Cremare i morti, riducendoli a cenere – perché “cenere sei e cenere ritornerai” – in Italia non fa ancora tendenza. A confermarlo sono numeri e non parole. I dati SEFIT (Federazione dei servizi funerari italiani) parlano chiaro: nel nostro Paese solo il 17 per cento della popolazione sceglie la cremazione dei cadaveri, il restante 83 per cento opta per la sepoltura tradizionale. Inclinazione più che plausibile considerato che per la maggior parte della popolazione l’idea di essere gettati al rogo sa più di bruciato che non di redenzione.

Tant’è vero che attualmente il campo del mercato funerario sta volgendo il proprio sguardo verso nuove frontiere di sepoltura, underground come sempre, ma questa volta ecologiche.

Tra gli inconsueti progetti in auge, a portare alta la bandiera dell’ecosostenibilità è in primis Capsula Mundi. Una start-up ancora in fase embrionale (si sta lavorando per renderla realtà) che sceglie di seppellire il defunto non in bare di legno “senza vita” lastricate di zinco o piombo– come è consuetudine fare nell’abituale inumazione – ma in contenitori biodegradabili a forma d’uovo. Spazi ovattati che sembrano rievocare l’habitat dell’utero materno. Delle specie di “grembi” ovoidali realizzati con un materiale a base di amido, bambù o vimini, dove la salma verrà sistemata in posizione fetale insieme ai semi di un albero, per poi essere seppellita successivamente in un luogo che segnerà la memoria del defunto.

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A consacrare questo spazio-memoria sarà appunto un albero, la cui varietà verrà scelta dalla persona (ancora in vita) a seconda della preferenza. Che si tratti di una quercia, di un faggio, di un pino, di un castagno o di un cipresso, poco importa, perché ciò che conta è comprendere il messaggio implicito che la pianta in questo bosco sacro fatto di alberi totem desidera sussurrare al mondo. Il primo sopra di tutti pare essere una metafora in nome della vita (o della morte): “gli alberi sono santuari” e “l’uomo è una pianta celeste”.

Il cimitero assumerà così una nuova veste: non più loculi o lapidi tetre in marmo e pietra, ma alberi vivi e vegeti, ognuno dei quali a fronde alte, commemorerà la memoria di ogni defunto, perché la morte è una bandiera che non si porta a mezz’asta. Ai familiari dell’estinto il compito di prendersi cura di questo “innesto” all’eternità, che come in un circolo virtuoso darà vita ad una eredità verde ed ecologica.

Piantiamo un albero per ciascuno di noi e i cimiteri diventeranno foreste”. Questo è il buon auspicio di Capsula Mundi, il messaggio Made in Italy che i designer Anna Citelli e Raoul Bretzel, fondatori del progetto, stanno cercando di divulgare perché “un albero è l’esplosione lentissima di un seme”. Il seme della vita che genera dalla morte.

Sara Cariglia
Sara Cariglia

Scrivo perché mi da gioia. In fondo il mondo è ricco di storie, di momenti, di episodi, di contingenze che aspettano solo di essere scoperte e raccontate. Mi piace raccontare tra le righe, mi piace flirtare con la scrittura, mi piace leggere la gente. Quando la sfoglio con gli occhi prima di abbozzarla a parole è come se avessi l’impressione di dipingere su tela le loro emozioni. Talvolta le parole rimpiccioliscono i fatti e una delle mie principali responsabilità e far si che questo non accada. Ad oggi le mie ali sono la scrittura. Dico ad oggi, perché non è da molto tempo che ho scoperto e sviluppato questa mia attitudine. Una volta svelata, vi posso assicurare, è stato il volo più bello della mia vita, me ne sono “letteralmente” innamorata. Ormai è ufficiale ed ufficioso, l’arte scrittoria unitamente alla mia grande vocazione per studio e cultura sono i miei tre unici amanti.