Se c’era una cosa che l’imperatore Settimio Severo (146-211 d.C) rimproverava al grande Marco Aurelio era quella di aver interrotto la felice pratica degli “imperatori adottivi”, pratica che aveva regalato a Roma, per meno di un secolo, quell’epoca di prosperità definita da Tacito felicitas temporum.

Caracalla Farnese, ora presso MAN Napoli. Fotografia di Marie-Lan Nguyen condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

E se Marco Aurelio, il grande “imperatore filosofo”, aveva evidentemente il giudizio offuscato quando designò come erede il figlio Commodo, come non giustificare Settimio Severo – salito al trono alla fine della guerra civile scoppiata con la morte di Commodo e del successore Pertinace – quando decise di lasciare il trono al figlio Marco Aurelio Severo Antonino Pio Augusto, meglio conosciuto come Caracalla?

Settimio Severo era un grande imperatore, con lui sembravano tornati i tempi felici di quell’età aurea che invece si dimostrò irripetibile. Con lui però cambia il modo di essere “imperatore”, che non è più il princeps, ovvero il primo tra i cittadini che governa insieme al Senato, ma diventa dominus, unico e solo detentore del potere.

In linea con quanto aveva fatto Marco Aurelio, Settimio Severo nel 198 d.C. associa al trono il figlio primogenito Caracalla, e poi anche il più mite Publio Settimio Geta.

Nel 202 d.C un non molto convinto Caracalla, appena quattordicenne, sposa Fulvia Plautilla, figlia di un fidatissimo e potentissimo collaboratore del padre, Gaio Fulvio Plauziano. Il suocero è troppo potente per i gusti del giovane co-imperatore, e probabilmente anche della madre Giulia Domna, figura di estremo rilievo durante l’impero sia di Settimio sia di Caracalla. Nel 205, con l’accusa di aver ordito una congiura contro l’imperatore, Plauziano viene ucciso proprio per ordine del genero, che non vedeva l’ora di divorziare da Plautilla, con la quale peraltro non aveva mai condiviso né il talamo né la tavola.

La donna viene uccisa, insieme al fratello, mentre è in esilio a Lipari, ma solo dopo la morte di Settimio, nel 212

Il duplice omicidio, raccontato dallo storico Cassio Dione, che aveva partecipato alle nozze reali, segna l’inizio dello stigma  di Caracalla come imperatore sanguinario e violento.

L’ascesa al potere

Caracalla, nato nel 188 d.C, sale al trono alla morte del padre, nel febbraio del 211 d.C. Anche se il padre aveva voluto suggerire una parentela con l’imperatore filosofo, imponendogli il nome di Marco Aurelio Antonino, questo sovrano passato alla storia come scellerato (ma la principale fonte sulla sua vita e sulla sua morte è Dione Cassio, suo acerrimo nemico che partecipò anche a una congiura per eliminarlo) è conosciuto come Caracalla, nome di una mantella di origine celtica che amava indossare.

Caracalla non è l’unico imperatore sul trono, deve condividerlo con il fratello Geta, il preferito della madre. Fin da piccoli i due fratelli sono in competizione fra loro, i loro contrasti richiedono spesso  l’intervento del padre, che per placare il risentimento di Geta, sempre messo in secondo piano rispetto a Caracalla, decide di nominarlo “Cesare” nell’anno 198 d.C.

Caracalla e Geta, Lawrence Alma Tadema. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il trono però è troppo stretto per due imperatori, in particolare per il primogenito: nel dicembre del 211 Caracalla, grazie ad un gruppo di suoi fidati centurioni, uccide l’odiato fratello, che aveva cercato protezione tra le braccia della madre, e conquista il favore dei pretoriani e delle truppe con ricche elargizioni.

Come usava molto all’epoca con tutti i nemici dello stato (o sarebbe meglio dire del potere), applica la “damnatio memoriae” a Geta: ogni traccia della sua esistenza viene eliminata, distruggendo ogni statua o fregio che ne ricordasse il nome o l’immagine. Caracalla, non contento, si vendica anche dei sostenitori di Geta:

Ne uccide 20.000 nella sola città di Alessandria d’Egitto

Sempre secondo Cassio Dione, tutte quelle persone morirono perché colpevoli di aver messo in scena una satira quando l’Imperatore sostenne in tribunale di aver ucciso Geta per autodifesa.

Pianta Alessandria d’Egitto in epoca romana. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

I soldati di Caracalla mettono a ferro e fuoco la città, e questa prova di forza consolida il  potere dell’imperatore, che pone le basi per una politica futura totalitaria e dispotica.

I reperti archeologici che testimoniano la strage degli alessandrini sono stati ritrovati a Kom El-Shoqafa, considerata uno degli esempi più importanti dell’architettura funeraria romana in Egitto.

Le catacombe erano state inizialmente create per una sola, grande, famiglia aristocratica, ma sono poi trasformate in un cimitero pubblico, per poter dare sepoltura a tutte le vittime del massacro di Caracalla.

Entrata delle catacombe Kom El-Shuqafa. Fotografia di Jerrye & Roy Klotz condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

A questo punto, ottenuto il potere assoluto, Caracalla riceve il perdono dalla madre Giulia per l’assassinio del fratello. La donna diventa di fatto la persona più importante dell’Impero dopo il figlio.

L’operato imperiale in un’epoca di crisi

Prima di morire Settimio Severo elargisce alcuni consigli agli eredi su come poter mantenere l’esercito di Roma e la sua devozione. Detto con le parole ironiche di Indro Montanelli, che forse non furono proprio quelle pronunciate dall’imperatore, Settimio raccomanda:

Non lesinate i quattrini ai soldati e infischiatevi di tutto il resto

Caracalla dunque alza la paga dei legionari per adeguarla all’inflazione galoppante, e concede molti benefici alle truppe, poi rende usuale il sistema di retribuzione in generi di prima necessità, per ovviare all’inarrestabile ascesa dei prezzi.

Per compensare l’accresciuta paga dei soldati, Caracalla conia una nuova moneta, chiamata antoniniano, che contiene il 25% di argento in meno dei denari correnti.

Antoniniano di Caracalla. Fotografia di Suetonius condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

 

Non si sa se sia stata la drammatica situazione economica e sociale a suggerire nel 212 d.C. la promulgazione della “Constitutio antoniniana”, grazie alla quale tutti gli uomini liberi dell’impero sono riconosciuti cittadini romani, eccezione fatta per i dediticii, una categoria ancora oggi abbastanza oscura.

Il ritorno fiscale, che sempre secondo Cassio Dione è il solo motivo della riforma, è quasi immediato: tutti i provinciali, anche quelli delle regioni più remote dell’impero, dove la percentuale di cives romani è praticamente nulla, sono assoggettati alle imposte indirette vigenti, che si sommano al tributum soli et capitis, ovvero l’imposta diretta personale e l’imposta fondiaria.

L’importanza storica del provvedimento va però oltre gli immediati benefici finanziari. L’editto sancisce l’unificazione dell’impero:

Roma e l’Italia perdono ufficialmente quella supremazia che era già in parte tramontata con il mutare dei rapporti economico-sociali

Con la parità giuridica viene meno anche la discriminazione per l’arruolamento legionario e ausiliario, legato ormai all’attitudine e competenza specialistica del singolo.

Sul fronte militare il limes germanico rappresentava uno dei territori più in fermento e a rischio, così nel 213 d.C. l’Imperatore organizza una campagna militare in quelle zone, per fronteggiare l’invasione barbarica imminente. Le vittorie ottenute assicurano a Caracalla gli appellativi di “Germanicus maximus” e “Alemannicus”, dal nome delle tribù sconfitte.

Lo storico Cassio Dione nella sua “Historia Augusta” sostiene però che, per garantire un periodo di tranquillità duratura, oltre alla guerra viene usato anche molto denaro: in sostanza si trattava di una pace comprata più che ottenuta con le vittorie in battaglia.

Sull’onda di quei successi, e nel tentativo di emulare il suo idolo, Alessandro Magno, Caracalla volge il suo interesse verso il regno dei Parti. Le fonti raccontano che l’imperatore avesse chiesto in sposa la figlia del Re Artabano V.  Secondo Cassio Dione, Caracalla avrebbe mosso guerra ai Parti oltraggiato dal rifiuto del sovrano persiano.

Una storia diversa la racconta Erodiano. Artabano acconsente al matrimonio, ma Caracalla ordina un attacco a tradimento quando tutta la popolazione festante, esercito compreso, stava accogliendo nella capitale il futuro sposo della principessa.

Alla fine comunque, la campagna partica non portò a grandi risultati.

Il ritorno dell’arte ellenica in onore di Alessandro Magno

Durante il regno di Caracalla cambia anche la concezione dell’arte: l’armonia e l’equilibrio dello stile classico non soddisfano l’esigenza di un tratto comunicativo più vivo e immediato, in grado di esprimere emozioni e passioni intense.

Lo stesso ritratto imperiale di Caracalla, espressione artistica della sua concezione del potere, punta ad un effetto drammatico, con il volto girato di tre quarti, leggermente sbilanciato in avanti e lo sguardo corrucciato che rimandano allo stile ellenistico:

Il sogno dell’imperatore infatti era quello di emulare sotto ogni aspetto Alessandro Magno.

Alessandro Magno ora presso Musei Capitolini. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Forse per seguire le impronte del suo idolo ellenico, grande amante dell’arte e promotore di monumentali opere pubbliche, Caracalla nel 212 d.C. inaugurò la costruzione delle imponenti Terme, i cui maestosi resti son ancora oggi visitati da milioni di turisti.

Terme di Caracalla oggi. Fotografia di Ethan Doyle White condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Vennero edificate alle pendici del Piccolo Aventino, creando un ramo speciale dell’acquedotto romano, chiamato Aqua Antoniniana, per poter garantire la disponibilità di una notevole quantità d’acqua.

Le Terme sono strutturate secondo lo schema classico delle grandi terme imperiali: una successione, sullo stesso asse di natatio, frigidarium, tepidarium e calidarium in un unico edificio, separato con un portico dall’area verde esterna adibita alle strutture del ginnasio, biblioteche, tabernae e del teatro per assistere agli agoni.

Ovunque meravigliosi mosaici, con scene di gare, atleti, giudici. Lo stile, oltremodo realistico, vuole mostrare lo sforzo fisico dei personaggi: una scelta stilistica che lascia trasparire i fermenti e la sensibilità irrequieta di quell’epoca segnata da cambiamenti profondi.

Mosaici che raffigurano atleti. Fotografia di Sailko condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Il declino dell’impero di Caracalla

Le scelte politiche e militari di Caracalla (come quelle di molti altri imperatori) avevano un fine personale, ovvero oscurare Traiano, che per primo era riuscito a spingersi con le sue truppe fino al Golfo Persico. L’imperatore non abbandonò l’idea di sottomettere completamente i Parti.

Nel 218 d.C catturò il re d’Armenia e avanzò verso i territori della Media. Durante la campagna bellica però, Caracalla venne assassinato da Marziale, una sua guardia del corpo. Una misera fine la sua, ucciso mentre si appartava ad espletare bisogni fisiologici.

Cartina che mostra i possedimenti in blu del regno dei Parti. Immagine di Talessman condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Lo storico Erodiano racconta che il regicida odiava Caracalla, che aveva fatto giustiziare il fratello; Cassio Dione invece sostiene che la causa scatenante fu la mancata nomina a Centurione. Qualunque fosse il motivo, Marziale fece subito una brutta fine, ucciso da un arciere della scorta imperiale.

Alla fin fine, come scrive Machiavelli nel suo “Principe”, non fu la crudeltà di Caracalla a condurlo alla morte, ma la sua imprudenza:

Tenere come guardia del corpo un soldato al quale aveva ucciso un fratello non fu certo una mossa astuta

E chissà se Caracalla, prima di morire, avrà avuto il tempo di ripensare a una frase di suo padre, che alla fine della sua vita (comunque da grande imperatore) ebbe a dire: “Sono diventato tutto quel che ho voluto. E mi accorgo che non ne valeva la pena“.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.