniscono nel Montana, nei pressi del fiume Little Bighorn: sono circa 7000 nell’accampamento, tra uomini, donne e bambini. A guidarli c’è Toro Seduto, fermamente convinto a non arrendersi.

Custer divide le sue forze in tre battaglioni: uno lo guida lui, un altro il Maggiore Reno, e il terzo il capitano Frederick Benteen. Il primo a intervenire è proprio il battaglione di Reno e De Rudio, che attacca l’accampamento da sud. I nativi sono presi alla sprovvista e iniziano a scappare, ma una strana mossa di Reno, che fa smontare i suoi soldati da cavallo e li schiera in linea, consente una ripresa dei nativi, che riescono a far ritirare il nemico, infliggendo anche numerose perdite. I superstiti si arrampicano su una collina, dove si riuniscono con il battaglione di Benteen. Custer, che ha con sé 215 uomini ed è lontano qualche miglio dagli altri battaglioni, viene praticamente accerchiato dai guerrieri nativi, e la sua fine è nota.

La battaglia di Little Bighorn

De Rudio, durante la battaglia iniziale, rimane isolato dal suo battaglione, e si ritrova in mezzo a un territorio dove pullulano i Sioux. Lui si nasconde nella boscaglia, insieme a qualche altro soldato, guarda inorridito alcune donne togliere lo scalpo e le divise ai commilitoni morti, affronta due nativi che aveva scambiato per militari (indossavano le divise dell’esercito), cerca riparo vicino all’acqua perché i nemici danno fuoco agli arbusti, e dopo un paio di nottate passate a nascondersi, finalmente si ricongiunge con Reno. Il 29 giugno De Rudio è lì a contare i morti del battaglione di Custer: sono 212 i caduti, tra i quali c’è anche il colonnello.

De Rudio, sopravvissuto a tante battaglie in Italia, alla ghigliottina in Francia, all’inferno della Cayenne, sopravvive anche a Little Bighorn. E continua a fare il soldato, a combattere in Kansas, Oklahoma, Texas e Arizona, finché non decide di mettersi a riposo, nel 1896, ufficialmente per problemi di salute, ma forse su invito del suo comando, che trova scomodo avere nei suoi ranghi un ufficiale che non nasconde i suo trascorsi (anzi se ne vanta) di attentatore, e che i giornali iniziano ad attaccare, incolpandolo di essere un bugiardo:

Sembrava aver vissuto troppe vite per un uomo solo!

De Rudio e la sua famiglia (nel frattempo è nata un’altra figlia, chiamata Roma) si trasferiscono in California, il cui clima mite dovrebbe alleviare l’asma bronchiale che tormenta Charles da anni. Prima si fermano a San Diego e poi si stabiliscono a Los Angeles, dove il conte italiano diventa un personaggio di spicco: in una città meticcia e sognatrice, quell’uomo incredibilmente avventuroso (in effetti sono in molti pensare che lui esageri un po’ nei suoi racconti), non può che essere ben accolto. D’altronde, dopo essere sopravvissuto a molti inferni, la Città degli Angeli è il posto giusto per godersi il meritato riposo.

De Rudio muore il 1° novembre 1910, dopo aver lanciato un’altra bomba (metaforica): all’attentato a Napoleone III avrebbe partecipato anche Francesco Crispi (che era a Parigi in quei giorni), il futuro presidente del consiglio dell’Italia unita, che all’epoca delle rivelazioni era morto ormai da diversi anni.

Secondo il racconto di De Rudio, era stato Crispi a lanciare la terza bomba, quella finita sotto la carrozza, e non Felice Orsini, che venne infatti trovato ancora in possesso di un ordigno, e che fino all’ultimo tentò di proteggere un quinto attentatore, mai individuato, ma della cui presenza i gendarmi francesi erano certi.

La verità, su questa circostanza, non è ancora stata appurata, ma vien da pensare che con tutte le battaglie, fughe e avventure che ha vissuto, Di Rudio non aveva proprio bisogno di inventare nulla per stupire i suoi ascoltatori.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.