Abbandonate l’idea di architetti, ingegneri e designer chiusi in ufficio davanti ad un computer a progettare grattacieli per grandi città. Immaginateli alloggiare in tenda per una settimana, con qualsiasi situazione climatica esterna, progettare attorno ad un tavolo, magari in mezzo al verde e lavorare per costruire strutture in legno pratiche, sostenibili ed ecologiche, mirate a valorizzarne il paesaggio circostante. Questa è Camposaz, associazione formatasi, quasi per gioco, da un gruppo di amici esperti del settore, e che oggi è arrivata a coinvolgere 123 partecipanti provenienti da 22 nazioni diverse.

La prima fonte di ispirazione di queste progetto è arrivata dal famosissimo architetto finlandese Sami Rintala. Rintala è conosciuto in tutto il modo per la sua collaborazione con Marco Casagrande, finlandese anch’egli, durata 5 anni, e che lo hanno portato alla realizzazione di progetti e installazioni che non si fermavano alla semplice opera architettonica, ma venivano considerate vere e proprie opere d’arte. Tra le più famose senza ombra di dubbio ricordiamo il progetto Land(e)scape. Questa installazione che vede tre fienili di legno abbandonati, sollevati su gambe alte 10 metri come per seguire i propri agricoltori nelle città, ha vinto l’Emerging Architecture Award 1999 dell’Architectural Review, e venne selezionata per la Biennale di Venezia di Architettura del 2000.

Sotto, Land (e)scape di Casagrande-Rintala, fonte Wikipedia:

Gran parte della vita professionale di Rintala è comunque dedicata all’insegnamento, spesso non del tutto convenzionale. Rintala infatti è famoso anche per i suoi laboratori pratici in mezzo alla natura, che portano gli studenti a viverci in mezzo per un certo periodo, e a realizzare una situazione realistica di 1:1 di un loro stesso progetto partendo dallo studio fino alla sua messa in pratica.

E’ stato il metodo Rintala ha incuriosire i ragazzi di Camposaz, che hanno deciso di provare ad allestire un workshop simile in concomitanza con un famoso festival musicale che già stavano organizzado nella valle del Primiero, il SotAlaZopa. Da qui Luca Brombo, Valeria Zamboni, Alessandro Busana, Andrea Simon, Daniele Cappelletti, Massimo Bertoluzza e Giovanni Wegher fanno nascere Camposaz.

Se per il primi tempi Camposaz vive con il festival, in breve tempo il progetto prende una direzione propria. Nascono così i primi workshop in giro per l’Italia, aperti ad architetti e progettisti che tramite il sito o altri canali inviano la loro adesione e vengono selezionati.

Ad oggi Camposaz ha visto ben 12 edizioni portate a termine. La tipologia che accomuna i diversi workshop è sempre la stessa. Si campeggia, si rimane a stretto contatto con la natura, si progetta e si realizza, ovviamente in accordo con le esigenze e la natura stessa del luogo.

In questi anni Camposaz ha realizzato tra le altre cose:

  • Una struttura in legno posta nella valle del Primiero, in una zona di atterraggio per parapendio, dove le persone possono sedersi o sdraiarsi ad ammirare i parapendio volanti, o semplicemente godersi il paesaggio delle Dolomiti.
  • Un palco multifunzionale a San Ginesio, una zona considerata una delle terrazze più belle delle Marche anche conosciuta come uno dei luoghi più colpiti dall’ultimo terremoto.
  • Una struttura all’ingresso dell’orto Botanico di Imer.

E’ stata però l’edizione a Siror che li ha visti alle prese con l’organizzazione di un vero disboscamento. In questo caso, oltre alla normale realizzazione delle strutture in legno, si sono infatti occupati della pulizia della vegetazione e del rimodellamento di antiche terrazze per le colture, che il bosco aveva praticamente inghiottito. Questa zona recuperata è stata poi seminata con l’orzo, che tutt’ora viene utilizzato dal birrificio locale per produrre la Birra 100% Primiero.

Camposaz 11:11:

Camposaz 11:11:

Alcune fotografie sono di Cristiano Fiorentino e Re-Public, visibili insieme ad altri progetti sulla Pagina Facebook di Camposaz.

Anna Maria Fabbri
Anna Maria Fabbri

Il mio è un viaggio eno-gastronomico, che mi ha portato a dividere la tavola con estranei di tutta Italia, un guanto di sfida nei confronti del mio rapporto con il cibo. E’ nato così "To the Roots", esperienza che nasce dalla condivisione della tavola ma che va molto oltre. In questi anni ho mangiato molte più storie di quanti piatti abbia effettivamente assaggiato. Incontrarsi a tavola è diventato così lo spunto per condividere poi tutt’altro.